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Morti e proteste nei CPR. Ma il Ministro e il Governo non se ne accorgono

A Caltanissetta scoppia una rivolta dopo la morte di un giovane tunisino

CPR di Pian del Lago

Nonostante nel dibattito politico i Centri di permanenza per il Rimpatrio siano del tutto spariti, le proteste che nei lager di stato si susseguono quotidianamente sono lì a ricordarci che il problema della detenzione amministrativa in questo Paese è quanto mai attuale. Spesso il discorso mainstream sull’immigrazione si concentra sulle tragedie ai confini marittimi e terrestri, dimenticandosi quasi del tutto, che il proliferare dei confini è interno anche alle nostre città. Emblema di luogo di segregazione e privazione della libertà, di violenze e soprusi, il centro di detenzione per cittadini stranieri considerati dalla legislazione vigente come irregolari, da oltre 20 anni, è lo specchio del fallimento delle politiche sull’immigrazione. All’interno di quelle gabbie si incrociano biografie diverse, vulnerabilità e resilienze spesso comuni, di persone che pur non avendo commesso alcun reato (o di aver già regolato i conti con la giustizia), si ritrovano recluse poiché accomunate dal fatto di essere state rese sans papiers dalle varie leggi che ogni governo ha varato per rendere più complicata la permanenza regolare nel “Bel Paese”, al fine di far diventare più docile e ricattabile la “forza lavoro migrante”. Governi che poi, utilizzando la retorica del “clandestino” come problema di sicurezza e ordine pubblico, ne negano l’emersione dalla irregolarità.

Sono passati 22 anni dall’apertura dei CPT (Centri di Permanenza Temporanea) creati dalla Legge Turco-Napolitano, ma nella sostanza poco o nulla è cambiato. Un libro edito da Left lo scorso anno – “Mai più. La vergogna italiana dei lager per immigrati” – ne ripercorre le tappe, le inchieste principali, le lotte e le (poche) vittorie ottenute contro il sistema della detenzione italiana.

Yasmine Accardo della campagna LasciateCIEntrare è insieme a Stefano Galieni la curatrice del libro e ogni giorno riceve segnalazioni da dentro quelle gabbie. Ieri, domenica 12 gennaio, l’ultima morte di CPR, questa volta a Pian del Lago, Caltanissetta. “Si chiamava Aymed, aveva 34 anni ed era tunisino”, ci dice. “Avevamo ricevuto segnalazioni delle condizioni ignobili in cui versa il centro. Le stanze sono fredde, non hanno finestre, le richieste di assistenza anche sanitaria dei detenuti rimangono senza risposte”.

L’ente gestore del CPR è una R.T.I. formata dall’Essequadro Società Cooperativa Sociale di Caltanissetta e dall’Ad Majora s.r.l. 1, quest’ultima già finita in pesanti inchieste della procura di Catania, insieme a molte altre cooperativa siciliane, per le ignobili condizioni in cui versavano i loro centri d’accoglienza 2.
Aymed era trattenuto da oltre 9 mesi. Il medico legale ha già detto che è una morte naturale. Come se fosse naturale lo stato di degrado di questi lager, come se fosse naturale la loro esistenza”, afferma Accardo che ricorda come all’interno dei centri sia ormai impossibile far accedere giornalisti e attivisti.
Settimanalmente inviamo richieste di accesso per tutti i CPR, riceviamo costanti segnalazioni da reclusi di Torino, Palazzo San Gervasio, Brindisi, Bari, Trapani, Ponte Galeria. Gradisca, riaperto il 16 dicembre, è già sotto la nostra attenzione, ma anche lì ci hanno negato l’accesso. In tutti questi centri la situazione è indegna di un paese che pensa di essere democratico, oltre ai bisogni primari viene negato anche il diritto alla difesa”.

Dopo la morte di Aymed, la rabbia è esplosa e gran parte del centro è stato avvolto dalle fiamme, i bagni resi inagibili. Secondo i testimoni, il giovane tunisino non aveva ricevuto cure adeguate. Su una capienza massima di 96 posti, nel centro ci sono oltre 70 reclusi.

La rivolta di Caltanissetta segue un intenso periodo di proteste. “Al CPR di Torino le proteste, gli atti di autolesionismo non sono mai cessati da quando in luglio è morto un ragazzo”, ci spiega. “Tutto il CPR è inagibile, insieme ad altre organizzazioni abbiamo inviato al Prefetto una formale richiesta di chiusura del centro. Continuare a trattenere delle persone costituisce un trattamento inumano e degradante. Stessa cosa sta accadendo in tutti gli altri centri, solo che nessuno ne parla e quindi appaiono episodi sporadici, quando invece c’è un’evidente filo che lega queste rivolte”. In quello di Roma a Ponte Galeria, nel giro di un mese, dopo la riapertura a fine luglio dell’area maschile, ci sono state tre rivolte che hanno reso la nuova sezione inagibile.

Nel CPR a Trapani – scrive il Dubbio, uno tra i pochi quotidiani a ricostruire una cronologia delle ultime proteste – la sera di giovedì 2 gennaio verso le 23.30 è avvenuta una rivolta che ha portato all’incendio di materassi e coperte in tre padiglioni, rendendo necessario l’intervento dei vigili del fuoco. Non risultano feriti e almeno una sezione del Cpr sembra sia inagibile.

Nei CPR finiscono tante persone vulnerabili, l’ultimo caso paradigmatico di cui siamo riusciti a dare notizia è quello di Omar, cittadino nigerino rimpatriato in Nigeria”, ci spiega l’attivista. “Ma molti dei reclusi non hanno possibilità di mettersi in contatto con nessuno, non hanno fuori dalla mura una rete di assistenza e solidarietà. Per questo è fondamentale perlomeno riuscire ad accedere, solo così si può verificare immediatamente lo stato di salute e informare il garante, iniziare le procedure con i legali nella speranza di ottenere un titolo di soggiorno”.

A Brindisi i migranti hanno deciso di entrate in sciopero della fame, a Bari prima di Natale è scoppiata una rivolta e le autorità sono state costrette a trasferire parte dei reclusi al CPR di Gradisca dove attualmente sono rinchiuse 66 persone, per una capacità massima di 150. Tre di loro, proprio ieri, hanno cercato di tornare dei cittadini liberi mentre un giovane tunisino ha tentato il suicidio.

I legali dei reclusi denunciano una situazione di totale abbandono e di incompetenza dell’ente gestore che ha vinto l’appalto, la cooperativa Edeco ex Ecofficina, azienda nota alle cronache nazionali e giudiziarie per la gestione della tendopoli di Cona 3. “La Commissione territoriale nemmeno è a conoscenza che sono reclusi dei richiedenti asilo e il Giudice di Pace si lamenta che non ha tempo per i reclusi” ci viene riferito da un avvocato.

E’ evidente che non si tratta di casi isolati – conclude Yasmine Accardo – ma di un sistema irriformabile. Occorre che il governo prenda atto di questo fallimento, che sia bloccata immediatamente l’apertura di Milano e Macomer, e si chiudano definitivamente questi lager che sono un costo sociale ed economico che non possiamo più permetterci”.

  1. avviso di aggiudicazione del 10 settembre su bando di gara del 4 marzo 2019 http://www.prefettura.it/caltanissetta/news/Bandi_di_gara_e_concorsi-7672824.htm#News_88213
  2. https://catania.livesicilia.it/2018/12/11/cibo-con-i-vermi-e-orrori-le-accuse-al-re-dellaccoglienza_482120/
  3. Bando di gara vinto da Edeco con con un ribasso dell’11,90% sull’importo di 1 milione 760.175 euro (iva esclusa) all’anno. http://www.prefettura.it/gorizia/contenuti/Gara_europea_a_procedura_aperta_per_l_affidamento_dell_appalto_dei_servizi_di_gestione_e_funzionamento_del_cpr-7424743.htm

Redazione

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Stefano Bleggi

Coordinatore del Progetto Melting Pot Europa.
Mi sono occupato per oltre 15 anni soprattutto di minori stranieri non accompagnati, vittime di tratta e richiedenti asilo; sono un attivista, tra i fondatori di Libera La Parola, scuola di italiano e sportello di orientamento legale a Trento presso il Centro sociale Bruno, e sono membro dell'Assemblea antirazzista di Trento.
Per contatti: stefano.bleggi@meltingpot.org