Roma – All’occupazione di via del Caravaggio, un viaggio nella metropoli che resiste agli sgomberi

Di Alessia Manzi *, fotografie di Emanuela Zampa

Photo credit di Emanuela Zampa

Quando sono arrivato in Italia vivevo in un centro di accoglienza. La vita era molto difficile lontano da casa. Non riuscivo a fare amicizia con nessuno e non sapevo come imparare l’italiano”. Per un attimo, gli occhi di Ibrahim diventano lucidi solo a ricordare i primi tempi nel «Bel Paese» . Come tanti altri suoi connazionali, qualche anno fa anche lui decide di andare via dal Ghana per raggiungere l’Europa. “Se non capisci la lingua del posto in cui ti trovi, le difficoltà aumentano. Cercare un lavoro, trovare un amico… ogni cosa diventa complicata. Poi sono venuto qui e tutto è cambiato. Mi sono sentito finalmente accolto”.
Faizah, invece, nel 2015 è andata via dal Camerun. La ragazza sorride e annuisce alle parole del giovane intanto che saluta Vladimir, un uomo alto e magro di origini ucraine. “Beh, ora posso fare la guida. Ci vediamo dopo!” esclama Ibrahim, che con un cenno chiede di seguirlo. Apre un cancello, e ci invita ad entrare in una delle più popolose occupazioni romane.

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E’ il mese di aprile del 2013 quando lo “Tsunami Tour”- campagna lanciata dai movimenti per il diritto all’abitare contro sfratti e sgomberi – porta centinaia di persone a riappropriarsi di strutture fino a quel momento rimaste abbandonate. “L’onda anomala” travolge buona parte dei quartieri della città, restituendo alla collettività nuovi spazi abitativi e di aggregazione sociale. Il “mare moto” delle occupazioni investe pure Tor Marancia, rione nell’VIII Municipio di Roma, poco distante da una delle arterie più trafficate della Capitale, la Cristoforo Colombo. In questa zona a sud della metropoli, il movimento entra nella vecchia sede della Regione Lazio. Nasce così l’occupazione di Viale del Caravaggio, che da luogo disabitato si trasforma in una casa per almeno quattrocento persone.

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La vita dentro al Caravaggio

Nelle stanze un tempo arredate da sedie girevoli e scrivanie, oggi ci sono dei piccoli appartamenti. I corridoi, bui e grigi, adesso hanno un aspetto meno spento. Piante da interni, porte addobbate con ghirlande, fiori profumati ravvivano gli spazi di questa “grande abitazione”. All’ingresso di ogni piano c’è un cartello su cui sono appuntante le regole di autogestione e di convivenza della comunità. Le lavatrici, le pulizie degli ambienti comuni e dei bagni sono scandite dai turni. Tutto ha un ordine ben preciso in questo enorme edificio.
Qui condividiamo ogni cosa e ci organizziamo in base ai vari impegni. Dare un aiuto ai migranti, sostenere una famiglia sotto sgombero..” spiega Anna, 69 anni, che dopo aver lavorato per quarant’anni a Milano ha fatto ritorno a Roma, la sua città d’origine. E continua: “Tutte le settimane si tiene l’assemblea del coordinamento a cui può prendere parte qualunque persona che abiti in occupazione. La sera dopo, ognuno riporta nel proprio spazio cosa è stato. Si discute e si decide insieme come partecipare alle diverse iniziative. E’ un momento molto importante, per questo è richiesta la massima partecipazione di chi ci vive”.
Al Caravaggio, nulla è lasciato al caso. Ogni aspetto è oggetto di una particolare attenzione, soprattutto i rapporti tra le persone.
Nel palazzo convivono culture diverse– prosegue Anna – antirazzismo e antisessismo sono i valori da rispettare. Chi fa violenza su donne e bambini, è prepotente, viene sbattuto fuori all’istante”.

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Da un appartamento si sente una voce cantare sulle note di una canzone sudamericana. Il suono della melodia si mescola alle grida squillanti dei bambini che giocano in fondo al corridoio. In una delle sale più ampie e luminose dello stabile, c’è una stanza dedicata al gioco e allo studio. Bambole e peluches riempiono gli stendibiancheria. Tra i tavolini stracolmi di pennarelli e fogli disegnati, un ragazzino svolge i compiti per il giorno dopo. E’ Cristobal, il figlio di Adela, una mamma single giunta in Italia dall’Argentina. “Non riuscivo più a pagare l’affitto ed ero sola con un bambino”, racconta la giovane. “Grazie ad alcuni amici ho saputo di Caravaggio. Ho trovato aiuto reciproco e mi sono sentita meno sola. Fuori da qui, non avrei saputo cosa fare” conclude la ragazza.
A giugno dello scorso anno l’Istat ha pubblicato il Rapporto sulla povertà, che traccia una drammatica mappa delle condizioni economiche in cui versa l’Italia. E insieme al Mezzogiorno, i tassi più alti di impoverimento si registrano nelle aree metropolitane del Paese. Le statistiche stimano come dal Nord al Sud dello Stivale 5 milioni di persone siano costrette a una vita costellata da indigenza e precarietà. A pagare il prezzo più alto, presentato da redditi miseri, sono principalmente famiglie e minori. I dati Istat, infatti, indicano come il quadro peggiori nel caso delle 236 mila famiglie monogenitoriali, inghiottite nel buco nero della povertà assoluta.

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Domani torno a lavorare”, mormora Ibrahim guardando il display del telefono. “Cameriere, facchino, aiuto cuoco, muratore.. ho provato qualunque tipo mansione. Di solito guadagno 700 euro al mese. Se tutto va bene riesco a racimolare anche 900 euro… Ma non ho uno stipendio fisso, purtroppo. E nemmeno sufficiente, a dire il vero. Non potrei mai pagare un affitto”. Secondo quanto stimato da un’indagine di Solo Affitti, il costo medio del canone per un appartamento, a Roma, si attesta sugli 897 euro mensili. Una cifra insostenibile se pensiamo come il 41,1% delle famiglie percepisca un reddito annuo compreso tra 0 e 15 mila euro.
Dalle scale del quarto piano scende uno dei tuttofare del Caravaggio, Giuseppe. “Ho vissuto con la mia famiglia in un’occupazione a Ostia. Avevamo fatto richiesta per la casa popolare”, racconta l’uomo. “Poi ho divorziato. Mia moglie e i miei figli, ora, abitano in un alloggio che gli è stato assegnato dal Comune di Roma”.

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Abitare nell’incertezza

Quando ho perso il lavoro, lasciando Milano mi sono trovata completamente spiazzata. Tornata a Roma, per due anni ho lavorato come badante. Era una mansione molto pesante, e quindi mi sono dovuta licenziare” dice Anna, mentre ci accoglie nel suo appartamento. Uno spazio piccolo, arredato nei dettagli e con una libreria ricca di libri di filosofia. “Nel frattempo ho trovato solo lavoretti che non mi permettevano di sostenere le spese di una casa in locazione. Un giorno, passando per il Campidoglio, mi sono fermata ad un presidio del Coordinamento Cittadino di Lotta per la casa. Non sapevo nulla delle occupazioni. Questa parola mi ricordava solo il ’68, quando occupavamo scuola”. Per un paio di anni, Anna ha vissuto insieme alla figlia in un’altra occupazione a Cinecittà. Per questioni lavorative è uscita da questa prima esperienza, iscrivendosi nuovamente nelle liste di attesa. “Nel giro di poco tempo, ho avuto un tetto a Caravaggio”.

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Nella capitale, il diritto all’abitare non è garantito. Il dossier “La povertà a Roma: un punto di vista“, pubblicato quest’anno dalla Caritas, stima come nella metropoli per 30mila famiglie il canone dell’affitto mensile sia frutto di continue preoccupazioni. “Il fenomeno ormai è grosso. Non si può più negare che esista un’emergenza abitativa”, incalza la donna. Nonostante ogni anno nelle mani di Roma Capitale tornino 650-700 case popolari, il Comune ne assegna solo 300. Un meccanismo che si blocca, portando le liste di attesa per un ottenere un alloggio popolare a crescere vertiginosamente. Stando alle ultime statistiche, a Roma ci sono attualmente 13mila persone in “stand by”, costrette a vivere in uno stato di perenne provvisorietà. Chi non arriva a fine mese ed è strozzato dai debiti, finisce in mezzo a una strada. Occupare diventa l’unica soluzione concreta rispetto a un problema fin troppo diffuso, e a cui le istituzioni rispondono con sfratti e sgomberi. Solo nel 2018, nell’area metropolitana sono state emesse 6.113 sentenze di sfratto. Il 92% delle ordinanze è stato emesso per morosità, e in 2.150 casi è stato richiesto l’intervento dell’Autorità Pubblica (fonte Caritas). In buona parte dei casi, allo sgombero non è seguita alcuna soluzione concreta.

Sebbene Cassa Depositi e Prestiti abbia ricevuto fondi pari a 980 milioni ex Gescal destinati alla tutela del diritto all’abitare, l’edilizia popolare continua ad essere perennemente in affanno.
Se non ho i soldi per pagare un affitto, dove vado?” ripete sconsolato Ibrahim.
Portando le persone a vivere sotto a un ponte– rimarca Anna – aumentano solo povertà e criminalità. Dovrebbero valorizzare le occupazioni, non trattarle come un covo di criminali”.

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Il vero degrado è l’assenza di politiche sociali

Dallo scorso giugno, a Roma è stata diramata la “circolare Salvini”. Il documento ha portato sul tavolo della Prefettura capitolina una lista che elenca 88 sgomberi da effettuare per motivi di “ordine e sicurezza”. Invocando “legalità”, Viale del Caravaggio addirittura figura tra i 22 stabili da liberare con urgenza. “Questo perché gli Armellini rivogliono il loro palazzo..” fanno eco gli abitanti di Tor Marancia.
Armellini è il cognome di una delle più grosse famiglie di costruttori romane, a varie riprese finita nel mirino delle inchieste giudiziarie per evasione fiscale e abusivismo edilizio. Stando a quanto indicato dalla sentenza 21347/2017 del Tribunale di Roma, il Ministero dell’Interno è obbligato a risarcire 261 mila euro al mese (a decorrere dal 2014) alla proprietà: un verdetto che regge la richiesta di liberare quanto prima la struttura, definendo “illegali” gli abitanti. Legalità. La parola “legalità”, insieme a “degrado”, è uno dei termini più gettonati dai media e da una certa politica.

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Parole, che nell’immaginario comune dichiarano illegale un essere umano; mentre portano avanti una crociata contro palazzi occupati, spazi sociali, periferie (descritte come “zone buie delle città”, quando in realtà sono abitate da chi scappa da centri divorati da turistificazione e gentrificazione), persone con esigui redditi. Ancora una volta si pensa di risolvere in chiave repressiva i problemi sociali di un Paese che affonda pezzo dopo pezzo, giorno dopo giorno.
Non ho scelto di essere normale, ho scelto di essere felice”, si legge all’entrata dell’appartamento di Joanes, un ragazzo del Senegal.
Chiediamo che venga rispettato il diritto all’abitare e al vivere insieme. Ci penso spesso – afferma Anna – se vado a vivere in un condominio, da sola, se mi sento male, chi mi sente? Qua se busso a qualcuno, di certo non sono sola. Non possono sgomberarci perché non hanno alternative”. Quale alternativa allo sgombero? Nessuna, eccetto la distruzione di quelle occupazioni che con il passare del tempo si trasformano in vere e proprie comunità. Come afferma la Caritas, nella capitale 1.200 persone sono ospitate in residence; strutture di accoglienza che gravano pesantemente sul bilancio romano.

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E allora, che fare? Fermare gli sgomberi, perché non ci sia più nessun bambino costretto a percorrere chilometri per tornare a scuola, o vada via dalla sua vecchia casa portando con sé una lunga pila di libri, come invece è accaduto in via Cardinal Capranica la scorsa estate. Perché dietro ogni sguardo degli abitanti del Caravaggio, c’è una storia di resistenza e dignità.
Cala la sera sul Caravaggio occupato, e si accendono i lampioni di una città che si appresta a fermarsi per qualche ora. Da lontano, guardando verso le finestre del grande palazzo occupato che ora si illuminano, su uno striscione si legge ancora: “La lotta per la casa si difende con coraggio, avanti Caravaggio!”
Perché domani sarà un’altra giornata di tenacia, sogni e speranze.

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