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Costituzione, alloggi di edilizia popolare (Itea) ed imperizia della politica

Di Giovanni Guarini, avvocato e socio ASGI Trentino Alto Adige

A volte ritorna in auge, così in questi giorni, il dibattito in merito alla legittimità della legge provinciale dell’agosto 2019, che ha introdotto il requisito dei 10 anni di residenza per accedere agli alloggi Itea, destinati alla parte più bisognosa della popolazione (coefficiente Icef dello 0,23%).
Colpisce che ognuno dica la sua, come se la nuova disciplina fosse una novità esclusiva nel panorama nazionale ed europeo. La memoria si appanna dinanzi al ricordo di analoghe vicende, transitate dinanzi alla Corte Costituzionale. Eppure, è trascorso poco più di un lustro da quell’11 giugno 2014 in cui la Consulta dichiarò incostituzionale la legge della Regione Valle d’Aosta che subordinava, senza distinzione di nazionalità, l’accesso agli alloggi alla residenza di 8 anni.
Molte altre pronunce del Giudice delle Leggi vi furono, tutte dello stesso tenore. Così la 172/13 che ha ritenuto illegittimo il requisito di residenza triennale per un assegno di cura, la sentenza 222/13 che dichiara illegittimo il requisito di 24 mesi nella regione per una prestazione di contrasto alla povertà e per un assegno per il diritto allo studio e soprattutto la sentenza 166/18, quest’ultima dichiara incostituzionale proprio il fondo di sostegno alla locazione e un requisito di residenza in parte identico a quello in esame (10 anni sul territorio nazionale o 5 nel territorio regionale).

Nella giurisprudenza costituzionale le uniche finalità riconosciute legittime per quanto riguarda la limitazione nell’accesso all’alloggio pubblico sono quelle di «evitare che detti alloggi siano assegnati a persone che, non avendo ancora un legame sufficientemente stabile con il territorio, possano poi rinunciare ad abitarvi, rendendoli inutilizzabili per altri che ne avrebbero diritto», tuttavia la previsione di un requisito di residenza di 8 anni è stato ritenuto palesemente sproporzionato allo scopo dalla Corte.

Ma perché la Corte Costituzionale ritiene contrastante con il principio di uguaglianza tali norme se sono previste in modo indifferenziato per tutti: italiani e stranieri? Perché rispettano solo formalmente il principio di parità di trattamento, ma nella sostanza sono discriminatorie, usando i termini della Corte: «determinano un’irragionevole discriminazione nei confronti dei cittadini di Paesi terzi… li pone in una condizione di inevitabile svantaggio in particolare rispetto alla comunità regionale, ma anche rispetto agli stessi cittadini italiani». Ed in effetti, secondo i dati ISTAT, gli stranieri in Italia all’1.1.2009 erano 3.891.000 a fronte di 5.255.000 al 1.1.2019 con la conseguenza che 1.364.000 stranieri non hanno il requisito di residenza decennale, cioè una quota pari al 25,9 % del totale di stranieri attualmente residenti in Italia.

Quanto agli italiani, i residenti di cittadinanza italiana erano al 1° gennaio 2009 56.154.000 (60.045.000 – 3.891.000 stranieri) e al gennaio 2019 erano in numero inferiore, cioè 55.104.000 (60.359.000 – 5.255.000) con la conseguenza, peraltro intuitiva, che non vi sono cittadini che non posseggano il requisito della residenza decennale sul territorio nazionale.
E’ dunque di tutta evidenza che siamo in presenza di un criterio che, sebbene previsto per la generalità dei richiedenti, esclude più di uno straniero ogni quattro, mentre non esclude nessun richiedente italiano.

Insomma, le sentenze citate ci dicono che queste norme non favoriscono di certo lo spirito di una comunità, ma sono discriminatorie e quindi spezzano il vincolo di solidarietà fra le fasce più povere della popolazione, che vengono poste in competizione sui bisogni essenziali senza avere armi alla pari.
La questione si pone anche e con maggior rilievo per l’accesso all’assegno unico provinciale, vero e proprio strumento di contrasto alla povertà (qui l’indicatore icef richiesto per accedervi è inferiore a 0,16). Anche qui la Legge Provinciale del febbraio 2019 ha richiesto il requisito di residenza decennale per accedervi.

Insomma, operando nel modo menzionato non vi è un ampliamento del welfare trentino, le cui risorse rimangono inalterate, ma semplicemente una restrizione della platea dei beneficiari non fondato su requisiti reddituali, ma discriminatori.
La cosa che più lascia attoniti, tuttavia, è la superficialità degli amministratori nell’adottare disposizioni normative di portata così dirompente senza aver previamente ed adeguatamente valutato la compatibilità con i principi fondamentali dello Stato di diritto, tanto più ove vi possa essere il rischio di richieste risarcitorie avanzate da soggetti illegittimamente esclusi.
In altri settori si parlerebbe di imperizia, che si realizza quando un soggetto agisce senza il rispetto delle regole tecniche della materia per incapacità od inettitudine professionale, ma in politica spesso la traduzione è: «ottima capacità di comunicazione».