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La caccia europea ai trafficanti del Sahara

Giacomo Zandonini, Privacy International - 28 gennaio 2020

Un ufficiale della polizia di frontiera siede alla scrivania di uno dei posti di controllo per quelli che cercano di superare la frontiera, nel posto di frontiera di Makalondi, al confine tra il Niger e il Burkina-Faso. Foto di Francesco Bellina

Era una sera tranquilla ad Agadez, una vivace città sahariana al centro del Niger. Il trentacinquenne Agali Ahmed stava sorseggiando del tè a casa di un amico, come faceva spesso, quando ha ricevuto un messaggio: la polizia era a casa di suo zio. Quando è arrivato lì, Ahmed ha visto degli uomini in abiti civili in piedi nei pressi del cancello dell’edificio. Dentro, altri uomini stavano perquisendo l’appartamento. Tre uomini bianchi, che Ahmed ha ipotizzato fossero spagnoli, hanno chiesto il suo telefono e hanno iniziato a scattargli delle foto. Gli hanno detto di seguirlo. Ancor prima di realizzare ciò che stava accadendo, si è ritrovato nel sedile posteriore di un pickup Toyota, ammanettato e bendato.

Così è come mi hanno portato a Niamey, con un viaggio di 24 ore senza cibo”, racconta Ahmed. La sua famiglia è andata immediatamente alla gendarmeria locale. “Hanno detto loro che ero stato rapito, perché questo è quello che è stato, un sequestro, non un arresto”, ha affermato con rabbia quando ci siamo incontrati, settimane dopo il suo rilascio.

Una volta a Niamey, la capitale del Niger, ha realizzato che anche suo zio era stato portato lì con un’altra auto. Per undici giorni, sono stati tenuti sotto stretta sorveglianza in una cella dell’unità antiterrorismo della polizia. “Ci hanno ammanettato e bendato anche per andare in bagno: mi sono sentito come se fossi un jihadista, anche se non ho mai ucciso, rubato o venduto droga”, dichiara Ahmed.
Solo quando è stato trasferito in prigione, dopo un lungo interrogatorio, ha realizzato che era stato accusato di traffico di migranti, un reato introdotto in Niger nel 2015, sotto la forte pressione europea. Oltre a questo era anche accusato di essere parte di un’organizzazione criminale.

Il telefono di mio zio era sotto controllo, ecco perché mi hanno preso”, ha detto Ahmed, che prima trasportava migranti in Libia, ma che ha dichiarato di aver smesso diversi mesi prima, dopo aver rischiato la vita su un percorso fuori mano per evitare di essere scoperto. Al momento dell’arresto, ha dichiarato, stava lavorando per una ONG locale.

Nella prigione di Niamey, Ahmed ha incontrato altre persone, alcune delle quali conosceva da Agadez. Tra di loro c’erano trafficanti e intermediari come Abdallah ‘Malohiya’ e Alhagie Gambo i quali, insieme a suo zio Ajja Al-Jouma, meglio conosciuto come ‘Oga Bouzou’ – il ‘boss Tuareg’ in lingua Hausa – erano alcuni degli attori più conosciuti nel business, un tempo fiorente, dei migranti.

Tra ottobre e novembre 2018, nell’arco di poche settimane, almeno dieci persone considerate criminali di alto profilo sono state arrestate ad Agadez e Zinder, una città nel sud del Niger sulla rotta trafficata che connette la Nigeria ad Agadez.

L’operazione è stata presentata come uno dei maggiori successi del team investigativo congiunto finanziato dall’Unione Europea, volto a contrastare le reti dei trafficanti in un Paese chiave per i movimenti migratori che dall’Africa occidentale si dirigono verso la Libia, l’Algeria ed, eventualmente, l’Europa.

Pochi anni prima, mentre il ruolo della Libia come zona cuscinetto per contenere i migranti potenzialmente diretti in Europa – attraverso l’Italia – era minacciato dalla fine drammatica del regime ferreo di Muammar Gaddafi, la Commissione europea aveva cominciato a pianificare la sua azione a sud del Sahara.

Il Niger, un Paese di transito per i cittadini di Paesi costieri più ricchi – come Senegal, il Gambia, Costa d’Avorio, Guinea o Nigeria – diretti verso il Maghreb, era un partner ideale per questo progetto. E Agadez – o, come i media internazionali l’hanno presto etichettata, “il crocevia”, “il piano girevole”, “l’hub dei trafficanti” – è il posto giusto per “smantellare le reti dei trafficanti” (lo slogan preferito di molti leader europei) che trasportano le persone attraverso il deserto.

Per il governo nigerino, questa era un’opportunità unica per rafforzare la sua legittimità e attirare finanziamenti che avevano cominciato a riversarsi subito dopo il summit EU-Africa tenutosi a novembre 2015 a La Valletta, Malta.

FIIAPP: dalla cooperazione alla gestione della sicurezza – lo stile spagnolo

Guidato dalla Fundación Internacional y para Iberoamérica de Administración y Políticas Pública (FIIAPP), un ramo della cooperazione internazionale spagnola, il team investigativo congiunto è solo uno dei 12 progetti finanziati dal 2015 in Niger attraverso il fondo fiduciario europeo per l’Africa. Questo ha ricevuto un contributo iniziale di 6 milioni di euro, rinnovato fino al 2021 con altri 5.5 milioni. Sono stati destinati al Niger un totale di 253 milioni di euro, mischiando lo sviluppo locale con l’irrigidimento delle frontiere, la sicurezza con gli aiuti umanitari. Dei 26 Paesi toccati dal fondo, solo la Libia ha ricevuto più soldi.

L’idea dietro questo progetto è semplice: tre agenti di polizia spagnoli e tre agenti di polizia francesi supportano 12 colleghi nigerini per indagare e perseguire le reti dei trafficanti. Tecnologie come attrezzature per le intercettazioni telefoniche e mappe GPS vanno di pari passo con l’azione di consulenza e supervisione.

Il lancio del progetto, nel dicembre 2016, è coinciso con una pressione crescente sugli attori del traffico ad Agadez. Autisti ed intermediari trovati con passeggeri stranieri sono stati arrestati. Il team supportato dall’Europa ha contribuito alla maggior parte di questi arresti. Nell’estate del 2019, FIIAPP ha riportato che sono state smantellate 59 reti, arrestate 246 persone e sequestrati 57 veicoli, per lo più pickup.

L’operazione Autunno 2018 è stata considerata l’apice di una stagione fortunata. Subito dopo, un comunicato stampa della polizia spagnola ha riferito che “erano stati arrestati i due principali trafficanti di Agadez e Zinder” senza farne però i nomi. Mesi di intercettazioni e rogatorie per ottenere informazioni bancarie in Nigeria, hanno dimostrato che i due trafficanti avevano un giro d’affari di circa 250.000 euro all’anno.

Al momento della pubblicazione, né la polizia spagnola né la delegazione UE in Niger ha risposto alle richieste di informazioni in merito all’equipaggiamento acquistato attraverso i fondi europei e i risultati del lavoro investigativo. Comunque, secondo una nota del Ministro degli Interni spagnolo del 2019 “la squadra investigativa congiunta detiene un ruolo centrale nel frenare l’immigrazione clandestina verso l’Europa lungo la cosiddetta rotta nigerina”.

I media locali, d’altra parte, hanno mostrato poco interesse. Un ex trafficante ha affermato che “persone come Abdallah Malohiya e ‘Oga Bouzou’ erano troppo conosciuti perché la gente sparlasse di loro”. Grazie ai loro legami politici, ha spiegato, avevano campo libero nel trasferire stranieri dentro e fuori Agadez, usando sistemi di corruzione consolidati.

Mentre molti di noi avevano lasciato il lavoro, loro erano gli unici a continuare, anche gli agenti di sicurezza li avrebbero fatti passare”, ha detto l’uomo. Ajja Al-Jouma, ha aggiunto, era conosciuto per essere “quello che portava le ragazze nigeriane, quelle che diventavano prostitute”.

Difatti, il suo arresto è stato un vero colpo per il mercato dell’immigrazione di Agadez, incentrato sulla gestione dei ghetti – strutture di accoglienza informali per alloggiare i viaggiatori – e dei servizi di trasporto attraverso il Sahara in direzione della Libia e dell’Algeria. Un’attività in cui i contatti erano cruciali. E i sospettati del 2018, ha detto il loro ex collega, avevano i contatti giusti: intermediari, procacciatori, pubblici ufficiali, miliziani tra Nigeria, Libia e altre città nigerine.

I “regali” dell’Europa alle forze di sicurezza del Niger

Strumenti investigativi donati alla polizia nigerina, come sistemi per localizzare i cellulari e per intercettazioni, si sono rivelati essenziali per raccogliere informazioni sulle reti del traffico e dei loro attori e per effettuare le operazioni.

Questo equipaggiamento, tuttavia, è solo una piccola parte delle donazioni europee alle forze di sicurezza del Niger, concentrate nel migliorare i controlli alla frontiera. Nel 2017, la Germania ha offerto dozzine di veicoli alla polizia di frontiera del Paese.

Negli ultimi tre anni, attraverso il Gruppo d’azione rapida nel Sahel – un altro progetto finanziato dall’UE e gestito dal FIIAPP – la gendarmeria nigerina ha ricevuto dieci autocarri e tre mezzi blindati progettati per l’installazione di armi, in più droni di sorveglianza, quad e moto. La Commissione europea ha rifiutato di divulgare informazioni sugli equipaggiamenti forniti a una nuova compagnia mobile per il controllo delle frontiere, istituita con fondi tedeschi e olandesi e inaugurata nel 2019.

Oltre a supportare le operazioni delle forze di sicurezza di frontiera, i donatori europei hanno creato anche un sistema di raccolta dati. Il Migrant Information and Data Analysis System, un database sull’immigrazione parzialmente finanziato dall’UE e installato alle frontiere del Paese, nel prossimo futuro potrebbe interagire con il West Africa Police Information System, un database sui crimini finanziato da Bruxelles per raccogliere e condividere informazioni biometriche in 17 paesi dell’Africa occidentale. Frontex, l’agenzia della guardia di frontiera sarà in grado di analizzare una parte di queste informazioni.

Mentre la polizia spagnola potrebbe aver esagerato dichiarando che “nessun veicolo potrebbe lasciare Agadez senza il consenso dei trafficanti arrestati”, non c’è dubbio che Al-Jouma, Malohiya e Gambo fossero gli attori principali in un business che, secondo il consiglio regionale di Agadez, produceva ogni anno circa 90 milioni di euro di introiti nella regione.

Con questo arresto, tutte le grandi reti di Agadez sono state smantellate”, ha dichiarato Seiny Saidou, il principale procuratore della città.

Ma era davvero questo il caso?

Come dimostra questo caso, i sogni europei di controllare gli spostamenti delle persone potrebbe scontrarsi con le realtà locali. Infatti, nonostante le accuse che potrebbero portare a pene detentive più lunghe, nove dei sospettati – incluso Agali Ahmed – sono stati rilasciati tra ottobre e novembre 2019, solo un anno dopo l’arresto.

Conseguenze inaspettate

Ahmed, che descrive se stesso come un pesce piccolo che ha pagato un prezzo ingiusto per i suoi contatti, sta provando a ricostruire la sua vita in un mondo dove, lui dice, “i contatti sono tutto, anche quando stai cercando un lavoro decente”. I tre ex boss del traffico ad Agadez, d’altra parte, probabilmente devono soltanto dare nuova forma alla loro precedente attività redditizia.

Potrebbe essere vero che “adesso i trafficanti hanno paura dei nostri dispositivi tecnologici”, come ci ha detto vantandosi un ufficiale di polizia ad Agadez. Tuttavia, come ci ha raccontato un ex trafficante, “quelli che hanno preso il posto di Malohiya e dei suoi colleghi, per lo più stranieri, prestano molta attenzione alle loro comunicazioni: usano delle SIM card straniere, cambiano telefono e posizione costantemente”.

Considerato il contesto fragile e la costante richiesta dei servizi dei trafficanti, combattere i trafficanti nel Sahara come se fossero un gruppo mafioso potrebbe non funzionare.

Come sottolineato da un recente rapporto dell’International Crisis Group, se “distruggere i trafficanti nel Sahel è fortemente necessario per i governi europei, prendere ulteriori misure aggressive per farlo potrebbe sconvolgere le misure di gestione dei conflitti” nella vasta area di Agadez, che è stata sede di due ribellioni armate negli ultimi trenta anni. Gli interventi europei, aggiunge la pubblicazione, “dovrebbero minimizzare i rischi che gli sforzi per frenare la migrazione e la militanza islamista destabilizzino il Niger e potenzialmente alimentino le dinamiche che vorrebbero contrastare”.

Pur esponendo un lato delle politiche multilivello europee e nigerine per contrastare il traffico di esseri umani, dall’altro il caso di Malohiya, Gambo, Al-Jouma e Ahmed, mostra i limiti di un approccio repressivo. “Gli europei hanno spinto per arrestarli e dopo pochi mesi i procuratori nigerini hanno steso il tappeto rosso”, ha dichiarato all’autore di questo pezzo un ufficiale della Corte di giustizia centrale del Niger.

Nel frattempo, i migranti continuano ad arrivare ad Agadez per raggiungere la Libia e l’Algeria, attraverso rotte secondarie. “Mentre molti autisti e gestori dei ghetti hanno lasciato il lavoro per il timore di essere arrestati, altri si sono riorganizzati: anche se non sono scoperti, i migranti continuano a passare”, ha detto un ex trafficante.

Per Ahmed, questo è solo un vecchio ricordo. Come altri ex colleghi gira per le strade di Agadez per trovare un nuovo lavoro, mentre lotta per superare uno strisciante senso di ingiustizia.