Le espulsioni di migranti in Francia si fanno più brutali

Le associazioni denunciano: una politica di espulsioni e deportazioni senza limiti

Come riportano i dati del Ministero dell’Interno francese pubblicati il 21 gennaio 2020, nel corso del 2019 sono state registrate all’OFPRA (Office français de protection des réfugiés et apatrides) 132.614 domande di asilo (numero che include anche le richieste dei minori non accompagnati), di cui 123.530 prime domande e 9.084 riesami di domande precedenti.

I primi paesi di origine dei richiedenti sono stati l’Afghanistan, seguito da Guinea, Georgia e Albania.
Se si è assistito ad un aumento delle richieste di protezione internazionale rispetto al 2018 (+7,3%), di pari passo sono aumentati anche gli allontanamenti dal territorio francese (+ 3,7%). Ad accrescere sensibilmente sono state soprattutto le espulsioni forzate, che nel 2019 hanno toccato un valore di +20,6% rispetto all’anno precedente.

Source : MI - DCPAF
Source : MI – DCPAF

Aldilà dei numeri, quello che colpisce è la brutalità delle procedure di deportazione a danno dei migranti; respingimenti di gruppo o rimpatri forzati verso paesi non sicuri, pratiche che violano i diritti umani ed in particolare il divieto di espulsioni collettive contenuto nel Protocollo 4 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e il principio fondamentale del non- refoulement sancito nell’art. 33 della Convenzione di Ginevra.

In questo quadro si inserisce la notizia del rimpatrio, Il 28 gennaio 2020, di 31 persone, 8 famiglie di origine albanese, allontanate da Tolosa e deportate a Tirana con un aereo noleggiato dall’agenzia europea di controllo delle frontiere Frontex.

Le persone coinvolte non sono riuscite ad ottenere l’asilo politico poiché non hanno potuto dimostrare di essere in pericolo nel loro paese, come accade per circa 80% dei richiedenti provenienti dall’Albania.

Nonostante ciò le famiglie erano ben integrate in Francia, dove vivevano già da qualche anno prima di ricevere l’OQTF (“obligation de quitter la France“, l’ordine di espulsione), come testimonia Florina, madre di 30 anni incinta che è stata separata da sua figlia e suo marito, entrambi deportati in Albania mentre lei si trovava in ospedale: “Siamo ben integrati, accompagno mia figlia alle gite scolastiche. Lei va a danza il mercoledì e mio marito aveva appena ricevuto una promessa di assunzione ai macelli”.

Il rimpatrio forzato è stato eseguito in modo brusco ed affrettato, le famiglie sono state separate, e non sono state prese misure per evitare che la procedura si rivelasse traumatica per i bambini, che sono stati prelevati davanti ai loro compagni di scuola per procedere con l’espulsione il più velocemente possibile.

La gendarmeria ha accompagnato il papà all’uscita della scuola materna frequentata dalla loro piccola figlia Amelia” testimonia Patricia Grime dell’Associazione Educazione senza frontiere (RESF 48) In riferimento al caso di Florina.

Questo non si configura come un episodio isolato, ma piuttosto come il caso più recente di espulsioni collettive attuate dal governo francese già dallo scorso anno, che hanno interessato in particolare cittadini georgiani le cui domande di asilo erano state respinte dall’Ufficio francese per la protezione dei rifugiati e degli apolidi (OFRA) ma erano ancora in esame dinanzi al Tribunale Nazionale di Diritto di Asilo (CNDA).

Le espulsioni in Francia hanno colpito però anche richiedenti asilo di altre nazionalità, e a tal proposito interessante è la testimonianza di Cimade, storica associazione francese a sostegno delle persone migranti, che in un articolo del 6 febbraio riporta che nei CRA (Centri di detenzione amministrativa) in cui opera sono state registrate nel corso del 2019 diverse espulsioni verso paesi riconosciuti “non sicuri” a livello internazionale: 5 verso il Sudan, 4 verso l’Afghanistan, 2 per l’Iraq, 2 per l’Iran e 1 verso l’Eritrea.

L’episodio dell’Eritrea è molto significativo; la Francia aveva infatti vietato precedenti espulsioni verso il paese perché giudicato troppo repressivo.

Ma la pratica del rimpatrio verso paesi non sicuri non si è esaurita con la fine del 2019. A gennaio di quest’anno un uomo sudanese è stato deportato dopo essere stato detenuto per 90 giorni nel CRA di Mesnil-Amelot mentre era in attesa di udienza dinanzi al Tribunale nazionale per i diritti umani, e nello stesso CRA una giovane donna di 19 anni è stata trattenuta ed ha rischiato di essere rispedita in Afghanistan nonostante suo marito e suo figlio vivessero in Germania, paese dove intendeva avanzare richiesta di protezione internazionale.

La giovane, che poi ha dovuto presentare domanda di asilo presso il CRA di Mesnil-Amelot per aggirare l’espulsione: “è uscita traumatizzata da più di due settimane di privazione della libertà segnata dall’ansia di un possibile ritorno a Kabul”, denuncia Cimade.

Il terzo caso riguarda un altro giovane sudanese, che ha rischiato il rimpatrio sotto la copertura del regolamento Dublino dopo essere stato trattenuto in Francia, nel CRA di Bordeaux, senza possibilità di ricevere udienza dinanzi al giudice delle libertà e della detenzione, ed essere stato successivamente inviato in Germania dove era già pronto per lui un ordine di espulsione per il Sudan.

Quello che emerge dai casi citati è un quadro tutt’altro che consolante; la sensazione è infatti quella che il governo francese sia intenzionato a procedere seguendo questa direttrice e aumentando il numero dei procedimenti di espulsione: “Queste tre situazioni sono indicative dell’attuale politica dell’amministrazione francese, forte e cieca nel suo desiderio di fare numeri”, sostiene Cimade.

E aggiunge che: “Se questa politica fa riflettere, la sua attuazione da parte dell’amministrazione è responsabilità del Ministero dell’Interno, sia a monte di queste espulsioni, per l’assenza di istruzioni date ai Prefetti per vietarle, sia a valle, quando questo stesso ministero non pone fine a ciò quando viene informato direttamente di queste gravi situazioni”.