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Lesvos: un’isola di detenzione

Il report del legal team, campagna Lesvos calling

Photo credit: Massimo Sormonta, progetto SenzaConfini (Campo di Moria, Lesvos - dicembre 2019)

I primi di gennaio, nell’isola di Lesbo, siamo stati di nuovo testimoni diretti delle politiche discriminatorie e di violazione dei più elementari diritti umani verso le persone che migrano forzatamente dai propri Paesi in cerca di una vita migliore e più sicura nella fortezza Europa.

Già dal 2016, dopo il memorandum con la Turchia, meglio conosciuto come Accordo UE-Turchia del 18 marzo 2016 e successivamente con l’istituzione del Sistema Hostpot, la Grecia è stata al centro del dibattito pubblico in materia di immigrazione e da quel momento in poi sfruttata come laboratorio sperimentale delle politiche in materia di asilo e protezione in ambito europeo ed in particolare per l’Italia.

A novembre 2019 il nuovo Governo greco, la destra guidata da K. Mitsotakis, ha promulgato la nuova legge sull’immigrazione entrata di fatto in vigore proprio dal 1° gennaio 2020.

Con un ulteriore giro di vite così la Grecia inasprisce le condizioni dei migranti arrivati sull’isola di Lesbo dopo aver attraversato la Turchia, partendo principalmente da Afghanistan, Iran e Siria, ma anche dal Congo, dal Camerun, dalla Somalia e dal Sudan. Irrigidisce l’accesso alla procedura di richiesta protezione internazionale. Progetta di costruire un’isola ghetto in cui l’unico luogo di accoglienza diviene un unico grande centro chiuso. Modifica il concetto di categorie vulnerabili e ne viola il diritto fondamentale alla tutela.

Nel sud dell’isola di Lesbo, vicino alla città di Mitylene, sorge il campo di Moria, il più grande campo profughi d’Europa oggi, un RIC (Reception and Identification Centre), quindi un campo istituzionale, pensato per l’accoglienza di richiedenti asilo (r.a.) fino alla conclusione della procedura di asilo.

Questo campo, con la capienza originaria di circa 2.500 persone, ne contiene oggi circa 23mila, soprattutto famiglie con diversi bambini piccoli, donne anche in stato di gravidanza e membri della famiglia più anziani, tutti accampati intorno al campo originario, nella jungle.

Questo nome è davvero indicativo della situazione in cui tutti sono costretti a vivere, colline di uliveti secolari per la maggior parte abbattuti per poter costruirsi delle capanne e per scaldarsi davanti ad un fuoco. In una situazione di disagio e precarietà disarmanti, senza acqua calda, né elettricità, in una cittadina improvvisata dove è fin troppo facile andar fuori di testa con un cocktail di alcol, droghe e psicofarmaci, e alta la probabilità di morire di freddo o per risse improvvisate.

A Moria arrivano le persone transitate per il transit camp a nord dell’isola, nei pressi di Skala Sykaminea, e che hanno dichiarato di voler fare domanda di protezione internazionale. Questo colloquio per capire la volontà di fare richiesta di asilo lo conduce l’Agenzia Frontex appena dopo lo sbarco; dopo circa un giorno all’interno del transit camp tutte le persone vengono condotte, su pullman della polizia, al Campo di Moria dove formalizzeranno la richiesta di protezione internazionale registrando le proprie impronte digitali nell’ufficio di polizia all’interno del Campo.

Per legge tutte le persone entrate illegalmente sul territorio greco vengono detenute all’interno del detention camp i primi 3 giorni fino ad un massimo di 25 giorni. Anche quest’area dedicata alla detenzione si trova all’interno della struttura originaria del RIC di Moria. Una zona delimitata da altro filo spinato, telecamere di sorveglianza e postazione per la polizia di guardia ad ogni angolo. Una vera e propria prigione all’interno dell’Hotspot di Lesbo.

Photo credit: Massimo Sormonta, progetto SenzaConfini (Campo di Moria, Lesvos - dicembre 2019)
Photo credit: Massimo Sormonta, progetto SenzaConfini (Campo di Moria, Lesvos – dicembre 2019)

Comunque oltre questa “categoria” di persone, possono essere messe in detenzione anche le persone che hanno ottenuto una risposta negativa sia dal greek Asylum Service (gAS), sia in ricorso dall’Appeal Committe, o persone considerate a serio rischio di fuga e quelle che non hanno rinnovato entro la scadenza il proprio Permesso di Soggiorno (PdS).

Per questi ultimi c’è anche la sospensione della procedura di asilo a meno che non riescano a dimostrare che tale mancanza non è dipesa direttamente da loro.

Il Sistema Hotspot così pensato obbliga tutte le persone entrate in Europa attraverso questo confine a rientrare in quella che viene definita la Border Procedure, ossia sono costrette dalla “restrizione geografica” a rimanere sull’isola fino alla fine della procedura e in caso spostarsi sulla main land solo dopo l’ottenimento di una protezione (la white card, il PdS definitivo con la definizione del proprio status). Questa procedura è per tutti, eccetto le persone appartenenti alla categoria dei vulnerabili (prima del 1 gennaio 2020):
– persone con disabilità fisiche;
– donne in stato di gravidanza sole;
– anziani con età superiore ai 65 anni;
– persone con PTSD;
– MSNA;
– persone con una qualsiasi disabilità psichica certificata da un medico (questione molto problematica in una situazione di disagio e privazione come quella nel Campo di Moria).

Dopo il 1 gennaio 2020 le persone affette da PTSD e i MSNA con età uguale o superiore ai 15 anni non sono considerate appartenenti alla categoria dei vulnerabili e quindi non trasferibili nella parte continentale della Grecia, nello specifico Atene, e non avranno diritto ad entrare in strutte più organizzate e con maggiori servizi.

Una volta arrivate al campo, registrate e formalizzata la richiesta di protezione internazionale, le persone vengono abbandonate a se stesse, conferendole un numero identificativo che permette di poter accedere a quei pochi servizi all’interno della parte originaria del Campo: file per ricevere del cibo per colazione, pranzo e cena – razioni davvero insufficienti per chiunque e di scarsissima qualità – e file per potersi fare una doccia (file anche di 3-4 settimane). Questo anche per le persone costrette a vivere nella jungle. Di fatto il Campo di Moria riconosce la sua insufficienza di posti e “accoglie” e distribuisce questi pochi servizi anche a coloro che non rientrano nel numero degli abitanti dei container all’interno del muro di Moria.

Qui le persone vivono in attesa e in costante stato d’ansia e paura. Senza poter vedere un medico perché quelli che ci sono assolutamente insufficienti, e spesso visitano solo i bambini molto piccoli e con patologie croniche gravi.

Photo credit: Massimo Sormonta, progetto SenzaConfini (Campo di Moria, Lesvos - dicembre 2019)
Photo credit: Massimo Sormonta, progetto SenzaConfini (Campo di Moria, Lesvos – dicembre 2019)

Attendono l’appuntamento con l’Agenzia dell’EASO che conduce la pre-audition, un po’ quello che fa la nostra Commissione Territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale (CT). L’EASO indaga sulla storia personale del r.a., conduce ricerche COI (Country of Origin Information) ed emette un parere non vincolante in merito al riconoscimento o meno della protezione.

Questo parere viene trasmesso al gAS che in rarissimi casi modifica il parere ed emette un decreto definitivo senza risentire il r.a. Una volta emesso il decreto, il gAS dovrebbe convocare il r.a. per comunicargli la decisione e in caso fornire le informazioni utili ad un ricorso all’Appeal Committe.

Abbiamo avuto testimonianze del fatto che questa informativa non viene fatta e alle volte non viene neppure comunicata la decisione finale del gAS, così i r.a. si trovano in una situazione di totale ignoranza, in balia dei controlli della polizia che se li trova privi di un documento valido li mette nel detention-camp.

Da quando il r.a. riceve il decreto di diniego dal gAS, in base alla nuova normativa, ha a disposizione 5 giorni per poter fare ricorso all’Appeal Committe. Vuol dire che in 5 giorni dovrebbe sapere la risposta, trovare un avvocato (che non può entrare all’interno del detention-camp a meno che non abbia già una procura in mano o non sia un avvocato dell’UNHCR) e con lui preparare un ricorso da depositare entro i tempi. Inoltre, e questo è stato introdotto anche per alcuni casi nella procedura accelerata italiana, bisogna chiedere separatamente l’effetto sospensivo del decreto di espulsione che ha fatto sì che il r.a. fosse messo in detenzione.
La sospensiva, prima diretta al momento del ricorso, ora deve essere motivata e il Giudice può anche non accordarla. In caso positivo, comunque, il r.a. ha diritto di rimanere legalmente in territorio greco solo fino all’audizione davanti alla Commissione di Appello, ma non fino alla sua pronuncia.

Terminata la procedura, in caso di risposta negativa anche in sede di ricorso, ogni r.a. ha comunque, dopo 60 giorni dalla chiusura della prima procedura, il diritto di fare una domanda reiterata, che va motivata e ne vanno evidenziate le novità sopraggiunte. Ovviamente il diritto a chiedere c’è, ma non è certo il fatto che questa nuova domanda venga accettata dal gAS.

Tutto ciò è quello che siamo stati in grado di ricostruire tramite interviste a migranti bloccati da mesi su quest’isola ghetto ed alcuni operatori sociali e legali che in qualche veste lavorano all’interno del Sistema di accoglienza e protezione nell’isola di Lesbo.

Quello che rileviamo è comunque una totale assenza ed incapacità di gestire la situazione da parte del Governo greco, che oltre a limitare l’accesso al diritto d’asilo, alla protezione e la tutela delle persone in stato di disagio sociale e vulnerabilità, emana leggi sempre più restrittive e progetta di costruire davvero un isola ghetto, un’isola di detenzione, che viola il diritto alla libera circolazione di ogni individuo, libero, che sta esercitando il diritto universale alla protezione.

In questa situazione di caos il Governo si appoggia alle numerosissime ONG che lavorano sull’isola, che fanno da progetti di inclusione sociale a quelli artistici, che cercano di garantire un’assistenza legale degna, che mettono a disposizione medici e personale sanitario.
Un lavoro immane che sopperisce a mancanze strutturali e che forse dovrebbe, nella brutalità quotidiana nella quale è immerso, sostituirsi un po’ meno e un po’ di più denunciare lo stato di cose.

#Lesvoscalling

Una campagna solidale per la libertà di movimento
Dopo il viaggio conoscitivo a ottobre 2019 a Lesvos e sulla Balkan route, per documentare e raccontare la drammatica situazione sull'isola hotspot greca e conoscere attivisti/e e volontari/e che si adoperano a sostegno delle persone migranti, è iniziata una campagna solidale lungo la rotta balcanica e le "isole confino" del mar Egeo.
Questa pagina raccoglie tutti gli articoli e il testo di promozione della campagna.
Contatti: lesvoscalling@gmail.com