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Questa isola è un carcere

Un aggiornamento dall'isola di Lesvos di Nawal Soufi, attivista indipendente

Photo credit: Massimo Sormonta, Progetto SenzaConfini (Lesvos, dicembre 2019)

“Le condizioni di questo campo sono peggiorate veramente tanto negli ultimi giorni. C’è stata una grossa strumentalizzazione da parte di chi ha in mano il potere.
Come successo in Italia, c’è una campagna elettorale legata solo ai migranti e poi un governo che ovviamente crea il nemico per poter in qualche modo far dimenticare ai locali tutti i loro problemi.
Qui i problemi sono tanti e i greci stessi hanno tanto da risolvere, ci sono grosse difficoltà economiche e quant’altro.
Tutto questo è stato esasperato da un’informazione distorta su quello che avviene nelle isole greche.
Non viene spiegato alla gente che queste persone non stanno per loro volontà nelle isole greche, non stanno per loro volontà in uno stato di prigionia per uno due-tre anni e senza la possibilità di poter andare neanche ad Atene o a Salonicco. Non sono liberi di muoversi.

Stiamo parlando di un campo che oramai ha più di ventimila persone e di un tragitto massimo che un essere umano può fare è un tragitto di sei, sette chilometri verso la città di Mitilene, solamente durante il giorno, quindi materialmente le persone che sono qui sono in carcere.
Qui nel campo avvengono uccisioni dovute a rapine. Nell’ultima manifestazione dei migranti, dopo gli scontri con la polizia che ha represso la protesta usando gas lacrimogeni nonostante la massiccia presenza di bambini, di famiglie, di donne, tante persone sono svenute e sono andate in ospedale.

In questo clima generale, in cui le strade del campo erano chiuse per le manifestazioni, si è aggiunta la strumentalizzazione della disgrazia di queste persone e questo ha fatto sì che l’estrema destra iniziasse in qualche modo a fare quello che ha sempre fatto.

Io sono stata aggredita, nella mia macchina c’erano tre rifugiati e si vedeva ovviamente che eravamo legati al campo. E’ stata una punizione per quello che noi facciamo qui e proprio ieri sera c’è stata un’altra aggressione ad un ragazzo palestinese che si era allontanato dal campo, a pochi pochi metri dal campo mentre era solo.

Purtroppo la strada del campo è molto buia, tante persone a volte la sera si ritrovano a passeggiare o vanno a prendere un amico, tante donne passeggiano nella strada del campo a volte anche solo per allontanarsi da tutto lo schifo che vivono nel campo, per allontanarsi da tutto il pericolo, le risse, i problemi, anche solo per rilassarsi un po’ e fare una camminata lontano da tutto quello che vivono tutto il giorno dalla mattina alla sera.
Adesso neanche queste passeggiate si possono più fare perché sta diventando veramente molto pericoloso.

Io ho una lunga esperienza e so distinguere tra un fascista e un locale arrabbiato.
Un locale può inveire contro di te, può insultarti, può sputarti addosso, ma c’è un limite che non viene superato.
Qui invece sono cominciate le ronde contro i migranti e le persone che le portano avanti sono giovanissimi, sono ragazzi e giovani armati di spranghe, di coltelli”.

#Lesvoscalling

Una campagna solidale per la libertà di movimento
Dopo il viaggio conoscitivo a ottobre 2019 a Lesvos e sulla Balkan route, per documentare e raccontare la drammatica situazione sull'isola hotspot greca e conoscere attivisti/e e volontari/e che si adoperano a sostegno delle persone migranti, è iniziata una campagna solidale lungo la rotta balcanica e le "isole confino" del mar Egeo.
Questa pagina raccoglie tutti gli articoli e il testo di promozione della campagna.
Contatti: lesvoscalling@gmail.com