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Tortura e trattamenti crudeli, inumani o degradanti ai danni di rifugiati e migranti in Croazia nel 2019

Il rapporto annuale di Border Violence Monitoring Network

Insieme a diverse ONG come Human Right Watch, Are You Syrious/ Centre for Peace Studies e Amnesty International, il Border Violence Monitoring Network si è impegnato a documentare, a partire dalla chiusura formale delle rotte nel 2017, i respingimenti illegali e le violenze compiute dalla polizia lungo i confini esterni europei nei Balcani occidentali.

Se i respingimenti illegali e sistematici lungo le frontiere di Croazia e Ungheria con la Serbia e la Bosnia sono ampiamente documentati, questo rapporto si focalizza sulle violenze crescenti riservate a rifugiati e migranti in territorio croato.

Analizzando i dati relativi ai respingimenti violenti avvenuti lungo il confine croato nel corso del 2019, il rapporto dimostra come la violenza sistematica delle autorità croate costituisca un chiaro ed intenzionale caso di tortura o trattamenti crudeli, inumani e degradanti. Infatti, più dell’80% dei casi raccolti nel 2019 conteneva uno o molteplici esempi di violenza indicante tortura o trattamenti crudeli, inumani e degradanti.

Focalizzandosi su 6 modelli di abusi o di cattiva condotta delle autorità croate, i casi sono riassunti e analizzati insieme all’attuale giurisprudenza nazionale ed internazionale. Il risultato è un inventario di pratiche sistematiche di tortura e trattamenti crudeli, inumani e degradanti che spaziano dalla violenza fisica (abusi, forza sproporzionata e utilizzo improprio di armi elettriche) fino alla violenza psicologica, umiliazioni, minacce (obbligo di restare nudi per un tempo illimitato o uso eccessivo delle armi da fuoco) e alla brutalità durante la detenzione e il trasporto (mancanza di servizi detentivi di base).

Poiché l’esercizio della tortura e di trattamenti crudeli, inumani e degradanti è proibito in Croazia da leggi nazionali ed internazionali che il paese ha ratificato, inclusa la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e la Costituzione Croata, sosteniamo che le autorità croate non abbiano rispettato l’obbligo di astenersi dal praticare tortura e maltrattamenti. Inoltre, visto che le accuse esistenti non sono mai state effettivamente investigate (le indagini del difensore civico croato sono state aggirate da parte di figure dello Stato che hanno trattenuto informazioni importanti) è chiaro che le autorità croate non abbiano adempiuto ai loro doveri, inclusa la promozione di indagini effettive contro la potenziale violazione dei diritti umani.

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Tortura e trattamenti crudeli, inumani o degradanti ai danni di rifugiati e migranti in Croazia nel 2019

Introduzione

Convenzione contro la tortura: Art. 2. Nessuna circostanza eccezionale, qualunque essa sia, si tratti di stato di guerra o di minaccia di guerra, d’instabilità politica interna o di qualsiasi altro stato eccezionale, può essere invocata in giustificazione della tortura.

Convenzione contro la tortura: Art. 3.1. Nessuno Stato Parte espellerà, respingerà o estraderà una persona verso un altro Stato nel quale vi siano seri motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta alla tortura.

Dalla chiusura formale della cosiddetta rotta balcanica a marzo 2016, attivisti indipendenti, giornalisti e ONG hanno osservato l’aumento di espulsioni collettive di rifugiati e migranti dalla Croazia verso la Serbia, la Bosnia Erzegovina e il Montenegro. Il primo report completo sulla questione è stato pubblicato da Human Rights Watch e Are You Syrius/ Centre for Peace Studies a gennaio 2017.

Da quel momento sono stati pubblicati numerosi resoconti dall’UNHCR, Amnesty International, Ombudsperson, il Border Violence Monitoring Network e da altri attori rilevanti, tutti d’accordo nel testimoniare l’aumento di azioni brutali compiute dalla polizia croata durante le operazioni di respingimento.

La violenza non autorizzata è aumentata ulteriormente nel 2019. In questo rapporto ci concentreremo su chiari esempi di tortura e trattamenti inumani e degradanti compiuti dalla polizia croata ai danni di persone espulse.

Setting

Nel corso della cosiddetta crisi dei rifugiati e dopo la chiusura formale delle frontiere europee nei Balcani occidentali nel 2016, un gran numero di gruppi della società civile ha cominciato a fornire assistenza ai rifugiati e migranti che erano rimasti bloccati alle soglie dell’Unione Europea.

In principio il loro compito primario era stato quello di fornire cibo, vestiti e altri beni di prima necessità alle persone in transito abbandonate alla periferia dell’Europa, ma con l’aumentare della violenza ai confini e dei respingimenti ai confini ungheresi e croati, molti hanno cominciato a monitorare quotidianamente i casi di violazione dei diritti umani.

Per dare coerenza a queste azioni e per raccogliere dati affidabili su questo fenomeno, il Border Violence Monitoring Network (composta da ONG, gruppi e singoli individui), ha sviluppato un processo metodologico comune.

Interviste individuali sono state trascritte e pubblicate su un database pubblico da dicembre 2017, fornendo la base per analisi mensili relative alla violenza alle frontiere e ai respingimenti nella regione balcanica e per report tematici come questa pubblicazione.

Per adesso il database riporta 656 casi (alla data del 1° gennaio 2020) raccolti in un periodo di quasi 3 anni a partire da gennaio 2017 e riguardanti 6275 vittime. A causa dell’elevato numero di casi non registrati, questi dati non sono affatto rappresentativi del numero reale dei respingimenti effettuati e dovrebbero essere considerati piuttosto come un indizio dell’entità della violenza di frontiera e dei respingimenti illegali che interessano la regione.

I casi ai quali ci riferiamo in questo studio sono stati condotti a Šid (Serbia), Bihać, Velika Kladuša e Sarajevo (BiH). L’aumento dei flussi migratori lungo la cosiddetta rotta balcanica e gli sforzi delle autorità di controllarli, hanno infatti reso queste città punti strategici di transito e, eccetto nel caso di Sarajevo, di respingimenti.

Una volta arrestati dalle autorità croate, nonostante avessero espresso l’intenzione di fare domanda di asilo, i rifugiati e i migranti sono stati maltrattati e ricondotti al confine serbo vicino Šid, dove hanno raccontato l’accaduto ai volontari di BVMN che fornivano assistenza in loco.

Popolazione

Nonostante la raccolta di testimonianze sia tipicamente condotta o con un singolo individuo o con un gruppo al massimo di 5 persone, i gruppi che subiscono i respingimenti sono solitamente più grandi.

I gruppi in transito rappresentati nei casi ai quali ci si riferisce in questa pubblicazione constano di 2.475 rifugiati e migranti, maschi e femmine, che hanno descritto casi di respingimenti violenti avvenuti lungo il confine croato con la Serbia e la Bosnia nel 2019 che includono chiari indicatori di tortura e trattamenti crudeli, inumani e degradanti attuati dalle autorità croate. Questi individui hanno dai 2 ai 50 anni di età e sono originari di una grande varietà di paesi come l’Afghanistan, la regione curda dell’Iraq, Siria, Algeria, Iran.

Sono entrati in contatto con le autorità croate mentre viaggiavano verso l’Europa centrale da soli o in gruppi fino a 150 persone (per una media di 13 persone a gruppo). Fondamentale è sottolineare che le caratteristiche demografiche della popolazione studiata non sono totalmente rappresentative dei gruppi di rifugiati e migranti respinti illegalmente dalla Croazia alla Bosnia Erzegovina o verso la Serbia.

Infatti, a causa dell’accesso limitato dei volontari ai campi gestiti dai governi serbo-bosniaci o da organizzazione intergovernative come l’OIM, le interviste sono state condotte in prevalenza con rifugiati e migranti che vivono al di fuori del sistema formale dei campi e che hanno accesso alle strutture di supporto offerte dalla società civile, che si sono resi disponibili a parlare delle loro esperienze nei dettagli.

Queste restrizioni sono riflesse dal fatto che certi gruppi umani sono rappresentati moltissimo mentre altri lo sono in misura molto minore. In generale, è più probabile che gli uomini soli vivano in case occupate o in altri alloggi informali rispetto alle famiglie, e per qualche ragione è più probabile che certe nazionalità vivano nei campi rispetto ad altre; c’è una presenza esagerata di uomini provenienti dall’Afghanistan, Algeria e Marocco. Le ragioni di ciò potrebbero essere le già citate restrizioni di accesso ad altri gruppi, così come la tendenza dei migranti maschi a essere soggetti a maggiore violenza da parte delle autorità statali rispetti ad altri gruppi.

Principali flussi sulla rotta balcanica 2015-2017
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Legenda: Membro UE/Shengen – Non membro UE/Schengen – Membro UE non membro Schengen – Direzione rotta →
La chiusura dei confini a marzo 2016 ha obbligato le persone ad adattarsi. A causa della mancanza di rotte legali per attraversare l’Europa, i migranti hanno cominciato a percorrere tragitti clandestini più pericolosi dove hanno subito respingimenti illegali e violenza di frontiera da parte delle autorità di stato.

Principali flussi sulla rotta balcanica 2015-2017
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Legenda: Membro UE/Schengen – Non membro UE/Schengen – Membro UE non membro Schengen – Direzione rotta →
Nel 2018 un numero crescente di persone ha scelto di attraversare la Bosnia Erzegovina piuttosto che la Serbia per raggiungere la Croazia. Per questo simili casi di violenza di frontiera sono perdurati nelle città bosniache di Bihać e Velika Kladuša dove le autorità croate hanno respinto illegalmente gruppi di rifugiati, migranti e richiedenti asilo fuori dall’Unione Europea.

Terminologia
Nel corso di questo rapporto il termine “respingimento” è usato continuamente. Il respingimento rappresenta un’espulsione informale (senza un adeguato processo) di un individuo o gruppo di individui, verso un altro paese. Questo è in contrasto con il termine “deportazione” che è condotto in un contesto di legalità. I respingimenti sono diventati una parte importante, anche se non ufficiale, delle procedure di migrazione nei paesi europei e altrove, anche se la pratica è illegale e contro i meccanismi internazionali di difesa dei diritti umani.
Quando possibile è stata effettuata un’accurata identificazione della divisione di polizia coinvolta nei respingimenti o negli atti di violenza. In Croazia la polizia è divisa in tre sezioni: polizia regolare, polizia di intervento e polizia speciale; tutte e tre risultano aver partecipato ai respingimenti.

Abbreviazioni
BiH – Bosnia Erzegovina
UE – Unione Europea
Articolo 3 – Articolo della Convenzione europea dei diritti umani
CEDU – Convenzione europea per i diritti umani

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Uniformi ufficiali della polizia regolare (da sinistra; camicia celeste, pantaloni blu), polizia di intervento (uniforme blu scuro) e polizia speciale (uniforme color kaki)

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Polizia di intervento durante un’operazione di respingimento ad ottobre 2018.

Principali zone di respingimento lungo il confine Serbo-Croato
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Legenda: Strade piccole – Strade larghe – Corsi d’acqua – Zone di respingimenti – Città di frontiera

Metodo

Raccolta dati
La raccolta dei dati sui respingimenti illegali e le violenze attribuite alla polizia è effettuata da un consorzio di volontari indipendenti che fanno parte o cooperano con gruppi di supporto umanitario uniti attraverso il Border Violence Monitoring Network. Questi volontari si impegnano con il progetto a lungo termine, avendo cosi la possibilità di costruire una rete di fiducia con le comunità in transito nelle quali si inseriscono.

L’accuratezza delle testimonianze relative ai respingimenti rappresenta un aspetto cruciale della missione del Border Violence Monitoring Network e perciò il network segue delle severe linee guida interne. Per accrescere la credibilità delle informazioni i volontari sul campo puntano a raccogliere testimonianze di respingimenti e violenze nel più breve tempo possibile rispetto al fatto accaduto, solitamente a 1-5 giorni dall’incidente.
Le interviste sono state condotte o in gruppi o con un singolo individuo e, se necessario, alla presenza di un traduttore laico.

I nostri volontari sono allenati a condurre approfondite interviste semi-strutturate con interlocutori che vivono situazioni precarie e che solitamente riportano eventi traumatici. Il metodo di intervista è stato progettato per proteggere l’anonimato, evitare di reiterare l’evento traumatico e assicurare di avere ottenuto un precedente consenso riguardo la procedura. Vengono poste una serie di domande standard a risposta aperta volte ad indagare la data e l’ora, il numero e la nazionalità delle autorità presenti, il trattamento ricevuto e la presenza di minori o di altri gruppi vulnerabili. Si evitano domande allusive ed alcune domande vengono ripetute e riformulate per garantire la chiarezza. Durante l’intervista, osservazioni o giudizi discutibili dati dall’intervistato possono essere rispettosamente messi in dubbio e possono far sì che il racconto venga screditato e non incluso nel nostro database.
I nostri volontari di solito registrano le interviste e prendono appunti scritti. Successivamente l’intervista viene trascritta e aggiunta in forma standardizzata al database di BVMN. Ove possibile vengono aggiunti anche referti medici, prove fotografiche e geolocalizzazione. Per garantire che l’anonimato dell’intervistato sia completamente protetto nei resoconti non sono incluse informazioni personali.

Principali zone di respingimento lungo il confine Croato-Bosniaco
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Legenda: Strade piccole – Strade larghe – Corsi d’acqua – Zone di respingimenti – Città di frontiera

Analisi dei dati
I racconti dei respingimenti raccolti dai team di Border Violence Monitoring Network che operano sul campo sono stati analizzati sistematicamente per identificare modelli di abusi e cattiva condotta degli agenti della polizia croata. Una volta identificato un modello di cattiva condotta o abuso, è stata prodotta una sintesi degli incidenti che hanno evidenziato la tipologia specifica della violenza, che è stata poi confrontata ai meccanismi legali nazionali ed internazionali per capire se potesse essere costruito un caso per cattiva condotta.
Di tutti i 656 resoconti raccolti attualmente nel database BVMN, ne sono stati scelti 255, in quanto:
a) Sono stati condotti nel corso del 2019
b) Descrivono casi di respingimenti violenti lungo la frontiera croata con la Serbia e la Bosnia Erzegovina
c) Includono chiari indicatori di tortura o trattamenti crudeli, inumani e degradanti attuati dalle autorità croate

Background legale

La tortura e i trattamenti inumani e degradanti sono proibiti in Croazia da molte leggi internazionali che il paese stesso ha ratificato, dalla Costituzione della Repubblica di Croazia a leggi nazionali – che obbligano il paese ad astenersi e a fornire protezione contro questi trattamenti. La tortura è un atto di barbarie ingiustificabile contro il quale è stato legiferato globalmente a partire dall’adozione della Dichiarazione dei Diritti Umani del 1948 fino alla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici del 1966. Oltre alla tortura, agli stati e ai funzionari statali è impedito l’utilizzo di trattamenti meno severi che causino paura, sofferenza ed umiliazione. La proibizione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti è racchiusa in almeno 15 strumenti regionali e universali dei diritti umani, ed il più ampio riferimento al riguardo si ritrova nella Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti.

Al Consiglio d’Europa la tortura è stata definita nell’Articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti Umani che la Croazia ha ratificato nel 1997 e che chiaramente afferma che: “nessuno dovrebbe essere soggetto a tortura o a trattamenti e pene crudeli, inumane o degradanti”. Come affermato dalla CEDU, così come nell’art. 17 della Costituzione Croata, questo è un diritto assoluto e non derogabile e perciò non può essere soggetto a limitazione o eccezioni, neppure in difesa della sicurezza nazionale o in tempi di guerra e conflitti.

Oltre a proibire l’atto della tortura, l’Art.3 proibisce esplicitamente i trattamenti inumani e degradanti, inclusa la violenza da parte della polizia e le cattive condizioni di detenzione. La giurisprudenza della CEDU ha sviluppato ulteriori obblighi positivi applicabili alle forze di polizia, di sicurezza, ad altri ufficiali delle forze dell’ordine e a qualunque altro corpo di stato che tenga l’individuo sotto il suo controllo, per propria volontà o di altri.
Questi obblighi positivi per i diritti umani enfatizzati dalla decisione della CEDU includono:
• Creare una cornice legale che protegga efficacemente i diritti della CEDU;
• Fare passi efficaci per scoraggiare una condotta che potrebbe violare i diritti umani;
• Fornire informazioni e consigli a individui i cui diritti umani rischiano di esser violati;
• Indagare in modo efficace le violazioni dei diritti umani.

Fallendo nell’astenersi a rinunciare all’utilizzo della tortura e di metodi inumani, nel proteggere e prevenire questi metodi, non stabilendo sistemi di protezione internazionale funzionanti che assicurino il principio di non-refoulement e non indagando su queste violazioni, lo stato sta violando il divieto di tortura e trattamenti inumani e degradanti.

Il Border Violence Monitoring Network conferma che né gli obblighi positivi, né quelli negativi riguardanti la proibizione della tortura come disposto dalla CEDU e dalla Costituzione Croata, sono stati soddisfatti dalla Croazia.
BVMN afferma che lo stato croato e le autorità hanno fallito nell’obbligo di evitare l’utilizzo della tortura e di maltrattamenti, e nel portare a termine i doveri positivi imposti a loro in quanto stato, relativi, ma non limitati, alla progettazione di indagini effettive sulle potenziali violazioni dei diritti della CEDU.

Resoconto degli incidenti: esempi e tendenze

La sezione successiva presenta 6 ambiti di abusi osservati nel corso del nostro caso di studio: l’utilizzo di armi elettriche, l’obbligo di denudarsi, l’uso eccessivo e sproporzionato della forza, le minacce o l’uso eccessivo delle armi da fuoco, la mancanza di servizi di base durante la detenzione e i trattamenti inumani all’interno dei veicoli della polizia. Questi 6 ambiti di abusi sono accompagnati da un breve quadro legale e poi sono spiegati ed analizzati attraverso vari casi studio.
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Il collo sfregiato di una cittadina algerina a Velika Kladuša ad agosto 2019. La diciottenne ha riferito di essere stata strangolata da un agente della polizia croata, che ha usato la sua maglia come una corda attorno al suo collo prima di rispedirla in Bosnia Erzegovina

Forza spropositata ed eccessiva

In Europa ci sono chiare linee guida che regolano l’uso della forza da parte dei corpi di polizia. La CEDU ha precedentemente affermato che “qualsiasi ricorso alla forza fisica che non sia stato reso strettamente necessario dalla sua stessa condotta riduce la dignità umana ed è in principio una violazione dell’Art. 3”. La CEDU non solo richiede agli stati e ai governi di astenersi dall’uso non necessario della forza e dall’infliggere maltrattamenti, ma afferma anche che gli stessi stati hanno l’obbligo di proteggere gli individui da un tale uso della forza e di indagare efficacemente accuse di maltrattamenti e violenza.
La convenzione contro la tortura indica che le tre azioni seguenti, se combinate, costituiscono un atto tortura:
• Inflizione intenzionale di grande dolore o sofferenza
• Inflizione compiuta per uno scopo preciso, come quello di ottenere informazioni, per punizione, intimidazione o per qualsiasi altra causa legata alla discriminazione
• Inflizione attuata da parte, o per istigazione, o con il consenso o l’acquiescenza delle autorità statali
Ribitsch v. Austria stabilisce che qualsiasi ricorso alla violenza fisica che non sia reso strettamente necessario dalla sua condotta fa diminuire la dignità umana ed è in principio una infrazione dei diritti stabiliti dall’Art.3.

Casi di violenza, abuso e forza sproporzionata sono le tipologie più frequenti di testimonianza che il Border Violence Monitoring Network raccoglie nel documentare i respingimenti illegali effettuati dalla polizia e dalle autorità croate. Il nostro database di oltre 600 resoconti di respingimenti dimostra che l’assalto fisico, con l’uso dei manganelli, pugni e calci è l’esempio più frequentemente riportato di uso della forza sproporzionata, e BVMN afferma che questo fa parte di una tendenza più ampia di abusi utilizzata per intimidire e infliggere sofferenza in modo sistematico a gruppi di migranti vulnerabili. Come dimostrato dal nostro caso di studio, l’uso premeditato di metodi crudeli e violenti, come attacchi di gruppo prolungati condotti da più poliziotti croati o il prendere di mira in modo indiscriminato minorenni, è l’indicazione palese del rifiuto della polizia croata di rispettare le leggi internazionali e gli standard di polizia, ed è una chiara violazione dell’Art.3.

Incidente A
Un gruppo di 9 adulti di età compresa tra i 22 e i 37 anni ha attraversato la Croazia giovedì 12 settembre 2019 e ha continuato a camminare attraverso la foresta croata. A 7 km dal confine due cani poliziotto sono apparsi dal nulla ed hanno cominciato ad attaccarli, mordendo il braccio di uno degli uomini. Poco dopo l’attacco sono arrivati 6 agenti croati: 2 a piedi e 4 in un furgone bianco della polizia.
Quando interrogato in relazione all’attacco dei cani, l’intervistato ha risposto che gli agenti si sono rifiutati di fermare gli animali, incoraggiandoli ad attaccare ancora. I cani hanno fatto cadere gli uomini a terra, mordendogli le braccia e obbligandoli a proteggere la faccia dai morsi. Dopo l’attacco dei cani il gruppo è stato picchiato ulteriormente dagli agenti, ognuno di loro è stato colpito più volte da 6 poliziotti con i manganelli. Gli agenti hanno poi confiscato i cellulari, i soldi e le borse al gruppo e li hanno obbligati a togliersi le scarpe, con le quali hanno acceso un fuoco.
Dopo tutto ciò, i migranti sono stati condotti nel furgone della polizia e portati al confine. L’intervistato racconta che il viaggio è durato 20-30 minuti. Una volta a destinazione (che sembrava essere Koranski Lug, in Croazia) gli agenti hanno indossato delle maschere e hanno cominciato a dare calci e a colpire i migranti con i manganelli.
Dopo essere stati obbligati a camminare a piedi nudi oltre il confine croato/bosniaco, gli uomini hanno proseguito fino a Velika Kladuša cercando l’aiuto dei volontari per avere assistenza medica. L’uomo che era stato morso dai cani è stato portato all’ospedale di Bihać per ricevere assistenza medica. Secondo la sua cartella medica, le ferite coincidono con quelle di un morso di cane e i raggi x mostrano che i morsi hanno provocato la frattura del braccio.

Incidente B
Martedì 5 novembre un gruppo di 9 persone ha attraversato la Croazia ed ha continuato a camminare per 9 giorni lungo il terreno collinare del paese, diretto a nord-ovest verso la Slovenia. La sera del 14 il gruppo è stato bloccato all’interno di una stretta vallata da 2 unità di comando vestite con uniformi verde oliva e munite di manganelli. Gli agenti tenevano un cane a guinzaglio di fronte ai migranti mentre un altro agente della stessa unità si trovava alle loro spalle con un altro cane. La polizia ha minacciato il gruppo da entrambi i lati con i taser e tenendo i cani a lungo guinzaglio, obbligando il gruppo a stendersi in terra con le mani dietro la testa. Per l’ora successiva gli uomini non si sono potuti muovere e sono stati costretti a stare distesi con la testa al suolo. È stato riportato che durante quel lasso di tempo gli agenti hanno colpito ripetutamente gli uomini che giacevano a terra e riso per le loro reazioni agli assalti.

Dopo l’ora passata a terra a faccia in giù, è arrivato un furgone bianco senza finestrini e gli uomini sono stati obbligati ad entrarvi. Sono stati trasportati per 15 minuti fino ad una vicina stazione di polizia, dove tutti e 9 sono stati portati in una piccola stanza di detenzione di circa 2 metri quadrati. La polizia ha ignorato qualunque richiesta di cibo e acqua e al gruppo non è stato fornito alcun traduttore. Poi è stato ordinato agli uomini di uscire dalla stanza a uno a uno e di entrare in un’altra stanza accanto all’area di detenzione dove hanno dovuto fornire alla polizia i loro dati personali. Dentro questa stanza è stata condotta una ricerca per ogni individuo e le richieste formali di asilo sono state rifiutate. Dopo 45 minuti il processo di identificazione è stato completato e il gruppo è stato condotto in un altro furgone e trasportato per un’ora e mezza fino al confine croata/bosniaca.

Una volta arrivati, gli uomini sono stati fatti uscire uno alla volta e si sono trovati davanti un grande gruppo di agenti ad attenderli. L’intervistato riporta di essere stato circondato da 5 agenti che gli hanno urlato contro prima di attaccarlo. Hanno cominciato a colpirlo e lo hanno obbligato a togliersi la maglia e i pantaloni. Uno degli agenti con in mano un lungo bastone di alluminio simile ad una mazza da baseball, lo ha colpito più volte alle ginocchia e alle dita dei piedi. Intanto due agenti lo tenevano fermo per evitare che cadesse o scappasse, rendendolo un facile bersaglio della mazza di metallo. Poi il gruppo di poliziotti lo ha lasciato a terra mentre altri agenti lo colpivano ripetutamente alla pianta e alle dita dei piedi. L’intervistato ha riferito che l’attacco è durato approssimativamente 10-15 minuti. Una volta concluso l’assalto, l’uomo è stato rilasciato e mandato giù per le colline verso il confine. La polizia ha anche trattenuto la sua borsa che conteneva 170 kuna, 150 euro, cibo, acqua, telefono e powerbank. L’uomo, a malapena in grado di camminare a causa del pestaggio, ha passato la notte sul ciglio della strada ed è riuscito finalmente il giorno dopo ad arrivare a Velika Kladuša.

Spiegazione
Nelle testimonianze di respingimenti raccolte da BVMN è stato osservato un uso persistente di violenza e forza sproporzionata. Da questi resoconti è evidente che la polizia croata abbia usato livelli senza precedenti di violenza continua e sistematica contro gruppi di migranti e rifugiati. Per questo attestiamo che tale violenza non è soltanto vietata dalle leggi nazionali, ma può anche rappresentare una seria violazione dell’Art. 3. Crediamo che non soltanto la gravità della violenza costituisca una violazione di tale articolo, ma anche la durata senza precedenti di questi attacchi (alcuni di oltre 30 minuti) e la vulnerabilità dei gruppi presi di mira. Visto che questi casi hanno dimostrato un livello di violenza fisica così grave, crediamo che non ci potrà essere nessuna giustificazione da parte della polizia croata per le sue azioni.
Crediamo inoltre che la resistenza della Croazia nel progettare indagini efficaci contro le molteplici accuse di maltrattamenti e cattiva condotta della polizia, nonostante i numerosi resoconti forniti dal BVMN alle autorità, possa costituire una ulteriore violazione dell’Art.3.

Armi elettriche
Una guida precedente elaborata dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti ha affermato che l’uso di armi elettriche dovrebbe essere limitato a “situazioni nelle quali sussista una reale ed immediata minaccia alla vita o rischio di gravi ferite” e che l’uso contro persone vulnerabili dovrebbe essere evitato.
Il CPT afferma che “il ricorso a queste armi per il solo scopo di assicurare l’ottemperanza di un ordine è inammissibile. Inoltre, il ricorso a tali armi dovrebbe essere autorizzato solo quando altri metodi meno coercitivi (negoziazione, persuasione, tecniche di controllo manuale ecc.) non abbiano prodotto risultati o siano impraticabili e laddove siano l’unica possibile alternativa all’utilizzo di metodi che presentano un elevato rischio di ferimenti o morte”.

Il Border Violence Monitoring Network asserisce che nei casi presentati in questo report, i metodi di controllo coercitivo non sono mai risultati necessari e che durante la detenzione dei rifugiati e migranti non si è presentata alcuna minaccia alla vita o rischio di gravi ferimenti.

Il Border Violence Monitoring Network è altresì preoccupato riguardo all’uso continuato delle armi elettriche senza alcuna appropriata azione supplementare. Chiediamo alle autorità croate di seguire le linee guida del CPT e assicurare che qualsiasi individuo contro il quale siano state utilizzate armi elettriche sia visitato da un medico professionista.

L’uso dell’elettro-shock o la minaccia del suo utilizzo costituisce trattamento crudele, inumano e degradante e, vista la decisione consapevole che sta alla base del voler intensificare la violenza con l’uso di quest’ultimo, si può sostenere che costituisca tortura. Sfortunatamente spesso ci troviamo di fronte a casi dove i taser sono utilizzati in modo indiscriminato o in modo mirato, in entrambi i casi per causare dolore e per minacciare ed obbligare i migranti a comportarsi nel modo desiderato.

Il Border Violence Monitoring Network è preoccupato per le continue accuse relative alla cattiva condotta e alla violenza della polizia, e all’utilizzo delle armi elettriche. Se capiamo che le armi elettriche rappresentino uno strumento tattico per gli agenti delle forze dell’ordine in tutta Europa, utilizzato per garantire la sicurezza personale e per assicurare obbedienza in circostanze estreme, BVMN ha dimostrato che la polizia croata utilizza queste armi come strumenti tattici e non necessari per indurre dolore, paura e sofferenza.
Il Border Violence Monitoring Network ha anche messo in luce l’uso indiscriminato di tali armi contro minori e l’assenza persistente di cure mediche successive per le vittime di questo tipo di abusi.

Incidente A
Il 19 aprile un ragazzo di 14 anni, in viaggio con un gruppo di 14 persone che includeva altri 10 minori, era diretto da Šid in Serbia verso la Croazia. Dopo 3 giorni di cammino, il gruppo si è accorto di un drone che li seguiva, e per evitare di essere scoperto, è stato costretto a fuggire nella foresta vicina. Dopo 10 minuti è arrivato un gruppo di 8 poliziotti croati.

Durante l’intervista è stato rivelato che uno dei poliziotti era in abiti civili, mentre gli altri indossavano uniformi blu scure. Gli agenti hanno ordinato al gruppo di afghani di sedersi e di mettere tutti i loro averi, inclusi soldi, telefoni e cibo, di fronte a loro. Hanno poi cominciato a lanciare sistematicamente tutti i beni del gruppo nella foresta, togliendo le batterie dai telefoni prima di disfarsene. Ad un certo punto uno degli agenti ha preso un energy drink da terra versandone un po’ sulla sua uniforme per sbaglio e dando così agli altri poliziotti un pretesto per attaccare il gruppo di rifugiati. Durante l’assalto hanno usato i loro manganelli e i taser indiscriminatamente, prendendo di mira tutti i membri del gruppo, incluso l’intervistato di 14 anni. Quest’ultimo ha riportato una grande ecchimosi violacea sulla spalla.

Una volta concluso l’attacco, gli agenti hanno portato il gruppo nel furgone della polizia e lo hanno condotto al valico di frontiera di Batrovci. L’intervistato ha riportato che l’agente alla guida andava freneticamente, sbandando senza motivo, e che a causa di questo alcuni rifugiati si sono sentiti male.

Incidente B
Il 6 aprile un gruppo di 7 afghani che includeva un ragazzo di 15 anni ha attraversato la Croazia fino ad arrivare al fiume Kolpa che segna il confine tra Croazia e Slovenia. Appena il gruppo ha cominciato a guadare il fiume, sono arrivate sulla riva croata due macchine della polizia con 4 agenti e due cani. Un agente ha fermato i due uomini che erano rimasti sul lato croato del fiume ed ha esaminato i loro documenti che testimoniavano l’età del quindicenne. Dopo aver visto il fratello minore arrestato dalla polizia, l’intervistato diciottenne e l’altro fratello più grande sono tornati indietro. A questo punto gli agenti, che adesso erano 10, hanno aggredito i 4 rifugiati che si trovavano ora sulla riva croata del fiume.
La polizia croata li ha spinti verso il gruppo con pugni e calci e poi li ha attaccati con manganelli e armi elettriche. Durante l’attacco l’intervistato si è rivolto in inglese agli agenti urlando di non colpirlo ai reni a causa di un problema medico preesistente. La polizia, sentendolo parlare inglese, lo ha accusato di essere un trafficante. L’intervistato afferma che da quel momento la polizia lo ha scelto per l’attacco, colpendo proprio i reni e lasciandolo con molte costole rotte. Tutti i membri del gruppo, incluso il quindicenne, hanno riportato gravi ecchimosi dopo la violenta aggressione.
Una volta concluso l’attacco gli agenti hanno derubato i rifugiati, prendendo 330 euro, le batterie dei telefoni e tutti i loro giacchetti e maglioni. Successivamente hanno ammanettato tutti e spinto il gruppo nel retro del furgone di polizia. Il viaggio verso Zagreb è durato 4 ore e mezzo e la polizia ha utilizzato questo tempo per causare ulteriore dolore e sofferenze non necessarie, spostando continuamente la temperatura interna del furgone da caldo a freddo estremo e causando grande sofferenza soprattutto alle due persone che erano ancora bagnate dopo la nuotata nel fiume.
Alla stazione di polizia, gli agenti hanno isolato di nuovo l’intervistato che parlava inglese e lo hanno schiaffeggiato varie volte mentre raccoglievano i dati personali del gruppo. I rifugiati sono stati trattenuti per due notti prima di essere prelevati dalle loro celle l’8 aprile tra le 3:00 a le 4:00 di mattina. Sono stati trasportati al confine croato/serbo, vicino a Velika Kladuša, in un furgone seguito da due macchine piene di agenti di polizia. A questo punto le porte posteriori del furgone si sono aperte mostrando 6 agenti in fila per ogni lato delle portiere (12 agenti in totale e 4 cani) armati di manganelli. I rifugiati sono stati spinti fuori dal furgone a gruppi di due e cacciati in Bosnia mentre venivano manganellati.

Spiegazione
Come dimostrato sopra, le armi elettriche vengono utilizzate come strumenti tattici dalla polizia croata anche quando non sussiste una “immediata e reale minaccia alla vita o rischio di ferite gravi”. Possiamo vedere dal caso di studio sopra descritto che le armi elettriche sono state usate in modo predominante su un gruppo di minori che aveva precedentemente dimostrato volontà di obbedire alle istruzioni degli agenti. Il BVMN è preoccupato riguardo al fatto che dopo l’utilizzo delle armi elettriche su bambini vulnerabili non sia stata effettuata alcuna valutazione sui loro bisogni medici. Le nostre preoccupazioni evidenziano sia i profondi rischi di salute legati all’utilizzo inappropriato di armi elettriche, ma anche che queste armi vengono utilizzate per compiere atti crudeli.

Tipi di violenza usati nel 2019
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Legenda: Furto di oggetti personali – Calci – Distruzione di oggetti personali – Insulti – Spingere persone a terra – Guida spericolata – Esposizione a temperature estreme durante il viaggio in macchina – Obbligo di spogliarsi – Colpi di pistola – Minacce con pistola – Immersione in acqua – Elettro-shock – Spray al peperoncino – Attacchi coi cani – Versare acqua sulla testa – Assalti sessuali – Ammanettamento – Furto di documenti ufficiali – Spingere nel fiume – Saltare sopra – Messi in piccole gabbie per cani nel furgone della polizia – Accecati con torce – Esposizione a fumogeni e lacrimogeni – Altri
Il grafico sopra mostra i dati raccolti dal BVMN nel 2019 che descrivono i modelli di abusi perpetuati dalle autorità statali e che rientrano nella descrizione di trattamenti crudeli, inumani e degradanti. In singoli resoconti possono essere documentati più modelli di violenza. Fonte: BVMN

Dettagli sui rapporti di violenze nel 2019
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Portati alla polizia – minori coinvolti – donne coinvolte – espressa intenzione di richiesta di asilo

Per maggiori informazioni sulle statistiche dei rapporti e per le rappresentazioni grafiche di questi dati, visita la pagina statistica del BVMN.

Obbligo di spogliarsi

Il Border Violence Monitoring Network ha osservato che l’obbligo di spogliarsi quando non necessario è vissuto dalle vittime come umiliante e degradante, e per questo rappresenta una potenziale violazione dell’art. 3.

Un trattamento degradante può essere descritto come un trattamento che provoca nella vittima una sensazione di paura, angoscia ed inferiorità e che è capace di umiliarla ed avvilirla demolendo la sua resistenza morale o fisica. BVMN afferma che l’obbligo di spogliarsi, soprattutto l’obbligo selettivo, forzato e prolungato nel tempo o rivolto a individui o minori di fronte ad un gruppo di persone, potrebbe avvilire ed umiliare la vittima.

Una considerazione speciale dovrebbe essere rivolta all’età e al sesso della vittima obbligata a spogliarsi e all’ambiente nel quale l’obbligo è perpetuato. La CEDU ha precedentemente legiferato nel caso di Valasinias vs Lituania e Lyalyakin vs Russia, sostenendo che l’obbligo di spogliarsi in questi specifici casi costituiva un trattamento degradante così come delineato nell’Art.3. La giurisprudenza precedente sostiene che l’obbligo di spogliarsi comprende sia l’obbligo di togliersi tutti i vestiti, che l’obbligo di togliersi tutti i vestiti esclusa la biancheria intima.

Il Border Violence Monitoring Network è estremamente preoccupato per l’uso continuo dell’obbligo di spogliarsi come tattica umiliante e punitiva usata dalla polizia contro migranti e rifugiati in transito.

Le testimonianze raccolte dal BVMN dimostrano che l’uso persistente dell’obbligo di spogliarsi è una pratica tattica della polizia croata, cosa che crediamo sia in chiara violazione dell’Art.3. BVMN ha raccolto la prova dell’uso di tale pratica anche contro minori di 13 anni. Abbiamo registrato accuse chiare e sostanziali che dimostrano che questi abusi ricorrono davanti a più persone, sia in maniera selettiva come metodo di umiliazione di fronte ad un gruppo, sia indiscriminatamente a prescindere dall’età, come tattica di abuso punitiva. La polizia croata spesso usa questa tattica non necessaria nella foresta o in aree rurali in condizioni climatiche estreme.

Incidente A
Dopo 3 giorni di viaggio nella foresta, il 13 maggio 2019, un gruppo di 9 persone (incluso un bambino di 6 mesi ed uno di 7 anni), è stato fermato vicino alla città croata di Sisak da 5 agenti croati con le armi puntate che si pensa facessero parte della polizia speciale. L’intervistato ha chiesto alla polizia di portare il gruppo ad un campo rifugiati ufficiale perché il suo bambino di 6 mesi e la donna con cui stava viaggiando stavano molto male. Gli agenti hanno detto che li avrebbero condotti al campo, ma prima hanno perquisito gli uomini del gruppo requisendo i loro telefoni, soldi, gas da campeggio e sacchi a pelo.
Successivamente uno degli uomini è stato isolato ed è stato obbligato a spogliarsi nudo di fronte alle persone con le quali stava viaggiando, per permettere una perquisizione corporale completa nel bel mezzo della foresta.
Escluso il bambino di 6 mesi, tutti i membri del gruppo sono stati obbligati a farsi fotografare e rilasciare i loro dati personali. La polizia croata non ha permesso alla donna di tenere il cappello per la fotografia, anche se era stato spiegato che avrebbe dovuto tenere la testa coperta per motivi religiosi.
La polizia ha poi obbligato il gruppo ad entrare in macchina, ignorando le suppliche di trasportare all’ospedale il bambino di 6 mesi e la donna, che stava soffrendo molto a causa di una cicatrice chirurgica infetta, e trasportandoli invece per un’ora e mezzo in macchina fino al confine croato-bosniaco, dove sono arrivati disorientati, esausti e spaventati. Dopo ciò, gli agenti si sono affrettati e hanno dato l’ordine al gruppo di entrare in un furgone prigionieri. Dopo un viaggio di 20 minuti, si sono ritrovati nel bosco insieme ad altri 60 migranti arrestati. A questo punto gli agenti hanno messo altre 10 persone sul retro del furgone prigionieri. I rifugiati sono stati portati con altri 5 furgoni in un punto nel bosco dove un piccolo fiume (il Glina) segna il confine. La distanza tra il furgone prigionieri e il fiume era di circa 30 metri. Un agente ha obbligato circa 60-70 persone (del Pakistan, Afghanistan, Marocco e Algeria) a fare un salto di un metro e mezzo dentro il fiume. Un agente ha poi sparato un colpo in aria urlando: “Hajde, Hajde!”. Tutti quanti sono caduti nel fiume e hanno attraversato il confine mentre la polizia continuava ad urlare alle loro spalle.

Incidente B
Il 18 aprile un gruppo di 5 uomini composto da 3 fratelli curdo-siriani (di 13, 17 anni e un ragazzo di 24 anni con disabilità mentale), un ragazzo di 24 anni proveniente dall’Iraq e un siriano-palestinese di 32 anni, ha attraversato la Croazia. Dopo 3 giorni di viaggio il gruppo ha notato un elicottero che volava sopra di loro e poco dopo è stato fermato da 3 macchine della polizia con dentro molti agenti ed un cane poliziotto. L’intervistato ha comunicato ad un agente di polizia di nome Marco, che sembrava essere il coordinatore dell’intervento, l’età e la nazionalità di tutti i membri del gruppo e gli ha riferito che avevano intenzione di fare richiesta di asilo. Inoltre ha spiegato ad un agente che il minore tredicenne aveva riportato una ferita durante un precedente viaggio e che aveva dovuto subire un intervento chirurgico ai polmoni (a causa di una intossicazione da fumo).

La polizia ha obbligato tutti i membri del gruppo a svestirsi e li ha lasciati in piedi e nudi la mattina presto per 2 ore mentre gli agenti li perquisivano. L’intervistato afferma che uno degli agenti ha provato a spogliare il tredicenne con il manganello e lo ha spinto da dietro una volta nudo. L’intervistato ha pregato gli agenti di far rivestire il bambino, preoccupato per l’effetto che il freddo avrebbe avuto sulla sua lesione polmonare, ma la sua richiesta è stata respinta con linguaggio offensivo.

Spiegazione
Come dimostrato da questi esempi, la polizia croata obbliga di routine gruppi di migranti vulnerabili a spogliarsi nel corso di arresti ed espulsioni collettive. Sotto minaccia di una violenza continua, questi gruppi, che includono anche bambini di 13 anni, sono costretti a obbedire alle richieste coercitive e degradanti della polizia croata, e sono spesso costretti a restare nudi in condizioni climatiche estreme e di fronte ad altri membri del gruppo. È stato dimostrato che l’obbligo di spogliarsi è in molti casi assolutamente non necessario ed è usato solo per punire e denigrare. Il Border Violence Monitoring Network, riferendosi a linee guida internazionali e giurisprudenza in merito, crede che questa sia una chiara e continua violazione dell’Art.3.

“Mi hanno chiesto di togliermi i vestiti tranne la biancheria intima e hanno perquisito il mio corpo con le mani. È successo anche ai miei amici. Abbiamo dovuto tirare fuori dalla borsa le nostre cose e loro hanno preso tutto. Le nostre mogli sono state perquisite con i vestiti addosso con un detector. Anche i bambini sono stati perquisiti, abbiamo dovuto togliergli i pannolini per farglielo fare. Erano nudi nella foresta nel bel mezzo della notte”

Minacce e forza eccessiva con le armi da fuoco

L’uso di forza eccessiva con un’arma da fuoco può rappresentare un uso inappropriato della forza da parte della polizia, e per questo è proibito da meccanismi legali nazionali e internazionali. Ribitsch v. Austria stabilisce che qualsiasi ricorso alla violenza fisica che non sia reso strettamente necessario dalla sua condotta, fa diminuire la dignità umana ed è in principio una infrazione dei diritti stabiliti dall’Art.3.

In più, a causa dell’impatto psicologico specifico causato dall’essere minacciati o feriti con una pistola, ci potrebbe essere anche una violazione dei meccanismi internazionali. L’Art.3 stabilisce che le pene e sofferenze possono essere sia fisiche che mentali e conclude che infliggere una minaccia credibile possa causare pena e sofferenza. Comportamenti come le finte esecuzioni con la pistola o lo scaricare una pistola direttamente contro un individuo dovrebbero essere considerate una violazione dell’Art.3.

Grazie al grande numero di testimonianze raccolte dal BVMN, si può scorgere la tendenza della polizia croata di usare una forza eccessiva con le armi da fuoco nel rapporto con i gruppi di migranti e rifugiati. BVMN ha accumulato prove che dimostrano che la polizia croata usa di routine le armi da fuoco per minacciare e spaventare gruppi in transito, dopo che è ormai stata assicurata la sicurezza personale della polizia e l’obbedienza delle persone trattenute. Abbiamo raccolto prove di autorità che utilizzano le armi da fuoco per fare finte esecuzioni, colpire col calcio della pistola alla faccia o per sparare direttamente contro gli individui. BVMN afferma che la minaccia o la forza eccessiva con le armi da fuoco è usata indiscriminatamente, spesso davanti a, o direttamente contro minori anche di 3 anni.

Incidente A
Una famiglia composta da madre (28 anni), padre (30 anni), due gemelli maschi (5 anni) e una bambina (3 anni), ha attraversato la Croazia accompagnata da tre uomini (di 37, 32 e 16 anni). Dopo 3 giorni di cammino, il gruppo, stanco e affamato, ha lasciato la foresta per cercare cibo. Il 6 maggio alle 3:30 di mattina, mentre attraversavano una piccola autostrada vicino Veljun (Croazia), i migranti sono stati fermati da due agenti di polizia. I due agenti hanno offerto ai bambini dei biscotti, hanno perquisito il gruppo e hanno aspettato 15 minuti fino a che non è arrivata un’altra unità di polizia con due agenti e un furgone. Le 8 persone sono state messe in un furgone senza finestrini per circa un’ora fino a che sono giunti al confine croato/bosniaco.

Quando sono stati rilasciati dal furgone hanno scoperto che 10 agenti li stavano aspettando. Hanno usato le torce per accecarli e hanno costretto gli uomini a consegnare loro le scarpe. Hanno cominciato a sparare in aria, urlando “via, via” mentre li colpivano con i manganelli, costringendoli a proseguire verso il confine. Il gruppo ha cominciato a correre lungo la collina e tra loro c’era un uomo che andava molto piano perché stava portando i due bambini. Uno degli agenti ha caricato la sua pistola e l’ha puntata alla tempia dell’uomo, fingendo di volergli sparare mentre aveva i suoi bambini in braccio, ma, invece di sparare, l’ha colpito con il calcio della pistola alla testa e l’ha spinto giù per la collina.

L’uomo ha barcollato ed è caduto a terra e uno dei bambini si è ferito alla mano nella caduta. I bambini erano molto spaventati per gli spari e hanno cominciato a piangere. Due agenti hanno seguito il gruppo fino al fiume gridando: ”Vaffanculo, vaffanculo!” e hanno aspettato fino a che non hanno raggiunto la Bosnia.

Incidente B
Il 17 luglio un gruppo di 10 uomini, tutti sui 25 anni, e un bambino di 6 anni, hanno attraversato il confine croato e hanno camminato per 2 ore fino al villaggio di Prijeboj dove sono stati fermati da due agenti che, prima hanno ordinato loro di sedersi e poi hanno sparato in direzione del gruppo per 6 volte. L’intervistato descrive così l’evento: “Ci hanno sparato! Non in aria, ma alla destra e alla sinistra dei nostri corpi. Il bambino piangeva spaventato”.
Dopo 5 minuti, 5 o 6 agenti vestiti di nero sono venuti ad assistere alla cattura. Dopo le perquisizioni e dopo aver sequestrato i telefoni e le powerbank, gli agenti hanno messo i migranti nel furgone e li hanno portati alla stazione di polizia. Una volta li, non sono stati fatti entrare, ma piuttosto portati in un garage vicino. Il garage era una stanza senza finestre o servizi igienici dove già si trovavano altri gruppi di persone. Nel corso delle 2 o 3 ore di detenzione, ogni richiesta di cibo o di usare il bagno è stata negata.

Una volta rilasciati dal garage, i detenuti sono stati piazzati di nuovo sul furgone e portati al confine croato/bosniaco. Nel furgone faceva veramente caldo, non c’era aria condizionata o ventilazione e l’agente guidava in modo spericolato causando il vomito delle persone che si trovavano dietro. Alle 9:00 di sera i migranti sono arrivati al confine, dove hanno trovato altri agenti tutti vestiti di nero che li aspettavano. Intanto precedentemente era stato acceso un fuoco dove sono stati bruciati tutti i loro oggetti personali (tranne 4 dei 10 telefoni presi). La polizia ha poi obbligato il gruppo a attraversare la frontiera urlando: “Andate, e non tornate mai più!”.

Spiegazione
È chiaro che le prove sostanziali dell’uso della minaccia e della forza eccessiva con le armi da fuoco da parte della polizia croata è una violazione dell’Art.3 della CEDU. L’uso delle finte esecuzioni è ingiustificabile e può essere stato utilizzato solo per incutere terrore alle vittime, costituendo perciò un caso di tortura psicologica. È chiaro che né le leggi nazionali che quelle internazionali permettono alla polizia croata di usare tali tecniche di polizia con un tale livello di impunità. BVMN è preoccupata per le conseguenze a lungo termine per le vittime.

In più crediamo che le autorità croate non siano capaci e non abbiano la volontà di implementare delle procedure successive agli abusi che possano indagare e stabilire bisogni e necessità. Questa mancanza di responsabilità può altresì costituire una violazione dell’Art.3.
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Una sezione del confine croato/bosniaco adiacente la città di Šturlić, in Bosnia. Nelle vicinanze del cantone bosniaco di Una-sana si sentono spesso in tarda serata colpi di pistola sparati nel corso di respingimenti dalla Croazia.

Trattamenti inumani all’interno di veicoli della polizia

Crediamo che la continua violazione dei diritti di base dei trattenuti, e i trattamenti che devono sopportare durante l’arresto e il trasporto in Croazia, rientrino nei trattamenti crudeli, inumani e degradanti descritti dall’Art.3 della Convenzione Europea sui Diritti Umani.
The European Committee for the Prevention of Torture and Inhuman or Degrading treatment or Pun-ishment (CPT) ha sviluppato una guida standard comprensiva per il trasporto dei detenuti, che riguarda il trasporto degli individui che si trovano sotto custodia della polizia e i migranti arrestati. Di seguito abbiamo identificato degli standard frequentemente violati dalla polizia croata:
• “Tutti i veicoli di trasporto dovrebbero essere puliti, sufficientemente illuminati, ventilati e riscaldati in modo appropriato”.
• Il numero dei detenuti trasportati non dovrebbe superare la capacità del veicolo utilizzato”.
• Tutti i veicoli che sono usati per trasportare detenuti dovrebbero essere equipaggiati con meccanismi di sicurezza adeguati (ad esempio le cinture di sicurezza)”.
• I veicoli di trasporto dovrebbero essere equipaggiati con strumenti che possano permettere ai detenuti di comunicare con il personale a bordo”.

The European Committee ha inoltre precedentemente criticato i lunghi periodi non necessari di contenimento nei veicoli di trasporto per prigionieri, cosa che ancora accade in modo persistente in molti casi di detenzione in Croazia. Abbiamo isolato i prossimi casi come esempi delle condizioni di abuso che i migranti detenuti e i rifugiati affrontano nelle mani della polizia croata.

Nel 2019 è emerso un modello emergente di accuse contro la polizia croata relative al trattamento inumano e degradante riservato a migranti e rifugiati all’interno di veicoli della polizia. Grazie alla raccolta intensiva e consistente di testimonianze di respingimenti, BVMN ha registrato l’uso persistente dell’affollamento forzato nei veicoli, la guida spericolata come mezzo per indurre malessere, la manipolazione della temperatura da estremamente caldo a freddo eccessivo, e la pratica del confinamento prolungato senza alcun motivo. Abbiamo dimostrato che i detenuti sono tenuti ingiustamente in queste condizioni inumane anche per 6 ore ed in gruppi che comprendono fino a 20 persone.

Abbiamo messo in luce che la tattica della guida spericolata, del confinamento prolungato e della manipolazione delle condizioni all’interno dei veicoli della polizia, rappresentano una tecnica di abuso usata dalle autorità croate per punire e intimidire volontariamente i detenuti. Siamo inoltre preoccupati per i resoconti che indicano l’uso di tali trattamenti contro donne incinte e bambini. Crediamo che la continua violazione dei diritti di base dei detenuti e i trattamenti che sopportano durante l’arresto e il trasporto, equivalgano ai trattamenti crudeli, inumani e degradanti descritti nell’Art.3 della CEDU. Abbiamo isolato i prossimi casi come esempi delle condizioni di abuso che i migranti detenuti e i rifugiati affrontano nelle mani della polizia croata.

Incidente A
Il 6 agosto 2019 un gruppo di 8 giovani ragazzi di età compresa tra i 16 e i 23 anni ha attraversato la Croazia per dirigersi verso la Slovenia. Poco dopo aver attraversato il paese, i ragazzi sono stati fermati ed arrestati da alcuni agenti che li hanno tenuti lì per un’ora fino a che sono giunti sul posto due veicoli della polizia con 5 agenti a bordo. La polizia ha quindi arrestato il gruppo e l’ha condotto ad una stazione di polizia che si crede si trovasse nella città di Karlovac. L’intervistato ha riportato che il furgone nel quale erano trasportati era senza finestre, senza luce ed estremamente caldo. Una volta giunti alla stazione di polizia, i migranti sono stati detenuti per 3 ore e mezzo in una grande stanza con 28 persone in totale. La finestra del locale era chiusa e l’aria condizionata pompava aria calda in una stanza già affollata, cosa che ha reso la permanenza veramente scomoda. Durante il trattenimento non è stato fornito cibo o acqua, ed ogni richiesta di usare il bagno è stata rifiutata.
Dopo 3 ore e mezzo il gruppo è stato ricondotto dentro il furgone dove, secondo l’intervistato, c’erano già altre 24 persone. Il veicolo era così affollato che l’agente ha dovuto spingere le persone dentro per poter chiudere le portiere, e chi si trovava in fondo al furgone è stato costretto a sedersi per terra e tenere altre persone in grembo. Dopo un’ora di guida la situazione era così insopportabile che il gruppo ha cominciato a battere alle pareti del furgone per fermarlo. I detenuti hanno poi chiesto di accendere l’aria condizionata poiché faceva molto caldo e il sistema di ventilazione posto sul soffitto e sotto una delle panche non era stato acceso. Gli agenti hanno ignorato la richiesta e hanno continuato a guidare. 3 persone, incluso l’intervistato, hanno vomitato nel retro del furgone. L’intervistato crede che gli agenti abbiano volontariamente prolungato il viaggio, in effetti ha sentito il furgone girare dopo aver raggiunto la città e andare su e giù per la collina.
Alle 21:00 gli uomini sono arrivati al confine croato/bosniaco vicino Poljana (Bosnia Erzegovina) e hanno trovato un fuoco che era stato acceso prima del loro arrivo. La polizia li ha fatti uscire dal furgone e poi ha tirato sistematicamente le loro cose tra le fiamme. Successivamente gli agenti hanno colpito i migranti a uno a uno con i manganelli e con i piedi, e li hanno spinti verso il confine.

Incidente B
Il primo ottobre 2019 un gruppo di 5 uomini di età compresa tra i 19 e i 28 anni ha attraversato la Croazia per raggiungere la Slovenia. 5 agenti sloveni hanno fermato il gruppo sparando in aria e gridando: “Stop!”. Il gruppo è stato poi trasportato dalla polizia slovena al confine con Bregana, in Croazia, dove gli uomini sono stati consegnati agli agenti croati che li aspettavano in un furgone. Una volta caricato il gruppo di 5 uomini sul furgone, due agenti hanno acceso simultaneamente due lattine di gas lacrimogeno dentro il veicolo senza finestre e hanno chiuso le porte.
L’intervistato ha riportato che i suoi occhi “erano in fiamme”, lacrime scendevano sulla sua faccia, il muco colava dal naso e il corpo si era riempito di sudore per reazione al gas. Durante il colloquio ha rivelato di essere asmatico e di avere avuto paura che a causa della brutalità della polizia croata i suoi polmoni potessero collassare.
Il gruppo di uomini ha dovuto sopportare di essere intrappolato dentro un furgone della polizia, con due lattine di gas lacrimogeno che intossicavano l’aria, per 6 lunghe ore. L’intervistato ha rivelato inoltre che gli agenti guidavano in modo spericolato, facendo curve veloci e fermate improvvise.
Dopo 6 ore gli uomini sono stati fatti uscire dal furgone dove un gruppo di agenti della polizia di intervento croata li aspettava con manganelli e pistole. Gli agenti hanno usato i manganelli per picchiare gli uomini, colpendoli più volte alle braccia e al collo. Un agente ha utilizzato uno strumento di metallo usato per aprire le noci, spingendo la parte metallica nella coscia dell’intervistato. Quest’ultimo ha descritto come l’agente abbia aperto e richiuso lo strumento, girando il morsetto metallico intorno alla sua pelle e lasciandoli un ematoma violaceo scuro. Una volta concluso l’attacco, gli agenti hanno costretto i migranti a togliersi tutti i vestiti tranne la biancheria intima. L’intervistato è stato isolato da un agente e, oltre ad essere stato attaccato con lo strumento metallico e il manganello, è stato spinto nel fiume vicino. La polizia ha poi preso di nuovo i manganelli e ha cominciato a colpire gli uomini alla schiena, spingendoli verso il confine. L’intervistato crede che siano stati spinti verso un’area vicino Klokot, in Bosnia Erzegovina.

Spiegazione
La pratica comune usata dalle autorità croate di detenere e trasportare migranti e rifugiati in modi non sicuri, è una chiara violazione delle leggi internazionali. Il Border Violence Monitoring Network crede che questi casi, insieme ad altri presenti nel nostro database, rappresentino una violazone dell’Art.3 della CEDU sulla base della presenza di trattamenti crudeli, inumani e degradanti all’interno di un veicolo della polizia. Il trasporto di migranti e rifugiati dalla stazione di polizia dentro un veicolo sovraffollato per un periodo prolungato di tempo rappresenta un chiaro e premeditato tentativo di infliggere dolore e sofferenza a gruppo umani vulnerabili.

La tattica del contenimento prolungato dentro veicoli della polizia, specialmente quando gas lacrimogeni vengono accesi all’interno, dimostra un chiaro disinteresse per la salvaguardia e sicurezza degli individui trasportati. Condanniamo fermamente l’uso di una guida spericolata e crediamo che anche questo sia un tentativo sistematico di intimidire e diffondere paura tra i migranti e rifugiati.
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Le autorità croate detengono gruppi fino a 20 persone in veicoli senza finestre che vengono guidati fino a luoghi di respingimento. I tipi più comuni di veicolo di trasporto prigionieri utilizzati dal governo croato sono il Volkswagen Crafter, Mercedes Sprinter e il Ford Transit.

Detenzione priva di servizi di base

L’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e la giurisprudenza della CEDU, non solo impongono obblighi negativi (proibendo i trattamenti inumani e degradanti) agli stati membri, ma anche obblighi positivi richiedendo loro di assicurare che le condizioni di detenzione rispettino la dignità umana.
La giurisprudenza della CEDU ha stabilito per esempio che l’assenza di adeguati servizi durante la detenzione e galere sovraffollate, insieme ad altri esempi di maltrattamenti, rappresentano una violazione dell’Art.3. Casi precedenti portati davanti alla Corte Europea (Modarcӑ v. Moldavia) hanno affermato che le condizioni dei servizi di detenzione hanno condotto a una violazione dell’Art.3. (proibizione di trattamenti inumani e degradanti), con riferimento specifico all’accesso limitato alla luce; la mancanza di una ventilazione o riscaldamento adeguati, il carattere discontinuo della disponibilità di elettricità e acqua, il fatto che i detenuti non avevano accesso a lenzuola e vestiti per la prigione, e che il tavolo per mangiare si trovava vicino al gabinetto.
Questa mancanza di servizi di base, oltre a essere una violazione dell’Art.3, potrebbe essere anche in contrasto con l’Art.8 (diritto al rispetto per la vita privata). La giurisprudenza precedente della CEDU afferma che le autorità nazionali hanno l’obbligo positivo di fornire un accesso ai servizi igienici separato dal resto della cella, così da garantire un minimo di privacy.
Il CPT ha precedentemente dato indicazioni relative alla custodia di detenuti da parte della polizia, affermando che: ”tutte le celle dovrebbero essere di una grandezza adatta ad accogliere il numero di persone alle quali sono destinate, dovrebbero avere una illuminazione adeguata (sufficiente ad esempio per leggere, esclusi i momenti del riposo) ed una adeguata ventilazione; preferibilmente le celle dovrebbero godere di luce naturale. In più, dovrebbero essere dotate di supporti per riposare (ad esempio una sedia o una panca), e dovrebbe esservi un materasso pulito e delle lenzuola per chi fosse obbligato a passarvi la notte“. Inoltre si afferma che: “una persona in custodia dovrebbe avere la possibilità di soddisfare i suoi bisogni naturali quando necessario in un ambiente pulito ed in condizioni decenti, e dovrebbero essere offerti adeguati servizi per lavarsi. Ogni giorno dovrebbero essere offerti i pasti ad orari appropriati, incluso come minimo un pasto principale completo (qualcosa di più sostanziale di un panino).
Il CPT afferma anche che “le persone tenute in custodia dalla polizia per più di 24 ore dovrebbero, per quanto possibile, avere la possibilità di fare esercizi fisici all’esterno ogni giorno”.
Il manuale del Consiglio d’Europa relativo alla proibizione dei trattamenti crudeli, inumani e degradanti afferma chiaramente che: “le celle o altri locali usati dai prigionieri devono trovarsi in un adeguato stato di mantenimento e pulizia”. Inoltre riporta che: “per quanto riguarda i servizi sanitari, ogni cella deve contenere almeno un gabinetto e un lavandino. Gli standard del CPT richiedono che in celle destinate a più persone i servizi igienici siano adeguatamente divisi (ad esempio fino al soffitto). Nelle poche prigioni dove non sia disponibile un gabinetto all’interno delle celle, si deve garantire che i prigionieri abbiano accesso ai bagni ogni volta che ne abbiano bisogno.
Il BVMN inoltre si appella alle autorità croate affinché rispettino le linee guida del CPT che indicano che 7 metri quadrati per prigioniero è la misura ideale da rispettare per una cella detentiva.

Il BVMN ha raccolto numerose testimonianze di migranti e rifugiati che attestano il continuo maltrattamento durante lo stato di arresto.

Abbiamo prove sostanziali che indicano il fallimento delle autorità di offrire a migranti e rifugiati adeguati servizi detentivi, usando invece garage per trattenere e schedare questi individui. BVMN non è solo preoccupata per le accuse persistenti di rifugiati e migranti che affermano di essere stati detenuti in sporchi garage per auto, ma anche la mancanza di responsabilità ufficiale da parte della polizia nell’utilizzare tali locali, che spesso sono diventati luoghi di abusi e violenze prolungate nel tempo. È evidente inoltre, in contraddizione con le leggi internazionali, che anche quando i rifugiati e migranti vengono portati alle stazioni di polizia, il loro trattamento non migliora, e spesso vengono ammassati fino a 8 ore in celle sovraffollate. BVMN afferma che esiste una tendenza a negare ai detenuti l’accesso ai servizi igienici, al cibo e all’acqua durante la detenzione. Ci sono numerose prove che attestano che quando il cibo, l’acqua e l’uso del bagno vengono negati, la polizia croata obbliga i prigionieri a pagare fino a 50 euro per un panino.

Incidente A- negazione del bagno
Il 18 ottobre 2019 approssimativamente alle 7:00 di sera un gruppo di 4 uomini marocchini è stato fermato dalla polizia vicino al fiume Damalj (Croazia). 4 agenti croati in uniforme blu scuro e un agente con una maschera nera hanno ordinato al gruppo di fermarsi. Nello stesso momento hanno sparato vari colpi di pistola verso il gruppo stesso. I 4 uomini hanno messo le mani sulla testa e sono rimasti fermi. L’agente con la mascherina nera ha ordinato al gruppo di svuotare le tasche e le borse. Gli agenti hanno confiscato 5 cellulari ed un totale di 300 euro. Il gruppo è stato obbligato a spogliarsi ed è stato trasportato alla stazione di polizia con un furgone bianco senza finestrini e con indosso soltanto i boxer.
Alla stazione di polizia l’intervistato ha chiesto del cibo dicendo: “Qualcosa da mangiare? Non abbiamo mangiato per 2 giorni. Acqua?”. L’agente ha ignorato la domanda e le richieste d’asilo avanzate dal gruppo. Agli uomini sono stati quindi negati cibo, acqua e un processo ufficiale. Quando l’intervistato ha chiesto di usare il bagno, l’agente gli ha dato una busta di plastica. Inoltre il poliziotto che li sorvegliava beveva alcool e ha ordinato all’intervistato di non guardarlo in faccia. Quando i detenuti hanno alzato la testa per guardare, l’ufficiale ha urlato e gli ha detto di tenere gli occhi in basso.
Dopo la detenzione il gruppo è stato portato di forza in un altro furgone senza finestre e senza ricambio d’aria. Il guidatore faceva curve spericolate che hanno fatto cadere l’intervistato dalla panca nel retro del furgone. Egli ha riferito di aver sentito il conducente ridere. Molte persone hanno vomitato durante il viaggio.
A mezzanotte circa il furgone si è fermato sul lato croato del confine con la Bosnia. 4 agenti in maschera da sci hanno colpito con calci il gruppo appena sceso dal veicolo. L’intervistato ha riportato che un agente aveva stivali con la punta d’acciaio. L’agente con la maschera da sci ha afferrato uno degli uomini dall’orecchio e lo ha spinto avanti e indietro facendo i versi di un cane. Un altro agente ha usato il suo manganello per colpire uno degli uomini allo stomaco.
Durante questa aggressione, gli uomini erano obbligati a rimanere in silenzio forzato. Il guidatore ha preso i cellulari del gruppo e le powerbank che erano state confiscate durante la cattura e ha cominciato a romperli mentre gli uomini erano costretti a guardare. Le loro scarpe e i vestiti sono stati dati alle fiamme e poi il gruppo è stato spinto verso la Bosnia. Gli uomini hanno camminato per circa 30 km da Šturlić fino a Velika Kladuša senza scarpe e giacche.

Incidente B- Piccola cella
Il 6 ottobre 2019, 4 uomini di 20, 22, 27 e 30 anni in viaggio in macchina sull’autostrada E65 da Zagreb (Croazia) verso Rijeka (Croazia) sono stati fermati da un veicolo non contrassegnato con due agenti croati in abiti civili all’altezza di Draganić (Croazia).
Dopo aver fermato la macchina gli agenti hanno chiesto all’intervistato i documenti e dove il gruppo fosse diretto e hanno trattenuto gli uomini fino all’arrivo, 30-40 minuti dopo, di un furgone della polizia.
Il gruppo è stato affidato agli agenti che guidavano il furgone che gli hanno confiscato soldi e cellulari. Uno degli uomini ha osato sfidare un agente chiedendo dove fosse il suo cellulare, e quest’ultimo lo ha afferrato e colpito. Il gruppo è stato poi messo nel retro del furgone, ma visto che c’erano già altri 9 migranti e rifugiati, l’intervistato è stato costretto a rimanere seduto con le ginocchia al petto per 3 ore, fino alla stazione di polizia. Durante il viaggio l’intervistato ha notato inoltre che dentro al furgone il sistema di ventilazione/climatizzazione non funzionava.
Una volta arrivate alla stazione di polizia le 13 persone sono state rinchiuse in una cella di 4 metri quadrati con solo il pavimento di cemento per sedersi. Il gruppo è stato trattenuto per molte ore senza avere accesso a un traduttore, inoltre le richieste di asilo sono state negate. L’intervistato ha spiegato che la piccola cella in cui si trovavano era in condizioni terribili, e sembrava non essere stata pulita per più di anno. Il gabinetto non era utilizzabile poiché era già piena di feci, il cui odore saturava l’aria.
Dopo molte ore di detenzione, il gruppo è stato trasportato con un furgone a un’area di confine vicino Bugar (Bosnia). Al confine croato/bosniaco 7 agenti della polizia di intervento in uniforme e maschere da sci nere hanno circondato il gruppo che scendeva dal furgone. Hanno cominciato a colpire gli uomini alle gambe e urlare: “Tornate in Bosnia”. Un agente ha colpito un uomo all’inguine. L’intervistato ha riferito che si sentiva come se fosse stato picchiato per un’ora. Dopo l’assalto i migranti sono stati obbligati a proseguire verso la Bosnia.

Incidente C- Uso di un garage
Il 26 settembre, 3 uomini di 19, 22 e 35 anni hanno lasciato la Serbia per dirigersi in Slovenia viaggiando nella parte inferiore di un grosso camion. Dopo aver sopportato di rimanere attaccati al veicolo in corsa per 4 ore, gli uomini, provati dal dolore, hanno cercato di attirare l’attenzione di altri guidatori, affinché cercassero di far fermare il camion. Il camion è stato alla fine fermato vicino Zagreb da agenti della polizia croata con uniformi blu scuro e gli uomini sono stati messi nel retro del furgone della polizia. L’intervistato ha spiegato che il viaggio è durato per circa 10 minuti e che a quel punto ha notato un cartello stradale con scritto “Zagreb, 3 km”, che puntava nella direzione opposta alla loro. Quando il furgone si è fermato, gli uomini si sono accorti che non erano stati portati alla stazione di polizia, ma piuttosto presso un garage. Il locale era sporco e antigienico, con un odore spiacevole e penetrante e 4 sedie all’interno. Lì, gli uomini si sono dovuti confrontare con 3 agenti donne e 4 agenti uomini.
Sono stati picchiati col manganello ogni volta che facevano una richiesta, inclusa quella di una giacca, visto che erano bagnati e infreddoliti a causa del viaggio, o quella di andare in bagno. Dopo un po’ di tempo una poliziotta ha offerto al gruppo una piccola busta di patatine e una bottiglia d’acqua. L’intervistato ha detto che dopo questo gesto, gli altri agenti hanno cominciato a litigare con lei e a urlare, dicendo che non era autorizzata a fornire viveri. Durante la detenzione gli uomini sono stati costretti a farsi fotografare mentre tenevano una lavagnetta con qualcosa scritto sopra. Non hanno però capito quale fosse il significato delle scritte o lo scopo di ciò.
Dopo sono stati rimessi sul furgone. Durante il viaggio gli uomini erano ancora bagnati e il conducente ha tenuto accesa l’aria condizionata per tutta la durata del tragitto per farli sentire ancora più freddo. Il viaggio è durato circa 4 ore. Sono stati portati al confine vicino alla Bosnia e lasciati a 4 agenti croati che li aspettavano, che li hanno picchiati coi manganelli e hanno rubato i loro averi. Poi sono stati costretti a camminare oltre il confine per circa 20 km, fino a che hanno trovato un piccolo villaggio dove si sono addormentati affamati, bagnati e infreddoliti.

Spiegazione
La violazione persistente degli standard internazionali di detenzione da parte delle autorità croate è chiaramente un’infrazione dell’Art.3. BVMN è preoccupata per le prove in aumento che dimostrano la pratica delle autorità croate di trattenere gruppi di migranti e rifugiati in celle di polizia piccole e sovraffollate e che non presentano i requisiti di base per la detenzione di esseri umani. La mancanza di servizi di base riflette una chiara violazione dell’Art.3 ed è stato dimostrato nella giurisprudenza recente che un tale trattamento è proibito.

La risposta croata alle accuse sulle violenze ai confini

Dall’inizio del 2016 le autorità croate hanno sistematicamente negato qualsiasi irregolarità ai confini. In una risposta pubblica ad Amnesty International del marzo 2019, il ministro dell’interno Davor Božinović ha affermato:
Dal 2016 abbiamo ricevuto 202 denunce da istituzioni statali e organizzazioni della società civile, contenenti accuse di violenze perpetuate dalla polizia croata contro migranti, e di requisizione e distruzione delle loro proprietà. Tutti i resoconti ricevuti fino ad ora dal ministero, provenienti da organizzazioni non governative e altre organizzazioni, e riguardanti l’uso di misure coercitive contro migranti dagli agenti di polizia, sono stati controllati, tenendo a mente che, di solito, questi resoconti non contengono informazioni sufficienti per portare avanti delle indagini”.

Il difensore civico Lora Vidović ha ripetutamente comunicato le denunce dei migranti relative ad abusi della polizia, ma non ha ricevuto informazioni dal Ministero dell’Interno o dall’ufficio del pubblico ministero in relazione a indagini che potrebbero confermare o confutare queste accuse.

Il difensore civico ha affermato che nel caso di Madina Hussiny, una bambina afghana di 6 anni morta pochi minuti dopo essere stata respinta dalla Croazia alla Serbia, il Ministero dell’Interno le ha negato l’accesso al suo database, che era l’unica fonte di informazioni sul trattamento dei migranti da parte della polizia.

Il difensore civico ha poi riferito alla stampa croata che il Ministero dell’Interno non renderà accessibile il filmato delle telecamere a imaging termico risalenti al tempo dell’incidente in questione, poiché afferma che non si è conservato. Vidović ha detto inoltre di aver richiesto al pubblico ministero la sentenza con la quale si rigettava la denuncia presentata dalla famiglia Hussiny in relazione alla morte della bambina, ma il documento non le è mai stato consegnato.

A seguito della diffusione di un filmato esclusivo mandato in anonimato al BVMN che mostrava gli agenti della polizia croata espellere illegalmente persone in Bosnia Erzegovina, e dopo che un filmato simile è stato pubblicato da The Guardian e dalla Swiss Tv station SRF, i giornalisti svizzeri hanno chiesto al presidente croato Kolinda Grabar Kitarović un commento al riguardo. Il presidente ha risposto ammettendo apertamente l’esercizio di respingimenti e di violenza da parte della polizia durante queste procedure:
Respingimenti illegali? Cosa intendete per illegali? Parliamo di persone illegali, persone che tentano di entrare in Croazia illegalmente, e la polizia li rimanda in Bosnia. Ho parlato con il Ministro dell’Interno, col capo della polizia e con agenti sul campo e mi hanno assicurato di non aver usato eccessiva forza. Certo, un po’ di forza è necessaria per attuare un respingimento, ma dovreste vedere quel territorio!

Successivamente, di fronte a reazioni negative ai suoi commenti, ha subito affermato che questi sono stati estrapolati dal contesto, ma tuttavia ha ripetuto che “è stata applicata una forza ragionevole” durante i respingimenti.

Alla fine di marzo 2019 il difensore civico ha ricevuto una denuncia anonima da parte di un poliziotto che lavorava per una stazione di polizia del confine e relativa alla condotta illegale degli agenti di polizia ordinata dai loro superiori. Ha immediatamente avvisato l’ufficio del procuratore richiedendo un’indagine efficiente e indipendente in relazione a queste accuse. Tuttavia, a causa della mancanza di aggiornamenti successivi, all’inizio di giugno ha notificato la cosa al parlamento croato e ai suoi comitati competenti.

Il contenuto della denuncia, come quello di altre denunce che il difensore civico sta ricevendo riguardo al trattamento dei migranti da parte della polizia, sottolinea la mancata considerazione delle richieste di protezione internazionale e trattamenti violenti, pestaggi, furto di denaro e di altri oggetti, e respingimenti oltre il confine, senza prima aver condotto nessuna delle procedure legali richieste dal caso di specie.

Pubblicata successivamente dai media locali, la denuncia riporta che gli agenti sovrintendenti hanno dato ordine agli agenti in campo di respingere tutti i rifugiati e i migranti in Bosnia senza “documenti e processo”, non lasciando perciò nessuna traccia, e di prendere il denaro e i cellulari e buttarli nel fiume o tenerli per loro stessi. Secondo la lettera, ogni giorno sono respinte dalle 20 alle 50 persone in questo modo. In essa si afferma che tra i migranti ci sono donne e bambini ma che “sono trattati tutti allo stesso modo”.

L’autore della lettera anonima afferma:
Quando vengono portati qui da altri distretti di polizia, sono esausti, alcune volte sono stati picchiati, e noi li respingiamo durante la notte verso il confine con la Bosnia. Succedono ogni sorta di cose, alcuni agenti usano anche le loro pistole. (…). Io personalmente ne ho riportati 1000. Ho provato a essere il più umano possibile, ma se avessi rifiutato di farlo, avrei perso il mio lavoro. (…). La prego di usare la sua posizione per fermare questa brutta tendenza, che potrà condurre a tragiche conseguenze”.

Nonostante questo, il Ministero dell’Interno, senza alcuna eccezione, afferma che queste denunce sono inaccurate e non confermate, e rifiuta di intraprendere tutte le misure ragionevoli e disponibili per condurre indagini efficaci e trovare prove rilevanti per gli eventi che vengono denunciati.

#Lesvoscalling

Una campagna solidale per la libertà di movimento
Dopo il viaggio conoscitivo a ottobre 2019 a Lesvos e sulla Balkan route, per documentare e raccontare la drammatica situazione sull'isola hotspot greca e conoscere attivisti/e e volontari/e che si adoperano a sostegno delle persone migranti, è iniziata una campagna solidale lungo la rotta balcanica e le "isole confino" del mar Egeo.
Questa pagina raccoglie tutti gli articoli e il testo di promozione della campagna.
Contatti: lesvoscalling@gmail.com

Border Violence Monitoring Network (BVMN)

Border Violence Monitoring Network (BVMN) è una rete indipendente di ONG e associazioni con sede nella regione dei Balcani e in Grecia. BVMN monitora le violazioni dei diritti umani ai confini esterni dell'UE e si impegna per mettere fine ai respingimenti e alle pratiche illegali. Il network utilizza un database condiviso per raccogliere le testimonianze delle violenze subite da chi transita sulla rotta dei Balcani.
In questa pagina trovate le traduzioni integrali dei rapporti mensili curati da BVMN.