//

Tunisia: il centro per migranti dimenticato del Nordafrica

di Annalisa Camilli* e Eleanor Paynter*, The New Humanitarian - 22 gennaio 2020

Molti migranti e richiedenti asilo attraversano il centro per migranti della città di Medenine mente si dirigono in Tunisia. Photo credit: Annalisa Camilli/TNH

Zarzis/Medenine, Tunisia

Fatoumata Camara e i suoi due figli hanno trascorso quasi due anni in un edificio di mattoni rossi nella città disabitata di Medenine nel sud-est della Tunisia, 3.600 km in linea d’aria dalla sua città natale in Guinea e più di 500 km dal più vicino tratto di costa italiana che speravano di raggiungere.

A gennaio 2018 è partita su un piccolo gommone con suo marito e i bambini, per cercare di attraversare il Mediterraneo e raggiungere l’Italia. Dopo aver avuto dei problemi durante la navigazione la famiglia è stata soccorsa da una nave di una ONG.

Piangendo nel ricordare il viaggio, Camara ha raccontato che credeva che a quel punto i problemi fossero finiti per la sua famiglia. “Era una grande nave accogliente”, ha detto al New Humanitarian fuori del centro di accoglienza di Medenine dove vive attualmente. “Ci hanno detto che ci avrebbero condotto in Italia”.

Ma il figlio maggiore di Camara aveva dell’acqua nei polmoni ed è stato necessario portarlo subito in ospedale in Tunisia. Lei e l’altro bambino sono andati con lui, mentre suo marito è stato portato da un’altra parte. “Li abbiamo pregati di non separarci, ma non c’è stato niente da fare: mi hanno messo su un elicottero con altre 10 persone”.

Alla fine Camara e i suoi due figli sono stati trasferiti nel centro per migranti di Medenine, (nella Tunisia meridionale), finendo per unirsi al piccolo ma stabile gruppo di persone arrivate nel paese nordafricano negli ultimi due anni.

Alcuni sono in cerca di una via alternativa per raggiungere l’Europa, alcuni di un rifugio sicuro dallo sfruttamento dilagante, abusi e conflitti che stanno crescendo vertiginosamente nella vicina Libia. Altri ancora, come Camara, sono stati salvati e portati a terra dopo il tentativo fallito di raggiungere l’Europa, spesso dalle navi della guardia costiera tunisina, di pescatori o mercanti.

Indipendentemente da come sono arrivati, può essere difficile per migranti e rifugiati riuscire a lasciare la Tunisia.

Tra gennaio e la fine di novembre dello scorso anno meno di 4.000 persone sono riuscite ad attraversare il Mediterraneo e a raggiungere l’Italia dalla Tunisia. Circa tre quarti di questi erano tunisini in cerca di una vita migliore in Europa, una tendenza cominciata dopo la rivoluzione del 2010-2011 e che è continuata a ritmo sostenuto fino ad allora.

Richiedenti asilo e migranti che finiscono in Tunisia come Camara, spesso si trovano bloccati all’interno di un sistema di asilo confuso che è svuotato di risorse e sovraccaricato dal numero crescente di individui in cerca di assistenza.

Se è vero che le persone possono provare a cercare protezione in Tunisia, è anche vero che il governo deve ancora approvare una legge che possa garantire di fatto il diritto di asilo, e che in passato il governo stesso ha respinto persone che hanno provato ad entrare nel paese illegalmente e ha cercato di limitare l’assistenza a coloro che hanno avanzato richieste di protezione.

È l’UNHCR, l’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, che sovrintende alla determinazione dello status di rifugiato nel paese.

L’agenzia riporta che: “In certi casi l’UNHCR, quando identifica persone che possiedono specifici criteri di protezione, supporta i rifugiati nel ricollocamento in altri paesi”. Solo una manciata di loro è stata ricollocata in paesi terzi nel 2019.

La maggior parte di richiedenti asilo e rifugiati tuttavia è lasciata di fronte a scelte non invidiabili: optare per il rimpatrio volontario nei paesi di origine, diventare irregolari in Tunisia con diritti limitati o aspettare sperando di raggiungere l’Europa.

Il marito di Camara ha ottenuto la protezione umanitaria in Italia che gli garantisce un permesso di soggiorno di due anni. Ma lei è rimasta bloccata in Tunisia ad aspettare il ricongiungimento familiare, che potrebbe arrivare o non arrivare e che potrebbe rappresentare una via di uscita per la famiglia.

Rotte mobili

Le dinamiche migratorie che riguardano la Tunisia sono a lungo passate in secondo piano mentre la comunità internazionale si concentrava sulla Libia, la sua vicina orientale.

Tra il 2013 e il 2017 la Libia è stata il principale punto di collegamento tra il Nordafrica e l’Europa. Nel 2017 circa 120.000 richiedenti asilo e migranti hanno attraversato il Mediterraneo centrale viaggiando dal Nordafrica all’Italia.

La maggior parte di questi (più del 90%) è partita dalla Libia, prima che la rotta fosse chiusa quasi del tutto a seguito di un accordo del 2017 tra Italia e Libia che aveva lo scopo di frenare l’immigrazione. Decine di migliaia di richiedenti asilo e rifugiati, e centinaia di migliaia di migranti si sono ritrovati intrappolati in una situazione terribile.

L’anno scorso meno di 12.000 richiedenti asilo e migranti hanno attraversato il Mediterraneo centrale, e il numero di persone partite dalla Libia e dalla Tunisia è stato all’incirca lo stesso. In realtà c’è stata una diminuzione di persone che hanno raggiunto l’Italia partendo dalla Tunisia, da 5.200 nel 2017 a 3.624 tra gennaio e la fine di novembre dello scorso anno.

Nonostante questo, appena si è registrato in Italia un lieve aumento degli arrivi dalla Tunisia nel settembre del 2019, i politici italiani hanno cominciato a parlare di “emergenza immigrazione”.

Ramdhan Messaoudi del Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (FTDES) ha definito eccessiva la reazione dell’Italia.

In Tunisia ci sono state elezioni presidenziali e parlamentari a settembre e a ottobre, e Messaoudi ha affermato che le partenze dal paese tendono ad aumentare quando le forze dell’ordine sono preoccupate per la sicurezza relativa alle elezioni.

Messaoudi crede che ciò che è cambiato sono i protagonisti del viaggio. L’anno scorso coloro che cercavano di raggiungere l’Europa erano in maggioranza i tunisini, mentre solo il 25% (circa 900), proveniva da altri paesi, soprattutto dalle regioni subsahariane.

Inoltre ha affermato che in passato i migranti provenienti dalle regioni subsahariane erano circa il 9-11% di coloro che partivano dalla Tunisia e che questa percentuale è aumentata nel 2019 a causa del deterioramento della situazione in Libia e del bombardamento dei centri di detenzione libici.

Mentre in Libia regna il caos, in Tunisia si sta profilando una crisi forse più trascurata, con un numero crescente di persone in cerca di aiuto.

Desiderati, Indesiderati

Wijdi Benhamed, un portavoce dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) ha affermato che i richiedenti asilo e migranti subsahariani o vengono soccorsi in mare o entrano in Tunisia attraverso due punti lungo il confine con la Libia, nella città portuale meridionale di Zarzis.

Ha aggiunto che lo scorso anno più di 600 persone sono state salvate in mare e portate in città costiere come Zarzis.

Una volta giunti in Tunisia i migranti e richiedenti asilo hanno il permesso di rimanere legalmente nei centri di accoglienza fino ad un massimo di 60 giorni. Durante questo lasso di tempo le loro richieste di assistenza dovrebbero essere esaminate.

Benhamed ha affermato che i pochi centri operativi, gestiti dall’UNHCR, OIM e dalla Mezzaluna Rossa tunisina, hanno una capacità limitata e sono spesso sovraffollati perché le persone rimangono più del tempo assegnato mentre l’UNHCR esamina le informazioni dei nuovi arrivati.

Le autorità tunisine hanno finora bloccato l’apertura di nuove strutture, e l’ex presidente Beji Caid Essebsi ha affermato in ottobre 2018 che il paese non ha le risorse necessarie per gestire nuovi centri e richiedenti asilo, come era stato richiesto al tempo dall’UE.

Le persone che restano nei centri per lunghi periodi di tempo hanno diritto a ricevere aiuto.

Camara ha affermato che nel centro di Medenine dove vive, gestito in collaborazione dalla Mezzaluna Rossa e dall’OIM, riceve 30 dinari alla settimana dal governo (circa 11 dollari) e che i soldi bastano solo per comprare il riso ai bambini, niente di più.
libya-tunisia-migration_1_0.jpg?19xWawuEBzHHrQ04QeExBu5C9txCmdiV&itok=acQWEueQ
Fatoumata Camara e i suoi due bambini hanno trascorso quasi due anni nel sud della Tunisia, dove sono stati condotti dopo un tentativo fallito di attraversare il Mediterraneo e raggiungere L’Italia dalla Libia. Photo credit: Annalisa Camilli

Nessuna legge sull’asilo

A complicare e rallentare questo processo è il fatto che una legge che possa permettere di richiedere asilo in Tunisia è stata redatta ma non ancora approvata.

In sua assenza tocca all’UNHCR registrare i richiedenti asilo e gestire le loro richieste di protezione, in collaborazione con il Concilio Tunisino per i Rifugiati. “Le persone che vogliono fare domanda di asilo presentano un fascicolo al Concilio Tunisino per i Rifugiati. Non possono essere deportate, ma non possono neppure essere regolarizzate o lavorare” ha affermato Paola Pace, portavoce dell’OIM.

Se ottengono uno dei limitati posti disponibili, coloro che vengono riconosciuti come rifugiati possono essere ricollocati in paesi terzi, mentre la maggior parte dei migranti e dei richiedenti asilo è lasciata in una condizione precaria a causa della mancanza di opzioni legali. Questi ultimi possono fare domanda di asilo, ma è improbabile che lo otterranno.

“Possono finire in situazioni di lavoro irregolare, precarietà e sfruttamento”.

Molti migranti hanno riportato al TNH di un incidente avvenuto alla fine di agosto, quando una donna somala ha tentato il suicidio in un centro di accoglienza di Medenine dopo che la sua domanda di asilo era stata rigettata dopo 6 mesi di attesa.
Sono frequenti i casi di angoscia psicologica, depressione e autolesionismo, e coloro che non sono riconosciuti come rifugiati spesso non hanno documenti e possono finire in situazioni pericolose.

Ci sono circa 10.000 migranti “irregolari” in Tunisia, ma non esistono statistiche ufficiali. Se catturate, queste persone rischiano la galera e multe salate.

Possono finire in situazioni di lavoro irregolare, precarietà e sfruttamento” ha spiegato Paola Pace. “Nel paese, i migranti sono spesso impiegati nell’industria dei servizi, bar e stazioni di servizio, nei lavori domestici (le donne), e in alcune zone lavorano nei campi in condizioni di semi-schiavitù”.

Molti richiedenti asilo con i quali TNH ha parlato, sia a Zarzis che a Medenine, hanno detto di non voler rimanere in Tunisia. Alcuni speravano di ottenere lo status di rifugiato e viaggiare legalmente verso l’Europa. Altri, come Camara, erano in attesa di documenti che avrebbero permesso loro di raggiungere i membri della loro famiglia altrove.

Qui non c’è lavoro”, ha riferito Mohamed Mohatar, un minore non accompagnato originario del Sudan alloggiato in un centro di accoglienza a Medenine. “Sto aspettando i miei documenti, ma se non arrivano me ne andrò via mare”.

Alcuni migranti lavorano sottobanco per guadagnare i soldi per pagarsi il viaggio dalla Tunisia all’Italia, e ci sono persone che pianificano di tornare in Libia per provare ad attraversare il Mediterraneo da lì, nonostante i rischi.

Pace spiega che la tariffa dei trafficanti per le partenze dalla Libia è un terzo di quella richiesta per partire dalla Tunisia.

“Non smetterò di provare”

Mentre i centri di accoglienza sono pieni soprattutto di africani, la rotta Italia-Tunisia viene praticata solitamente da cittadini tunisini.

Uno dei cambiamenti che ho notato rispetto al 2015 è il profilo di coloro che scelgono di emigrare” ha riferito Messaoudi del FTDES. “In passato se ne andavano solo i più poveri, chi non poteva finire la scuola o non aveva avuto la possibilità di studiare, ora anche la classi più ricche emigrano, inclusi i giovani uomini diplomati”.

“Quando hai un passaporto [europeo], puoi andare dove vuoi, ma non è così se non lo possiedi”.

L’economia è paralizzata e i servizi pubblici scarsi. Messaoudi ha aggiunto che: “E’ la mancanza di prospettive per il futuro che spinge i tunisini ad andarsene, la consapevolezza che un titolo di studio non è abbastanza per migliorare la propria posizione”.

In un’intervista di novembre a Zarzis, Wassim, un giovane tunisino proveniente dalla città e che si definiva un trafficante improvvisato, ha riferito a TNH di aver comprato una barca da un pescatore per raggiungere l’Italia, e di aver trovato altre 14 persone con cui spartire il costo del viaggio.

Ottenere un visto per entrare in Europa è quasi impossibile tramite i canali ufficiali, ma tuttavia il ragazzo ha affermato di aver sentito di metodi alternativi che costano però più del viaggio stesso.

“Quando hai un passaporto [europeo] puoi andare dove vuoi, ma non è così se non lo possiedi”, ha continuato Wassim. “Avevo un lavoro come pasticcere, ma volevo guadagnare di più per comprare della terra in Tunisia”.

Insieme ai suoi compagni, ha riempito la barca di 7 metri (22 piedi) con generi di prima necessità – carburante, acqua, biscotti – ed è partito. Dopo 26 ore il gruppo ha raggiunto Lampedusa e Wassim è stato trasferito al cosiddetto hotspot di accoglienza dell’isola italiana.

Dopo alcuni giorni è stato trasferito in traghetto in Sicilia, e poi in un centro di rimpatrio. Alla fine è stato riportato in Tunisia con l’aereo insieme ad altri 28 migranti, tutti ammanettati e scortati dalla polizia.

Tornare a casa dopo aver provato a raggiungere l’Europa è stata una grande umiliazione” ha ammesso. “Proverò di nuovo a chiedere un visto, se funziona bene, altrimenti non smetterò di provare”.