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Ungheria – Prigionieri nella terra di nessuno

Sascha Lübbe, Zeit on line - 20 gennaio 2020

Il campo profughi in Röszke al confine serbo-ungherese © Laszlo Balogh/​Getty Images

Abouzar Soltani ha molta paura delle domande di suo figlio.

Papà, perché siamo qui?“.
Papà, cosa abbiamo fatto di sbagliato per essere trattati in questo modo?“.
Papà, quando potremo finalmente andarcene?“.

All’inizio, dice Soltani, gli rispondeva sempre: “Andrà tutto bene“.

Oramai non ne ha più il coraggio.

Non potrebbe mentire a suo figlio.

Abouzar Soltani sembra stanco. La sua voce suona roca al telefono, monocorde. Le sue registrazioni video mostrano un uomo di 37 anni: lunghi capelli neri raccolti in una treccia, una barba che incornicia la bocca e il mento. Da più di un anno lui e suo figlio Armin, 10 anni, sono bloccati in una zona di transito ungherese. Non possono proseguire verso l’Europa occidentale né lasciare il campo. Ufficialmente, per loro non vi è che una strada: quella del ritorno in Serbia.

Esistono due zone di transito in Ungheria, nei comuni di Röszke e Tompa. Il governo ungherese non fornisce alcuna informazione sul numero esatto di detenuti. Si stimano circa 300 persone in entrambi i campi, due terzi delle quali bambini.

Le due zone di transito, campi chiusi al confine serbo-ungherese, sono ormai gli unici posti in Ungheria dove rifugiati e migranti possono presentare domanda di asilo. Sono stati a lungo criticati: le organizzazioni umanitarie parlano di condizioni carcerarie, ai detenuti è stato ripetutamente rifiutato il cibo. L’UE ha quindi avviato una procedura di infrazione contro l’Ungheria e ha intrapreso un processo basato sullo stato di diritto. La politica ungherese in materia di asilo, secondo varie organizzazioni, viola i diritti umani e il diritto internazionale.

Pochissime persone conoscono l’interno dei centri, cosa avviene lì ogni giorno. È vietato l’ingresso ai giornalisti, così come alla maggior parte delle organizzazioni umanitarie. Molti detenuti temono conseguenze se, ad esempio, si pronunciano rispetto alle condizioni tramite i social media.

Container e guardie

Il contatto con Abouzar Soltani è avvenuto attraverso The Hungarian Helsinki Committee (HHC), una ONG ungherese che offre supporto legale gratuito alle persone nel campo. Anche l’avvocatessa di Soltani lavora per l’HHC. Stando alle informazioni fornite dall’ONG, lui sarebbe il primo detenuto in una zona di transito a poter parlare apertamente ai media rispetto alla situazione. La sua storia non è un caso isolato, ma esemplifica le condizioni nei campi e il funzionamento del sistema di asilo ungherese.

Röszke è una piccola comunità a 170 chilometri a sud di Budapest. La zona di transito è fuori dal centro del paese. Su Googlemaps non è che una stretta striscia blu in mezzo a campi e foreste.

Mentre è al telefono, Soltani siede nell’unico posto all’aria aperta del campo, il cortile interno. Esso è disposto in modo rettangolare: su tre lati ci sono container residenziali, sul quarto il cancello d’ingresso protetto.

La vista“, afferma Soltani, “è la stessa ogni giorno“. Né auto né passanti. Solo i container, le guardie, uno scivolo per i bambini. L’intera area è recintata con il filo spinato. Dietro uno dei container si ergono degli alberi. “Lì inizia la Serbia“, dice Soltani. “Noi viviamo qui nell’assoluta terra di nessuno“.

Soltani ha presentato domanda di asilo

Condivide una stanza con suo figlio: dodici metri quadrati, due letti, quattro armadi, una finestra, una porta. In alcuni casi, alloggiate nelle camere vi sono anche delle famiglie con fino a quattro bambini, racconta.

La libertà nelle zone è fortemente limitata: ai detenuti non è permesso lasciare il campo, possono muoversi liberamente soltanto nelle stanze e nel cortile interno.

Una volta alla settimana possono farsi comprare dei generi alimentari con i propri soldi. Allora gli assistenti sociali vanno, procurano riso, farina e olio in modo che i detenuti possano cucinare da soli. Il resto della settimana devono mangiare tutto ciò che arriva sul tavolo della mensa: pane e salsiccia al mattino e alla sera, un pasto caldo a pranzo, di solito spaghetti o patate.

Convertito al Cristianesimo

C’è una saletta TV, dice Soltani, internet con una cattiva connessione, un piccolo parco giochi per bambini. “Per il resto“, afferma, “qui non c’è niente“. Dorme male, al massimo cinque ore a notte. A tormentarlo, le troppe preoccupazioni.

Soltani proviene da una famiglia di artisti ed è attraverso l’arte che tenta di distrarsi: fotografa e filma con il suo cellulare, disegna e dipinge, soprattutto simboli religiosi.
Durante la fuga, da musulmano sciita si è convertito al cristianesimo.

Soltani e suo figlio provengono dall’Iran, dalla città di Isfahan. Lì, Soltani ha lavorato nel dipartimento di pubbliche relazioni di un ospedale. Nel 2007 ha iniziato a occuparsi di Cristianesimo, racconta. Voleva saperne di più su Gesù, ma ciò sarebbe stato impossibile nel paese. “Le mie opinioni non erano più compatibili con il clima in Iran“, afferma oggi. Per quanto riguarda la procedura di asilo, non ha potuto aggiungere altro rispetto ai motivi che l’hanno spinto a fuggire.

Nel 2015 Soltani è fuggito con suo figlio, la madre è rimasta in Iran. Con l’aiuto dei trafficanti, i due sono arrivati in Ungheria via Turchia, Bulgaria e Serbia. Il 5 dicembre 2018 hanno raggiunto il campo di Röszke.

Richieste solo nelle zone di transito

Da qui in poi, la sua storia ricorda quella della maggior parte dei detenuti nelle zone di transito. Soltani ha presentato domanda di asilo. In quel contesto, afferma, le sue ragioni individuali per l’asilo non sono state realmente chieste. I funzionari hanno invece fatto riferimento a una nuova disposizione della legge ungherese in materia di asilo: la norma 51, la quale stabilisce soprattutto una cosa: la Serbia è luogo sicuro. E le domande di asilo in Ungheria sono in tal modo quasi impossibili.

Infine, chi ha il diritto di entrare nel paese viene scelto sulla base di elenchi speciali, di cui nessuno conosce esattamente i criteri. Secondo alcune organizzazioni umanitarie, i migranti si erano inizialmente organizzati da soli.

È il primo ostacolo infame nel sistema ungherese di asilo: dal 2017 i richiedenti asilo hanno potuto presentare domanda solo nelle zone di transito ma, a causa della loro posizione direttamente al confine, possono essere raggiunti solo dalla Serbia. Chiunque venga catturato al di fuori delle zone in Ungheria viene portato in Serbia dalla polizia, spesso per mezzo della violenza. Il Consiglio d’Europa accusa la polizia ungherese di gravi maltrattamenti. In Serbia la gente deve poi aspettare nei campi al confine.

Nel frattempo, anche i governi ungherese e serbo sono stati coinvolti. Non di rado, in ballo vi è anche la corruzione.

35 persone sono state lasciate entrare nel paese un anno fa, afferma Soltani. Perché lui e suo figlio erano tra i presenti? “Probabilmente avevamo aspettato abbastanza a lungo“. Per due anni e tre mesi i due sono rimasti in Serbia fino all’ingresso in Ungheria attraverso la zona di transito.

Minacciato di estradizione verso la Serbia

Consentire ai richiedenti asilo di entrare nel paese solo attraverso la Serbia per poi spiegare loro che il paese da cui provengono è sicuro: per Soltani questa è pura strategia di sfiancamento. “Stanno giocando con le speranze dei rifugiati“, asserisce. “Se la Serbia è davvero un paese sicuro, perché le persone vengono lasciate entrare?“.

La sua domanda di asilo è stata rifiutata, il suo ricorso in appello respinto. È stato minacciato di estradizione in Serbia. Le autorità ungheresi hanno presentato una domanda corrispondente nel paese vicino.

Otto giorni di digiuno

Era il pomeriggio del 26 marzo, racconta Soltani, quando un assistente sociale, entrato nella sua stanza, gli ha intimato di fare le valigie. “Se rifiuti“, ha detto l’uomo, “chiameremo la polizia“. Lui e suo figlio sono stati portati in un’altra sezione del campo, quella per i richiedenti asilo respinti, e in un primo momento sono stati messi in una stanza deserta e isolata.

Per tre giorni gli è stato privato il cibo, riporta Soltani, soltanto suo figlio è stato sfamato. La sua avvocatessa dell’HHC non è stata autorizzata a fargli visita durante questo periodo, motivo per cui Soltani le ha scritto un’email.

Anche questo non è un caso isolato. La ONG ha documentato un totale di 27 operazioni di questo tipo tra agosto 2018 e luglio 2019. Ad alcune persone è stato negato il cibo fino a otto giorni.

La motivazione data dal governo ungherese è sempre la medesima: dal momento che la domanda di asilo di suddette persone è stata respinta, esse non avevano più diritto alle cure. Il Comitato è tuttavia riuscito a ottenere in tutti i casi una negoziazione tramite la Corte europea dei diritti dell’uomo, anche per Soltani. Ma non si tratta che di ordinanze temporanee, singole misure di emergenza, insufficienti a sradicare il problema alla radice.

Tenere un bambino prigioniero

Barbara Pohárnok è l’avvocatessa di Soltani presso l’HHC. Per lei, privare il cibo è un chiaro calcolo. “Pare che le autorità stiano cercando di aumentare la pressione“, afferma. “I detenuti vengono dissuasi dall’intraprendere azioni legali“.

Ma c’è un secondo problema fondamentale. Il governo ungherese si rifiuta di classificare la sistemazione nelle zone di transito come detenzione, sostenendo che la via di ritorno verso la Serbia è sempre aperta; non è inoltre previsto un periodo di reclusione massimo, come invece avviene di consueto per le pene detentive. “Così ci ritroviamo, in una certa misura, con le mani legate“, afferma Pohárnok. “Se l’Ungheria si rifiuta di riconoscere tale sistemazione quale prigionia, ci risulta difficile fare causa contro le condizioni di detenzione“.

Al fine di intraprendere un’azione legale contro l’accoglienza del caso Soltani, l’avvocatessa ha avviato un’altra procedura. Riguarda il figlio di Soltani.

La vita nella prigione per i richiedenti asilo respinti non ha fatto che aggravare la sua situazione, afferma Pohárnok. Le cure mediche sono peggiori, ai dipendenti delle organizzazioni umanitarie, come l’UNHCR, viene negato l’accesso. Questo vale anche per i due psicoterapeuti che operano nel campo. “Nessun bambino può essere trattenuto prigioniero per un anno” dice Pohárnok. “Non bisogna essere uno psicologo dell’infanzia per capirlo.”

Lo stesso Soltani sostiene che suo figlio sia progressivamente peggiorato. Il bimbo avrebbe infatti smesso di condividere con lui i suoi desideri. “La mia più grande paura“, rivela Soltani, “è che un giorno possa perdere la fiducia nei miei confronti“.

L’Ungheria è prima di tutto un paese di transito

Una volta, racconta Soltani, suo figlio era malato e dovevano andare in ospedale. Quattro agenti di polizia sono venuti a prenderli e li hanno messi in una volante. Una volta usciti dall’auto, hanno continuato a ripetere: non proferire parola con nessuno eccetto il dottore, non guardare mai nessuno. Anche allora, suo figlio gli avrebbe chiesto: “Papà, abbiamo fatto qualcosa di sbagliato?“.

Né lui né suo figlio sarebbero stati maltrattati fisicamente nel campo, rammenta Soltani. Eppure avrebbe visto accadere anche questo, nei confronti di altri detenuti. È stato testimone di come le guardie avrebbero picchiato donne e bambini perché si erano rifiutati di trasferirsi in un’altra ala del campo.

Ci trattano bene appena quanto basta per tenerci in vita“, chiosa Soltani. “In tal modo il governo può dire di averci salvati“.

Più a Nord

Eppure la situazione nel paese non è stata sempre così. Quando il numero di rifugiati in Ungheria era ancora gestibile, si poteva chiedere asilo in qualsiasi parte del paese. Ciò è cambiato nel 2015 con l’aumento del numero di rifugiati. Le zone di transito sono state aperte e l’Ungheria ha dichiarato l’emergenza. “Da allora, il governo ha costantemente inasprito le leggi“, dichiara Barbara Pohárnok. “Fa di tutto pur di assicurarsi che a venire nel paese sia il minor numero di persone possibile“.

L’Ungheria è, al riguardo, principalmente un paese di transito. La maggior parte dei rifugiati vuole andare più a nord, in Germania, Francia, Scandinavia. Perché il governo ungherese non li lascia semplicemente passare?

Pohárnok ritiene che anche qui si tratti di una strategia politica. Il primo ministro ungherese Orbán vorrebbe atteggiarsi da salvatore a livello internazionale, afferma, in qualità di difensore d’Europa contro le conseguenze della migrazione.

Gli uomini hanno scarse possibilità

La severa politica in materia di asilo mostrerebbe un effetto in tutti i settori della società, compresa la magistratura. Nella maggior parte dei casi in cui è coinvolta la loro organizzazione, afferma Pohárnok, le nuove leggi ungheresi si sono scontrate con il vigente diritto comunitario. Se i giudici ungheresi hanno dei dubbi sulle sentenze, rivolgendosi ad esempio alla Corte di giustizia europea, sono automaticamente contrari alle leggi del loro paese. “Per fare ciò bisogna essere coraggiosi. Ci sono giudici”, afferma Pohárnok, “per i quali vi sono state conseguenze”; riporta casi di minacce e provvedimenti disciplinari.

Eppure, dal punto di vista del governo ungherese, la procedura rafforzata funziona. Se a dicembre 2018, il mese del valico di frontiera di Soltani, ancora 35 persone al giorno venivano lasciate nelle zone di transito, attualmente sono dieci alla settimana – quasi esclusivamente famiglie, come afferma il ricercatore per le migrazioni Marc Speer il quale, per conto dell’Associazione per il controllo delle frontiere (Bordermonitoring), analizza le azioni dei governi europei ai confini. Da allora, gli uomini che viaggiano da soli hanno avuto scarse possibilità perché il confine ungherese per loro è de facto chiuso.

Come paese di transito, l’Ungheria è quindi praticamente irrilevante, afferma Speer. “Perché quasi nessuno esce dai campi, quasi nessuno li lascia in direzione nord-ovest“. Non sono poche le persone che sarebbero disposte ad arrendersi e tornare in Serbia, ma cifre concrete al riguardo non ce ne sono.
Il numero di persone nelle zone di transito a cui l’Ungheria concede asilo sta diminuendo rapidamente. Tra luglio 2018 e luglio 2019, secondo l’HHC, ce n’erano tre.

“Volevo tenere in vita i suoi sogni”

Con la sua politica in materia di rifugiati, l’Ungheria è un caso particolarmente tosto, afferma Speer. Frattanto, altri Stati europei ne starebbero tuttavia seguendo il modello. La Croazia, ad esempio, sta respingendo i richiedenti asilo in Bosnia o Serbia. “La pratica dei cosiddetti pushbacks [N.d.T. respingimenti], il rimpatrio illegale dei migranti, si trascina lungo l’intera rotta dei Balcani“, afferma Speer. Dalla Serbia alla Macedonia del Nord, dalla Macedonia del Nord alla Grecia, dalla Grecia alla Turchia.

Resta da chiedersi perché l’Ungheria possa continuare a mantenere tale condotta. Speer vede con scetticismo le procedure di infrazione previste dall’UE. Non sarebbero gestite con sufficiente decisione, dice. “In fin dei conti anche l’Unione europea pare essere soddisfatta dell’attuale situazione“, ritiene Speer. “Sono felici che Orbán stia facendo il lavoro sporco per loro. Perché ciò che si vuole evitare a tutti i costi è un secondo 2015” – quando i rifugiati partirono dall’autostrada ungherese verso Austria e Germania.

Illegali nel paese

La maggior parte dei rifugiati e dei migranti è ben consapevole della situazione nelle zone di transito ungheresi. Anche Abouzar Soltani, come lui stesso afferma, sapeva in cosa si stava cacciando. Ci ha provato comunque. “In Serbia ci è stato detto che la strada legale per l’Ungheria era attraverso le zone di transito“, riporta. “Quindi abbiamo scelto esattamente questo percorso“.

Da pochi giorni una famiglia afgana ha fatto le valigie ed è tornata in Serbia, dice. Per lui questa non era tuttavia un’opzione.

Anche la Serbia ha rifiutato di accettare Soltani. Il governo ha respinto la domanda presentata dall’Ungheria. Se Soltani dovesse tornare, sarebbe illegale nel paese e non potrebbe presentare, per un intero anno, nessuna nuova domanda di asilo nell’UE. Secondo l’Hungarian Helsinki Committee, anche questo non è un caso isolato.

Le autorità ungheresi stanno ora minacciando di espellerlo direttamente in Iran. Un paese in cui, in quanto cristiano convertito, potrebbe subire la reclusione, forse persino la morte. La sua avvocatessa Barbara Pohárnok ha intentato in totale tre cause legali. Resta in attesa dell’esito.

Pesci alla finestra

In definitiva“, afferma, “la situazione giuridica è chiara: un paese non può espellere un richiedente asilo senza esaminare attentamente la sua domanda di asilo, a condizione che non vi siano altri paesi a occuparsi del suo caso, come la Serbia nel caso di Abouzar Soltani. Evidentemente è quindi l’Ungheria ad avere piena responsabilità nei suoi confronti”.

Lo stesso Soltani ammette di essere esausto: non avere più un chiaro paese di destinazione quando altro non vorrebbe che vivere da qualche parte in pace, “In un paese in cui mio figlio possa continuare a imparare ed essere di nuovo un bambino“.

Per tirargli su il morale, ha girato insieme a lui un video sul cellulare. Il filmato di tre minuti si chiama Fish ed è stato proiettato al Festival internazionale del film documentario sui diritti umani a Budapest. Si può vedere come suo figlio prenda dei colori da un armadio per disegnare dei pesci sulla finestra della sua piccola stanza. “Volevo mantenere in vita i suoi sogni“, afferma Soltani. Al momento sta realizzando un nuovo cortometraggio. Questa volta riguarda se stesso.