Cronache da Chios

La testimonianza di una volontaria dall'isola

Photo credit: Elena De Piccoli

Chios, 4 marzo 2020.

La situazione a Chios è degenerata in fretta nel corso degli ultimi dieci giorni.

Dopo le proteste in piazza e nell’area in cui si prevede verrà costruito il nuovo campo di detenzione a Chios, c’è stata un’escalation di episodi violenti e di minacce da parte dei locali nei confronti di migranti e ONG attive sull’isola.

Sebbene Alba Dorata non abbia mai reclamato la paternità di azioni violente, si sospetta che vi sia comunque una loro influenza.

Il 26 febbraio alcune persone (tutti persone del posto) hanno fatto irruzione in un hotel a Karfas (5,6 km dalla città di Chios) dove erano alloggiate le squadre speciali di polizia mandate da Atene per sedare le proteste.

Nel pomeriggio, il gruppo è riuscito a superare la sicurezza della struttura e ad entrare nelle camere dove i poliziotti, non in servizio, sono stati colti nel sonno e picchiati gravemente. Il tutto è stato documentato, a partire dall’irruzione nell’hotel fino al pestaggio. Le forze dell’ordine hanno abbandonato l’isola per ritornare ad Atene tra la notte stessa e la mattinata seguente.

Nel frattempo, la città è rimasta bloccata, con scuole e servizi chiusi, per quasi una settimana.

Pochi giorni dopo il pestaggio, gli abitanti di Khalkios, villaggio nei pressi del quale si trova Vial, ha dato il via ad una serie di proteste sulla strada che porta all’ingresso principale del campo. Proteste che si sono fatte piuttosto violente e di stampo molto nazionalista, con sfoggio di grandi bandiere greche e persone che si davano i turni in modo che ci fosse sempre qualcuno di fronte al campo. Il tutto si è velocemente trasformato in un vero e proprio assedio, che ha impedito alle ONG di raggiungere il campo.

Il livello di allerta è aumentato quando a Lesbos i locali hanno iniziato a barricare il porto, impedendo gli sbarchi dei nuovi arrivi. L’odio degli abitanti di Lesbos si è presto riversato anche nei confronti dei volontari delle varie ONG, molti dei quali sono stati minacciati verbalmente e non solo; le macchine a noleggio che sono state viste aggirarsi o parcheggiate nei dintorni del campo di Moria sono state palesemente vandalizzate.

L’annuncio da parte di Erdoğan riguardo all’apertura dei confini della Turchia, visto dall’Europa come una minaccia, ma visto dai siriani soprattutto di Idlib come un’opportunità di salvezza, ha dato inizio ad una sorta di follia collettiva, che ha visto spostamenti di massa non solo dalla Siria ma anche di rifugiati già in Turchia, in partenza persino da Istanbul, dove è presente una folta comunità siriana.

A questo annuncio, però, la Grecia ha risposto con un’ulteriore chiusura dei confini e con il respingimento delle barche in arrivo.

La polizia di confine ha rafforzato le misure preventive, soprattutto nella zona tra Kastanies e la città turca di Edirne, dove migliaia di persone sono bloccate e le tensioni sono sfociate in scontri a cui la polizia ha reagito con lancio di gas lacrimogeni. Chi invece ha scelto di raggiungere la Grecia via mare è incappato appunto nella ferocia dei locali a Lesbos o nell’impossibilità di raggiungere il campo di Vial a Chios.

Gli abitanti di Chios che hanno circondato Vial, hanno infatti diffuso sui social la notizia delle loro intenzioni di impedire alle camionette che trasportano i nuovi arrivi di raggiungere il campo.

Per questo due giorni fa il sindaco di Chios ha messo a disposizione un vecchio edificio, riaperto per accogliere i migranti, ma senza divulgarne la collocazione, al fine di proteggere queste persone e di evitare altri scontri violenti tra le diverse fazioni che spaccano in due la città.

Dalle notizie che sono trapelate sui giornali ieri, si sa che sono arrivate 320 persone, ma che il governo afferma che non raggiungeranno il campo poiché verranno deportate; questo a causa di un precedente provvedimento entrato in vigore subito dopo l’apertura dei confini, che prevede la sospensione per un mese delle richieste di asilo (non delle procedure dei casi già avviati).

In seguito all’intensificarsi delle violenze nei confronti di migranti e operatori umanitari a Lesbos, la sera del 2 marzo c’è stato un intenso scambio di informazioni e consigli tra le varie ONG, compresa Stay Human Odv; si era sparsa (sempre tramite social) la notizia che i cittadini di Chios volessero riunirsi per protestare al porto contro i migranti e le ONG.

Si è verificato infatti un episodio singolare: presso i rifugiati si era sparsa la voce che ci fosse un’apertura dei confini da parte della Grecia e che ci fossero dei traghetti appositamente per loro, che permettevano di raggiungere Atene.

Dopo alcune indagini, abbiamo scoperto dagli stessi residenti del campo che qualcuno aveva affisso sulla tabella degli annunci di Vial un foglio che annunciava la presenza di questi traghetti e di prepararsi a partire. Dopo che la situazione nel campo si è fatta movimentata a causa della gioia e dei preparativi per la partenza, abbiamo saputo che l’annuncio era scomparso e che i locali, sempre appostati sulla strada fuori dal campo, si stavano preparando ad “accogliere” i rifugiati che fossero usciti.

Abbiamo cercato di spargere la voce presso i nostri contatti per impedire a tutti di uscire, ma è stato l’intervento della polizia a bloccare rifugiati e locali, nuovamente con l’uso di gas lacrimogeni che hanno letteralmente invaso il campo, in cui sappiamo esserci (da fonti mediche) molte persone affette da patologie respiratorie. Fortunatamente non ci sono state conseguenze gravi.

Mentre le ONG si preoccupavano di proteggere i rifugiati, l’attacco più pesante è stato invece sferrato ai loro danni, intorno alle 2.30 della notte del 3 marzo.
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La Chios People’s Warehouse, fondata nel 2016 da un gruppo di locali solidali ai rifugiati e coordinata insieme alla ong norvegese One Family – No Borders, era il magazzino di riferimento per molte associazioni di Chios ed era nata per aiutare i migranti, ma anche i rom di Chios e in generale gli abitanti della città che erano in difficoltà economiche.

La polizia, che nella notte ha bussato all’abitazione dei volontari e fondatori di One Family – No Borders che vivono a pochi passi, ha verificato e accertato che non si è trattato di un incidente, cosa dimostrata anche dal tentativo di incendiare il van dell’associazione, provato dalla benzina di cui tutto il mezzo era cosparso.

L’incendio ha distrutto completamente la warehouse, lasciandone soltanto i muri. Oltre ad essere un attacco mirato alle Ong che operano sull’isola, l’incendio ha messo a repentaglio la vita di alcune persone che abitavano negli appartamenti collocati sopra la warehouse, resi ora inabitabili. Questo dà la misura di quanto questo attacco volesse essere dannoso e un gravissimo segnale di poter commettere violenze inaudite.

A seguito di questo episodio, le ONG attive sull’isola si sono riunite con urgenza, per decidere quale fosse la strategia migliore da attuare, una volta appurato di essere nel mirino della destra estremista; alcune di queste hanno deciso di far rientrare i volontari non residenti sull’isola per la loro sicurezza e di sospendere le attività per qualche giorno.

Si è tenuta una riunione in cui i locali avrebbero discusso riguardo ai blocchi attorno a Vial, cosa che ieri ha lasciato molte persone all’interno del campo affamate e assetate, perché per via dello sciopero ogni servizio è stato sospeso.

Ci siamo ripromessi tutti di mantenerci al sicuro per proteggere noi e i rifugiati e di monitorare la situazione giorno per giorno, al fine di riprendere le attività in maniera sicura.