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Coronavirus

Frontera sur. Gruppi di migranti richiedono operazioni urgenti di fronte allo stato di allarme al confine meridionale spagnolo

Mathias Rodríguez, El Salto - 23 marzo 2020

Caravana Abriendo Fronteras, Ceuta - 2019

Con cinque casi di coronavirus confermati a Ceuta, ventiquattro a Melilla e 1.515 casi diagnosticati in tutta l’Andalusia, la crisi sanitaria sta mettendo in evidenza le condizioni precarie e vulnerabili nelle quali vivono i migranti e le violazioni dei diritti umani, nel confine meridionale.

È chiaro che il virus non si ferma davanti alle difficili situazioni amministrative, ma sembra anche chiaro che alcune fasce di popolazione ne subiscono le conseguenze in modo più grave.

I gruppi e le organizzazioni locali presenti sul posto stanno sporgendo reclami e denunce: richiedono un’azione immediata per far fronte alla situazione di emergenza.

L’emergenza abitativa dei minori migranti che sono in strada, il blocco dei lavoratori transfrontalieri a Ceuta e Melilla, o le condizioni di lavoro e la vulnerabilità abitativa dei lavoratori stagionali dei campi di Huelva; questi sono solo alcuni dei gruppi di migranti in grave difficoltà di fronte all’attuale stato di allarme.

Dal 13 marzo, il Marocco ha chiuso i suoi confini con la Spagna per evitare contagi dal continente europeo e le città autonome di Ceuta e Melilla sono rimaste completamente isolate via terra.

Entrambe hanno mantenuto comunicazioni con la penisola fino a martedì 17 marzo, quando le autorità locali hanno annunciato la chiusura dei porti per i traghetti e gli aerei passeggeri, mantenendo solo l’ingresso delle navi mercantili per garantire la fornitura di cibo e articoli di prima necessità.

La resilienza dei minori non accompagnati a Ceuta e Melilla

Photo credit: El Salto
I gruppi e le associazioni locali che lavorano con centinaia di minori non accompagnati, ragazzi e ragazze migranti che hanno viaggiato da soli e che vivono per strada sia a Ceuta che a Melilla, denunciano che non ci sia nessuna amministrazione a farsi carico degli aiuti e che, quando finalmente i fondi arrivavo, giungono saltuariamente o in ritardo.

Anche dopo la proclamazione dello stato di emergenza in tutto lo Stato spagnolo domenica a mezzanotte, a Ceuta non sono state prese misure per proteggere la popolazione migrante che vive in strada se non fino allo scorso mercoledì, quando è stato comunicato loro di spostarsi dal porto al Centro sportivo di Santa Amelia. Più di 130 giovani stanno affrontando lo stato di emergenza in questo centro di fortuna, dove ricevono cibo, igiene e controlli periodici della temperatura.

Da Maakum, un collettivo locale che lavora da anni con i minori migranti di Ceuta, arriva una richiesta di aiuto “affinché in una situazione di emergenza come questa, le persone vulnerabili non siano sempre le ultime a ricevere supporto e protezione“.

L’ONG ha diffuso, attraverso i social network, alcune testimonianze di giovani che denunciano la totale mancanza di informazioni e la reazione della polizia durante i primi giorni di allerta; nei racconti affermano di essere stati spinti fuori dal centro città e costretti a rimanere isolati sugli scogli del molo. “Senza informazioni, senza cibo, senza tetto… Se vedono che qualcuno ci sta dando del cibo, non glielo permettono e gli dicono che è proibito. Abbiamo chiesto loro (alla polizia n.d.t) se possiamo tornare in Marocco e ci è stato risposto di no, che dobbiamo rimanere qui sugli scogli “, hanno dichiarato alcuni dei giovani che sono temporaneamente ospitati nel centro sportivo di Santa Amelia.

Ci sono 137 persone, ma il numero è in aumento perché quando gli agenti di polizia vedono un minore non accompagnato in città, lo portano al centro sportivo“, ha detto Mustafa Abdelkader, presidente di Luna Blanca, la ONG che si sta occupando degli aiuti nel centro. “Qui ci occupiamo delle esigenze base come fornire pasti caldi, garantire l’igiene personale ed organizzare alcune attività ricreative per rendere meno pesante il confinamento al gruppo di giovani. Non possiamo dimenticare che vengono dalla strada“, ha spiegato.

Altrettanto preoccupante è la realtà dei giovani migranti non accompagnati a Melilla, una città autonoma di soli 12 chilometri quadrati e con tre centri per minori, un CETI (Centro per il soggiorno temporaneo di immigrati) dove vivono circa 1.600 richiedenti asilo e altri 120 giovani che vivono per strada.

Secondo la piattaforma Red Melilla, quasi un migliaio di bambini sta attualmente dormendo a La Purísima, dove la mancanza di spazio e la insalubrità dell’ambiente rende assolutamente impossibile l’applicazione delle misure di confinamento e igiene.

Qui a Melilla ci sono tre centri per minori, uno per ragazze, uno misto e uno per ragazzi. La scuola per ragazzi, quella di La Purísima, è una vecchia caserma militare con 350 posti e dove attualmente ci sono circa 1.000 bambini”, spiega un’infermiera e attivista.

Si prevede che durante questo fine settimana circa 150 minori saranno trasferiti in un campeggio che si sta installando nella parte nord della città. Se questo trasferimento dovesse finalmente avvenire, La Purísima – con i suoi oltre 800 bambini – continuerebbe a essere un luogo di isolamento insalubre ed è per questo motivo che non cessa la richiesta di misure alternative. “Sono completamente stipati, dormono sul pavimento uno accanto all’altro, anche sotto le cuccette perché non c’è più spazio fisico per dormire, per potersi muovere”, denuncia la piattaforma che riunisce altri gruppi come SolidayWheels e No NameKitchen.

A ciò dobbiamo aggiungere gli oltre 120 giovani che, secondo le informazioni ricevute lo scorso venerdì, rimangono in città, per strada, senza alcun tipo di protezione. La maggior parte sono membri dei centri dei minori e vivevano nei dintorni del porto per tentare la fortuna, cercando di entrare in un container e arrivare alla penisola in barca. Ora si nascondono in altre zone della città per non essere denunciati per aver violato lo stato di allarme. “Questo avveniva anche prima, ma ora con il coronavirus stanno “catturando” i bambini che cercano di scappare per rimanere in strada, perché i centri sono insalubri e preferiscono rimanere fuori” denunciano da Melilla.

La precarietà delle lavoratrici alla frontiera

Photo credit: Antonio Sempere

Un altro gruppo fortemente colpito è quello delle donne “transfrontiere”, che attraversano regolarmente il confine, o per lavorare come facchini o come lavoratrici domestiche e di assistenza, sia a Ceuta che a Melilla.

Con la chiusura del confine marocchino, improvvisamente molte donne non sono state più in grado di raggiungere il proprio posto di lavoro, e si trovano adesso senza alcuna fonte di reddito per affrontare l’allerta sanitaria nelle loro case in Marocco, con le loro famiglie. Inoltre, la stragrande maggioranza di loro è costituita da lavoratori già precari, spesso senza contratto, e pertanto non possono accedere a nessun tipo di protezione come la disoccupazione.

Ci sono circa 8.000 donne che ogni giorno attraversano Ceuta come domestiche. Il loro stipendio oscilla tra i 250 e i 400 euro al mese e solo il 20% di loro ha un contratto di lavoro”, ha denunciato la Caravana Abriendo Fronteras mentre attraversava Ceuta la scorsa estate.

In un contesto di emergenza come quello attuale, e nei territori di confine in cui il blocco e le violazioni sono molto più evidenti, i più colpiti sono chiaramente i più precari. “Ci sono così tante persone marocchine colpite. Tutte le persone che vivevano di facchinaggio, tutte le persone che venivano a lavorare durante il giorno, molte donne che lavorano a Melilla che sono state lasciate senza sostentamento per le loro famiglie“, spiegano gli attivisti della rete Melilla.

Laura Ganado, un’attivista di Maakum, solleva un quesito che sta diventando sempre più spingente e che assume un senso ancora più tragico in una popolazione che non ha i mezzi finanziari per far fronte allo stato di allarme senza uscire di casa e senza lavorare: “I lavoratori domestici transfrontalieri che venivano quotidianamente a Ceuta hanno perso il lavoro. Molte volte si trattava di lavori in nero e senza contratto, ma erano il loro sostentamento e non è stato previsto alcun aiuto per loro. Come daranno da mangiare alle loro famiglie in modo da poter rimanere a casa?”.

Lavoratori a giornata nei campi richiedono misure di protezione

Photo credit: Teresa Palomo
Per quanto riguarda i lavoratori a giornata e gli agricoltori di Huelva, il collettivo Jornaleras de Huelva en Lucha chiede che vengano forniti urgentemente i mezzi per attivare misure di sicurezza che proteggano la salute dei lavoratori che continuano a recarsi nei campi di Huelva senza alcuna protezione.

Il Sindicato Andaluz de Trabajadores ha ricevuto oltre 400 denunce a società agricole che non rispettano le misure di protezione richieste dallo stato di allarme per il coronavirus.

Le misure di prevenzione non vengono rispettate. Più di 100 persone lavorano fianco a fianco nei magazzini, i guanti e le maschere non vengono distribuiti, le distanze di sicurezza non vengono rispettate e in alcuni campi i pozzi non hanno nemmeno l’acqua per lavarsi le mani”, denuncia Ana Pinto, portavoce del collettivo.

C’è molta preoccupazione, non solo per la salute dei lavoratori, ma anche per la paura di essere licenziati se dovessero decidere di rimanere a casa per proteggersi o se decidessero di chiedere il rispetto del protocollo di sicurezza“, ha aggiunto la portavoce in una dichiarazione rilasciata giovedì scorso. Molte delle persone che vengono a lavorare nei campi di Huelva, e in particolare a Lepe, vivono in condizioni molto precarie in insediamenti e baracche in cui non dispongono di acqua corrente e dove l’isolamento preventivo disposto dal governo è praticamente inapplicabile.

Nell’intera provincia di Huelva ci sono quasi 50 insediamenti di questo tipo, tutti legati al lavoro dei lavoratori migranti diurni negli stabilimenti agricoli.

Denunciamo l’impossibilità di rimanere a casa di tutte le persone che vivono negli insediamenti e nelle baracche. Si può chiedere loro di restare a casa, ma questo diventa possibile solo fornendo loro cibo e acqua. La situazione è molto precaria e molte persone non riescono a smettere di lavorare perché hanno bisogno di soldi per comprare cibo”, avverte Antonio Abad, attivista e membro del collettivo Asisti.

Stiamo chiedendo provvedimenti perché l’acqua è urgentemente necessaria, in modo che almeno le persone nelle baracche e nei campi possano lavarsi le mani. Abbiamo bisogno di almeno un punto d’acqua in ogni insediamento, perché qui a Lepe ne installeranno altri due ma solo all’interno della città quindi molte persone dovranno continuare a fare due chilometri per accedere all’acqua”, denuncia l’attivista di Lepe, dove più di 1.000 persone vivono nei dieci insediamenti che circondano la città.

Questo venerdì, il Colectivo de Trabajadores Africanos (Collettivo dei lavoratori africani) ha inviato una richiesta al Ministero della Sanità affinché prenda misure urgenti e garantisca l’accesso all’acqua a Lepe e in almeno altri quattro comuni.

Sabato scorso, anche la Red Andaluza del Agua y la Fundación Savia hanno inviato una richiesta al Ministero della Salute, esortandolo “ad adottare misure urgenti per garantire l’approvvigionamento idrico alle baraccopoli“.

Stando a quanto riportato nella richiesta, circa 5.000 persone vivono in baracche in tutta la provincia di Huelva.

Il gruppo richiede inoltre una serie di misure complementari per risolvere i problemi di base e garantire il rispetto della dignità umana, affermando che questa situazione di precarietà estrema si tracina da anni.

Pulizia delle aree in cui si trovano gli insediamenti. La creazione di moduli o piani abitativi dignitosi per i lavoratori temporanei che vengono nei nostri campi, l’installazione di container e la gestione dei rifiuti in tutti gli insediamenti”, sono solo alcune delle necessità di base inesistenti in questi insediamenti di plastica sparsi in tutto la provincia di Huelva.

L’Associazione per i diritti umani dell’Andalusia (APDHA) ha inoltre inviato, lunedì scorso, una denuncia al governo andaluso, esortandolo a mettere in campo un piano per garantire il diritto alla salute dei senzatetto. È necessario, aggiunge l’associazione, mettere in atto protocolli “per accelerare la registrazione e l’accesso alla tessera sanitaria a tutte quelle persone che non ce l’hanno perché non hanno un indirizzo fisso“.

È fondamentale inoltre lavorare per garantire il la continuità del servizio mense, per garantire assistenza sociale in tutti i comuni andalusi, adottando le misure di sicurezza che lo stato di allarme sanitaria implica.