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Le discriminatorie restrizioni di movimento trattengono i migranti in condizioni insalubri e aumentano il rischio di una epidemia di Covid-19

Legal Centre Lesvos, 30 marzo 2020

Photo credit: Legal Centre Lesvos

In Grecia è stato introdotto un divieto a livello nazionale di “tutti i movimenti superflui” per impedire la diffusione del COVID -19.

Tuttavia, le misure nazionali sono molto più leggere delle restrizioni sproporzionate imposte alla comunità di migranti tre giorni prima – che hanno di fatto facilitato la loro detenzione di massa in campi nei quali le condizioni igieniche sono terribili e dove sono state prese poche misure per prepararsi ad un’epidemia, per non parlare della prevenzione inesistente.

Le restrizioni di movimento sono una risposta necessaria al virus, se applicate sistematicamente e accompagnate da solide misure sanitarie. A Lesbo, nessuna di queste condizioni è soddisfatta.

In tutta la Grecia, coloro che lasciano la loro residenza devono portare con sé un documento o inviare un SMS dove devono addurre una serie di motivazioni per essere usciti di casa, tra cui l’esercizio fisico, andare in banca o andare al supermercato. Tuttavia, le restrizioni valide in tutto il paese vengono abbandonate, ovviamente, a favore di regole molto più severe applicate ai migranti.

Dal 19 marzo, i migranti devono ottenere l’autorizzazione scritta della polizia o delle autorità di sicurezza prima di lasciare i campi profughi di Moria e Kara Tepe, i due principali campi profughi gestiti dallo Stato a Lesbo.

Solo un membro per famiglia può lasciare il campo una volta alla settimana, una misura che viene rigorosamente applicata – nonostante il fatto che non vi siano restrizioni di questo tipo per le persone che vivono in città in tutta la Grecia.

Quelli senza permesso scritto verranno bloccati – all’uscita del campo dalla polizia o ai posti di blocco sulle strade che conducono alla città di Mitilene – e non potranno salire a bordo degli autobus pubblici. Un maggior numero di unità di polizia è stato dispiegato intorno ai campi per far rispettare queste restrizioni.

Inoltre le restrizioni sulla mobilità dei migranti non sono state accompagnata da alcuna reale misura di prevenzione sanitaria. Al contrario, hanno portato a diverse violazioni dei diritti umani e hanno esposto le comunità a un rischio più grande di diffusione del COVID-19:

– Riuscire a praticare il “distanziamento sociale” nel campo di Moria è impossibile: più di 20.000 persone sono detenute in strutture progettate per un settimo degli ospiti e costrette quindi ad affollarsi in lunghe file per accedere ai servizi igienici, al cibo e all’interno dei loro alloggi. Al di là del rischi strettamente sanitari, il contenimento in condizioni così terribili ha portato a una comprovata crisi di salute mentale e sembra che venerdì un ragazzo di 20 anni si sia tolto la vita. L’ingrandimento delle strutture di detenzione del campo isolerà ancora di più  la comunità dei migranti, con prevedibili, devastanti conseguenze.

– Mercoledì, giorno di festa nazionale in Grecia, un migrante che risiede nel campo di Moria aveva la febbre alta – un noto sintomo di COVID-19. Non ha trovato un presidio sanitario aperto nel campo eppure, quando ha tentato di uscire da Moria per vedere un dottore, le forze di polizia lo hanno bloccato affermando che avesse bisogno di un certificato da una clinica interna. È quindi stato rimandato all’interno del campo. Grazie al coordinamento tra Legal Centre Lesvos e Medical Volunteers International, è stato visitato da un medico volontario che si trovava dentro al campo in quel momento. Senza questa collaborazione, non avrebbe potuto trovare assistenza tempestiva.

– Nel campo di Kara Tepe, i residenti devono richiedere il permesso alla vigilanza per lasciare il campo, permesso che viene concesso solo per un determinato periodo di tempo – per esempio per fare acquisti alimentari fuori dal campo si ha a disposizione una sola ora. I viaggi al supermercato indicato, che si trova fuori città, sono permessi solo un volta a settimana; coloro che devono visitare una farmacia in città devono mostrare le ricette prima di poter uscire e chi desidera andare da un dottore o recarsi all’ospedale è costretto a farsi curare in una delle cliniche del campo dove, ci viene riportato, chi ha febbre riceve solo paracetamolo e il consiglio di ritornare al proprio container.

– Prima che le restrizioni fossero imposte nei campi, all’incirca dieci famiglie sono state trasferite dal campo di Kara Tepe alla terraferma greca. I container dove vivevano sono rimasti vuoti dato che tutti i trasferimenti a Kara Tepe sono stati bloccati con le ultime imposizioni sulla libertà di movimento dei migranti. 
Centinaia di persone vulnerabili vivono nel campo di Moria, cronicamente sovraffollato, comprese famiglie con neonati e persone anziane immuno-depresse. Permettere loro di trasferirsi nel campo di Kara Tepe, in cui ci sono le stesse restrizioni alla libertà di movimento ma condizioni di vita altamente superiori, cambierebbe completamente la loro qualità di vita – e li proteggerebbe maggiormente in caso di diffusione del coronavirus. Invece, questi containers rimangono vuoti.

– Questa settimana il governo greco ha annunciato che l’elargizione degli aiuti finanziari per i migranti, fornita dal programma di assistenza finanziaria dell’UNHCR, verrà posticipata fino a che dei bancomat potranno essere installati all’interno del campo – aumentando le infrastrutture per l’isolamento e contenimento della comunità migrante. 
Non sembrano esserci dei progetti per rimediare alla mancanza di aiuti finanziari che – sebbene minimi (circa 90€/mese) – permettevano ai migranti di sopperire ai loro bisogni di base, come i prodotti igienici, cibo per i bambini, vestiti o coperte, cose che si trovano in numero limitato nel campo.

Le condizioni per i nuovi arrivati in Grecia sono ancora peggiori. Coloro che riescono a sopravvivere la pericolosa traversata in mare dalla Turchia – sotto il controllo sempre più ostile della guardia costiera greca – sono detenuti subito dopo il loro arrivo in campi di detenzione temporanei controllati dalla polizia. Fino ad ora ci sono stati due trasferimenti di massa di migranti arrivati dopo l’1 marzo a due grandi campi di detenzione sulla terraferma greca: Malakassa e Serres.

A Malakassa sono detenute più di 1.300 persone, comprese persone anziane, neonati e donne in stato avanzato di gravidanza. Il campo è diviso in tre sezioni, separate da recinzioni; in una sezione, che ospita più di 450 persone, c’è solo un bagno chimico ogni 15 persone. L’accesso all’acqua corrente è sporadico, e i prodotti igienici sono stati distribuiti solo una volta nelle scorse due settimane.

È perciò impossibile prendere precauzioni per prevenire lo scoppio di un’epidemia di COVID-19. Inoltre, ai detenuti sono stati dati solamente un sottile tappetino e una coperta per dormire, nonostante faccia freddo. Molti migranti si sono lamentati del fatto che sia loro che i loro figli si stanno ammalando.

A Serres, i migranti – compresi i membri della stessa famiglia – sono stati divisi nelle due sezioni del campo, che sono separate da recinzioni. In entrambe le sezioni le condizioni sono terribili: c’è pochissima, se non proprio nessuna, elettricità, il che rende praticamente impossibile per i detenuti ricaricare i loro telefoni e riuscire a comunicare con i loro cari, con i gruppi di solidarietà e con gli avvocati.

Ci sono solamente sette bagni condivisi da più di 600 detenuti, e l’acqua corrente è disponibile per due ore al giorno. Solo un medico è stato in visita al campo, e visitava solo i bambini. Gli avvocati non sono stati in grado di contattare i propri clienti, nonostante abbiano richiesto ripetutamente di poterlo fare alle autorità che gestiscono il campo. Le violazioni di diritti umani sono parte integrante della struttura di questi campi di detenzione.

I nuovi arrivati si ritrovano nella stessa situazione di incertezza di coloro che sono stati detenuti nelle settimane precedenti. Al momento 24 persone – compresi 5 bambini – sono detenuti nel porto di Mitilene, dove sono rinchiusi in una piccola area dal 22 marzo. Hanno a disposizione un bagno e solamente un autobus come riparo. Da quando sono arrivati non hanno potuto lavarsi e non hanno ricevuto alcuna assistenza da parte dello Stato a parte del cibo.

Coordinandoci con altre associazioni, inclusa No Border Kitchen, abbiamo distribuito coperte, spazzolini, sapone e vestiti puliti, tuttavia l’accesso all’area rimane molto limitato. I migranti non sono riusciti a ricaricare i loro telefoni cellulari da quando sono arrivati, e quindi non sono riusciti a contattare nemmeno i loro cari, figurarsi gli avvocati. Siamo riusciti a comunicare con loro solo gridando da una parte all’altra della recinzione.

Gli avvocati hanno potuto accedere al porto per visitare specifici clienti, di cui avevano il nome. Senza conoscere l’identità dei detenuti, è difficile raggiungerli per i pochi avvocati che sono sull’isola. Inoltre, nonostante il fatto che sono detenuti da più di una settimana, i migranti nel porto non hanno ancora ricevuto un ordine di detenzione che avrebbe dato anche solo una parvenza di legittimità alla loro reclusione.

Le sproporzionate restrizioni al movimento dei migranti non vengono messe in atto per proteggere la salute pubblica. Se così fosse, sarebbe stato immediatamente avviato un miglioramento delle strutture igienico-sanitarie all’interno dei campi; allo stesso modo, sarebbe in corso l’evacuazione dei migranti vulnerabili e immuno-depressi.

Dal campo di Moria a Malakassa e in tutta la Grecia i migranti stanno venendo confinati in condizioni disumane all’interno di strutture dove c’è il rischio estremo che scoppi un’epidemia, volutamente incontrollata e incontrollabile, di COVID-19.

L’epidemia di COVID-19 viene strumentalizzata dagli Stati di tutto il mondo per raggiungere obiettivi politici preesistenti, e questo rende chiaro il fatto che è stato scelto di dare priorità all’economia rispetto alla vita umana.

Nonostante l’epidemia abbia permesso al governo greco di estendere le aree di detenzione e di espandere il proprio controllo sulla mobilità dei migranti senza che ciò venisse notato, coloro che non possono lavorare da casa – come per esempio i lavoratori nei servizi pubblici o nelle fabbriche – stanno continuando a lavorare come sempre, con un alto rischio di essere esposti e infettati dal COVID-19.

A meno che cittadini e migranti decidano di organizzarsi per resistere al sacrificio della loro salute per gli obiettivi dello Stato, le politiche insidiose che sono state introdotte grazie al pretesto di questa pandemia rimarranno in vigore molto più a lungo del virus.

#Lesvoscalling

Una campagna solidale per la libertà di movimento
Dopo il viaggio conoscitivo a ottobre 2019 a Lesvos e sulla Balkan route, per documentare e raccontare la drammatica situazione sull'isola hotspot greca e conoscere attivisti/e e volontari/e che si adoperano a sostegno delle persone migranti, è iniziata una campagna solidale lungo la rotta balcanica e le "isole confino" del mar Egeo.
Questa pagina raccoglie tutti gli articoli e il testo di promozione della campagna.
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