L’isola di Lesvos sotto pressione tra coronavirus, militarizzazione e aggressioni neonaziste

Domani giornata di manifestazioni antifasciste, per i diritti dei migranti e contro i centri di detenzione

13 marzo, isola di Lesvos – A gennaio, quando siamo stati per la prima volta al campo hotspot di Moria, il freddo e la pioggia sembravano essere il peggiore dei nemici, insieme alla mancanza di elettricità, l’impossibilità di lavarsi e il cibo avariato.
Il sole primaverile avrebbe dovuto spazzare via, insieme alle nuvole cariche di pioggia, anche le avversità dell’inverno appena passato, rendendo, se possibile, un po’ meno drammatica la vita dentro il campo. Invece, in poco tempo, è successo che una buona parte dei volontari e degli operatori hanno dovuto abbandonare l’isola a causa delle rappresaglie fasciste e in questi giorni il clima è reso ancora più angosciante dalla paura che possa scoppiare un’epidemia di coronavirus.

Il Covid-19 è un problema serio per il campo di Moria e, dopo il primo caso confermato, il personale di Medici Senza Frontiere, che ha ripreso tutte le attività, gira tra le tende spiegando in varie lingue come proteggersi e cercare di evitare il contagio. Ma a Moria è pressoché impossibile adottare delle buone pratiche e prevenirne la diffusione. Nel momento in cui tutte le norme sanitarie prevedono di mantenere la distanza da altre persone, di usare disinfettanti e lavarsi spesso le mani, la domanda che molti migranti ci fanno è ”come è possibile evitare il contagio se siamo costretti a vivere in tende anguste e di fortuna? Come facciamo a lavarci le mani e mantenere una corretta igiene se non abbiamo il sapone e manca l’acqua?“. Secondo MSF c’è solo un rubinetto ogni 1.300 persone. E spesso quel rubinetto nemmeno eroga acqua tutto il giorno. “Sarebbe impossibile contenere un’epidemia in insediamenti di questo genere a Lesbo, Chios, Samos, Leros e Kos. A oggi non abbiamo visto un piano di emergenza credibile per proteggere e trattare le persone che vivono nei campi in caso si diffondesee un’epidemia“, afferma la dott.ssa Hilde Vochten, coordinatore medico di MSF in Grecia.
Sembra quindi che ci siano esseri umani di serie A, che devono essere salvaguardati con prevenzione e misure urgenti e drastiche, mentre quelli di serie B possono rischiare il contagio lasciandoli vivere in condizioni disumane. L’unica via d’uscita, anche per MSF, sarebbe un’evacuazione immediata da tutti i campi delle isole greche.

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Se il virus, in ordine di tempo, è l’ultimo dei macigni che pesa sulle vite degli abitanti di Moria, a creare forti tensioni e paure ai migranti e volontari sono stati alcuni cittadini locali supportati dai neonazisti di Alba Dorata e da altre organizzazioni fasciste giunte da Atene e da altre città europee. Dalle intimidazioni sono passati agli attacchi incendiari e ai pestaggi anche in pieno giorno, fino a creare dei posti di blocco alla ricerca di solidali e operatori.
La rabbia è montata soprattutto per la decisione del governo di costruire altri campi destinati alla detenzione dei profughi, scelta politica che ha palesato quello che già si sapeva, ma che ancora non si voleva accettare, ossia il fatto che la presenza dei migranti a Lesvos non sarebbe stata temporanea, ma permanente. Questa imposizione non è piaciuta agli isolani che si sono mobilitati attaccando dapprima la polizia. L’estrema destra locale è riuscita a strumentalizzare queste frustrazioni, indicando come colpevole il migrante e spostando l’odio verso attivisti e Ong che sono divenuti i veri bersagli, l’ultimo dei quali è stato l’incendio della sede di One Happy Family.

Un altro impedimento alle attività delle Ong è rappresentato dalla militarizzazione dell’isola che prosegue massiccia e non passa nemmeno inosservata. Il 2 marzo la Grecia ha iniziato un addestramento delle proprie forze armate lungo la costa orientale dell’isola, quella che si affaccia sulla Turchia. Una manovra che impedisce di proseguire con le attività di monitoraggio in quel tratto di confine. A parere di molti attivisti questo espediente permette alla guardia costiera greca e turca di agire indisturbati e continuare le loro azioni illegali nei confronti dei migranti.

Intervista a Flo di Mare Liberum

A Moria nel frattempo non si è rallentata la costante evoluzione del campo: i migranti, grazie anche al bel tempo, si stanno organizzando per costruire delle strutture stabili, come una moschea che servirà anche da scuola per i bambini; i forni per il pane stanno aumentando di numero ed è anche stato messo un gruppo elettrogeno che copre la parte di campo in gestione a Movement on the Ground e che finalmente fornisce corrente per qualche ora al giorno.

L’organizzazione della vita a Moria non procede però solo dal punto di vista della sopravvivenza, bensì anche dal punto di vista politico. Le varie comunità esistenti all’interno del campo iniziano infatti a comunicare tra di loro per creare mobilitazioni sempre più frequenti. Questo aumento della consapevolezza riguardo alla necessità di far sentire sempre più forte la propria voce, trova la risposta sempre più dura della polizia che oramai reprime ogni tipo di manifestazione. Un chiaro esempio è stata l’ultima mobilitazione avvenuta il 2 marzo, che ha visto i reparti antisommossa attaccare con un fitto lancio di lacrimogeni le prime file di un corteo spontaneo. Pochi i siti web che hanno riportato la notizia: Moria appare e scompare soprattutto per volere dei media mainstream.

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Anche tra molte Ong c’è il sentore che l’unico modo per superare questo momento buio, sia una risposta chiara agli atti violenti portati avanti dal governo e dai gruppi neonazisti, senza indietreggiare. Pikpa di Lesvos solidarity ne è un esempio: i responsabili del campo autogestito ci dicono che a breve apriranno un nuovo progetto con l’obiettivo di accogliere alcuni minori non accompagnati. Questo intervento andrà sicuramente ad alleviare i problemi delle persone più vulnerabili all’interno del campo, che in questo momento a Moria sono circa 800.

Le manifestazioni di domani assumono perciò un’importanza strategica: sia per dare una risposta antifascista e solidale di fronte alla violenza, ma anche per dare supporto alle persone che hanno deciso di rimanere a Moria e continuare la lotta contro la detenzione illegale dei migranti e per il riconoscimento dei loro diritti.
A maggior ragione è importante sostenerla e chiedere l’immediata evacuazione ora che il coronavirus sembra diffondersi inesorabile su tutte le isole.

Motovedetta della guardia costiera italiana ormeggiata al porto di Mitilene
Motovedetta della guardia costiera italiana ormeggiata al porto di Mitilene

#Lesvoscalling

Una campagna solidale per la libertà di movimento
Dopo il viaggio conoscitivo a ottobre 2019 a Lesvos e sulla Balkan route, per documentare e raccontare la drammatica situazione sull'isola hotspot greca e conoscere attivisti/e e volontari/e che si adoperano a sostegno delle persone migranti, è iniziata una campagna solidale lungo la rotta balcanica e le "isole confino" del mar Egeo.
Questa pagina raccoglie tutti gli articoli e il testo di promozione della campagna.
Contatti: lesvoscalling@gmail.com