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Speciale AYS: Lesbo oltre l’orlo del precipizio (questo è quello che sappiamo a oggi)

Douglas F. Herman, 1 marzo 2020

Cartucce del gas lacrimogeno sparato dalla polizia antisommossa proveniente da Atene contro i manifestanti del luogo. (Kavala, Lesbo). Foto di @dfherman @refocusmedialabs

Una pentola a pressione

Dal momento in cui il partito Nea Dimokratia (ND) guidato da Mitsotakis è salito al governo lo scorso luglio la gravità della crisi dei rifugiati sulle isole dell’Egeo settentrionale e in particolare a Lesbo, Chio, Samo, Coo e Lero è esplosa in maniera esponenziale con 42.568 persone intrappolate sulle isole.

Il numero dei nuovi arrivi è in costante aumento e supera quello dei trasferimenti sulla penisola, causando un eccessivo sovraffollamento, carenza di risorse e condizioni di vita disumane.

Solo a Lesbo, più di 20mila rifugiati sopravvivono in situazioni di degrado terribili per un tempo indefinito; il loro numero si sta avvicinando pericolosamente a quello della popolazione di Mitilene, il capoluogo regionale. In contrasto con le dichiarazioni rilasciate, le misure governative non sono state in grado di decongestionare gli hot spots dell’isola in tempi brevi e il numero dei trasferimenti sulla terra ferma è decisamente inferiore a quello dei nuovi arrivi.

Piuttosto che stabilizzare e ridimensionare questa tremenda crisi, il governo conservatore di Mitsotakis sta attuando un piano molto controverso che prevede la realizzazione di centri di detenzione chiusi sulle isole stesse; è stata inoltre avviata un’indagine nei confronti delle ONG per le loro operazioni umanitarie ed è stata sfruttata la maggioranza in parlamento per approvare nuove leggi ancora più restrittive sul diritto di asilo, con l’obiettivo di rendere più facile rigettare, detenere ed espellere i richiedenti asilo senza un ricorso legale.

Nota per il lettore: questo reportage ha come obbiettivo quello di raccontare la situazione estremamente complessa sull’isola di Lesbo, che sta portando i richiedenti asilo e gli abitanti del luogo sull’orlo di una crisi. Il racconto segue un ordine cronologico lineare per facilitare la comprensione del contesto e la causalità degli eventi. I lettori più informati sugli avvenimenti recenti potranno scorrere fino alle ultime sezioni per ricevere gli ultimi aggiornamenti.
Lo sciopero generale delle Isole dell’Egeo Settentrionale, tenutosi a Mitilene il 22 gennaio 2020. Foto di @dfherman

“Rivogliamo la nostra isola, rivogliamo la nostra vita”

Sia per i rifugiati che per i locali, i centri chiusi funzioneranno come prigioni, trattenendo immediatamente le persone in stato di detenzione fino a quando le loro domande di asilo non saranno trattate, mentre altri, non ritenuti ammissibili in maniera arbitraria, verranno espulsi.  Gli enti locali e regionali dell’intera area hanno unanimemente respinto il progetto così come anche la popolazione, che si è opposta con rabbia alla costruzione dei centri.

Il 22 gennaio 2020 i settori pubblico e privato sono scesi nelle strade delle principali città delle isole del Egeo settentrionale in occasione del primo sciopero generale contro il governo, i continui arrivi di migranti, l’azione delle ONG e il progetto di costruzione dei centri di detenzione. Migliaia di isolani hanno manifestato pacificamente sotto le sedi delle istituzioni locali sfoggiando lo slogan “Rivogliamo la nostra isola. Rivogliamo la nostra vita.”

Il giorno dopo i sindaci delle isole interessate hanno incontrato gli esponenti di Nea Dimokratia ad Atene, al fine di portare all’attenzione del governo le richieste e proposte per risolvere una crisi che per cinque anni è pesata interamente sulle loro spalle.
Manifestazione dei rifugiati: 30 gennaio 2020, Mitilene, Lesbo. Foto di @dfherman

Scioperi generali e proteste dei rifugiati

La settimana successiva, il 30 gennaio 2020, madri rifugiate e i loro bambini sono scesi pacificamente nelle strade di Mitilene per chiedere una soluzione alle gravi condizioni di vita all’interno del campo profughi di Moria. Hanno marciato sotto la pioggia fra le strade del porto urlando slogan e portando cartelli recanti la scritta “Siamo scampati a guerre e pericoli, ma qui ci stanno uccidendo con il freddo.

Meno di una settimana dopo, il 3 febbraio, i rifugiati hanno condotto una protesta pacifica più ampia verso Mytilini contro le condizioni di vita nel campo di Moria, le espulsioni sommarie senza appello e i ritardi infiniti delle procedure di esame delle domande di asilo. Simile alla manifestazione pacifica della solidarietà greca del 22 gennaio, dove famiglie di ogni età si sono radunate e hanno marciato per il centro della città, i rifugiati di ogni provenienza hanno provato a fare lo stesso.

Tuttavia, la polizia antisommossa fatta arrivare da Atene ha bloccato il corteo sulla strada che dal campo profughi di Kara Tepe va verso la periferia di Mitilene, utilizzando dosi massicce di gas lacrimogeni per respingere una folla piena di donne, bambini e anziani. “Azadi, azadi, libertà, libertà!” era il loro grido mentre cercavano di ristabilire un clima pacifico nel corteo, ma le forze di polizia si sono inasprite senza motivo.

La prima linea del corteo di protesta dei rifugiati il 3 febbraio 2020. Girato da Douglas F. Herman

Per contrastare i gas lacrimogeni, i rifugiati hanno dato fuoco a vecchi pneumatici lungo le strade; fra i manifestanti colpiti dal gas alcuni hanno sofferto di attacchi di panico, altri di gravi difficoltà respiratorie e uno di loro ha avuto un infarto, ma sono stati tutti assistiti da medici e infermieri volontari presenti sul posto. Infermieri presenti sul posto hanno dichiarato che si è dovuto aspettare più di un’ora per l’arrivo di un’ambulanza.

La polizia ha intensificato la sua azione, usando i lacrimogeni per far arretrare il cordone verso Moria e senza motivo ha iniziato ad “arrestare” rifugiati, infermieri, volontari, giornalisti (me incluso) e altri non-greci che camminavano lungo la strada principale. Queste persone sono state rinchiuse nel retro di un piccolo furgone sprovvisto di sedili e sballottate dalla guida aggressiva verso la stazione di polizia di Mitilene, in cui hanno passato ore di prigionia ingiustificata. Tutti sono poi stati rilasciati senza alcuna denuncia, documentazione ufficiale o una reale spiegazione del loro arresto.
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Gli arrestati vengono trasferiti alla stazione di polizia di Mitilene il 3 febbraio 2020. Kara Tepe, Lesbo. Foto di @dfherman

Il giorno dopo, un altro gruppo di rifugiati ha inscenato una manifestazione pacifica fuori dal teatro comunale nella periferia di Mitilene, durante la quale hanno chiesto di porre fine alle condizioni inumane nel campo di Moria e nell’immensa tendopoli che lo circonda, in cui 15mila persone lottano per sopravvivere all’inverno. Ad un certo punto, fra i partecipanti si è levato il canto “Lesbo, ci dispiace”, a sottolineare la consapevolezza dei problemi che la loro permanenza nell’isola sta arrecando alla popolazione locale.

Poco dopo aver iniziato a marciare verso il porto, la polizia antisommossa ha nuovamente fatto ricorso a tattiche violente respingendole lungo il porto. Ma il clima è diventato realmente teso quando alcuni abitanti hanno aggredito verbalmente e fisicamente i rifugiati, minacciato i volontari delle ONG e dato la caccia a chiunque portasse una fotocamera.
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Un manifestante colpito con un pugno da un agente di polizia in borghese. Mitilene, Lesbo. Foto tratta da un video girato da Ciaran Carney

Uomini di diverse età, che dichiaravano di essere poliziotti in borghese, hanno aggredito i giornalisti con le telecamere, ne hanno chiesto l’identificazione e hanno cercato di confiscargli le videocamere. Alcuni rifugiati hanno riferito di essere stati minacciati e gli abitanti del posto hanno intonato slogan come “Ributtateli in mare”. Nonostante questi siano stati episodi isolati, molti volontari greci e stranieri impiegati dalle ONG ci hanno raccontato di respirare un’atmosfera di crescente preoccupazione nei luoghi pubblici e che talvolta hanno molta paura di camminare per strada da soli durante la notte.

Secondo giorno di protesta dei rifugiati. Video girato da Ciaran Carney

Paura organizzata

Nei giorni successivi, alcuni residenti di Moria hanno cominciato a presidiare le strade di accesso e di uscita dal paesino, mentre gruppi di fascisti hanno iniziato ad attaccare apertamente i veicoli dei volontari e degli operatori delle ONG. Durante questo periodo, il Ministro delegato sulle Politiche Migratorie Giorgos Koumoutsakos ha iniziato ad incoraggiare pubblicamente una campagna d’odio e diffamazione nei confronti delle ONG e dei volontari, accusandoli di essere “dei vampiri […] capaci di mettere in piedi interi progetti in una sola notte pur di ottenere i fondi dell’Unione Europea.

Il Ministro dell’Immigrazione Notis Mitarakis ha gettato benzina sul fuoco, ipotizzando che siano state le ONG stesse a spingere gli immigrati alla rivolta. L’odio e la paura si sono velocemente diffusi sui media; nell’arco di pochissimo tempo sono stati avvistati gruppi di motociclisti infuriati all’inseguimento dei mezzi delle ONG.

Manifestazioni pacifiche contro la violenza incontrollata nei confronti di volontari, ONG e rifugiati dentro e intorno a Moria, hanno incontrato ancora più violenza, quando un gruppo di giovani fascisti ha assaltato un bar del luogo frequentato da operatori umanitari e antifascisti.
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Antifascisti locali in marcia contro i blocchi e la violenza a Moria. Kara Tepe, Lesbo.
Foto di Ahmad Ebrahimi @s.ahmad_ebrahimi

Nonostante i danni fisici siano stati di minima entità e la polizia sia riuscita a disperdere gli assalitori, una coltre di paura si è stesa sopra Mitilene. A distanza di pochi giorni, la polizia ha sospeso la sorveglianza notturna di Moria. Quattordici rifugiati sono stati fermati in quanto presunti organizzatori delle proteste del 3 febbraio e le ONG sono state nuovamente accusate senza alcuna prova di provocare le proteste.

L’indomani, la polizia ha arrestato sette persone trovate in possesso di armi artigianali e colte in atteggiamenti sfacciatamente ostili; questo non è servito a riportare la calma, dato che la difesa (talvolta armata e violenta) del villaggio di Moria impedisce tuttora ai migranti di raggiungere agevolmente Mitilene. ONG che da tempo operavano a Moria hanno chiuso i loro centri e molti volontari e operatori umanitari hanno deciso di abbandonare i loro appartamenti, per evitare ritorsioni contro di loro e i loro veicoli.

Centri di detenzione e terreni requisiti

Nel novembre del 2019, Il governo di Atene ha annunciato ufficialmente intenzione di aprire centri di detenzione sulle cinque isole e l’immediata chiusura dei campi sovraffollati come quello di Moria a Lesbo.
La reale messa in atto di queste misure è iniziata il 31 gennaio 2020 con la chiusura del campo Stage 2 a Skala Sikamineas, situato sulla costa settentrionale di Lesbo.
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Scena di tutti i giorni sulla costa settentrionale di Lesbo, nei pressi di Skala Sikamineas. Il numero di sbarchi nel 2019 ha superato quello del 2018 e del 2017 messi insieme, ma il centro di prima accoglienza Stage 2 è stato comunque chiuso. Foto di @dfherman

Il drastico aumento degli arrivi nel 2019 (oltre 60mila persone, più del 2018 e 2017 messi insieme) ha reso il campo Stage 2 una risorsa umanitaria fondamentale nel fornire aiuti immediati ai nuovi ospiti, come vestiti asciutti, coperte, cibo, prestazioni mediche e alloggi momentanei in attesa del trasferimento a Moria. A novembre, il Consiglio Municipale di Lesbo Ovest ha votato a favore della chiusura del centro, senza che vi fosse alcuna opposizione; nemmeno il Ministro per l’Ordine pubblico e la Protezione civile è intervenuto per contestare la decisione.
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Uliveto sullo sfondo del campo sovraffollato di Moria, Lesbo. Più di 15mila persone sopravvivono nella tendopoli. Foto di @dfherman

Gli effetti di questa decisione si sono fatti sentire il weekend seguente, quando i nuovi arrivati non hanno potuto godere di assistenza immediata. A causa del sovraffollamento (i migranti nel campo di Moria sono più di 20mila a fronte di una capienza di 3mila), nell’uliveto intorno all’accampamento militare è sorta una gigantesca tendopoli; un grande numero di alberi è stato abbattuto per farne legna da ardere o materiali da costruzione. Il sistema sanitario è al collasso, non c’è nessun accesso all’acqua potabile, è quasi impossibile utilizzare i servizi igienici e le docce, la scabbia e altre malattie sono in crescita, il crimine e la violenza sono una minaccia costante e il sistema educativo è inesistente.
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Uliveto sullo sfondo del campo sovraffollato di Moria, Lesbo. Più di 15mila persone sopravvivono nella tendopoli. Foto di @dfherman

Il Primo Ministro Kyriakos Mitsotakis, che ha basato la sua campagna e vinto le elezioni grazie alla promessa di risolvere prontamente la crisi dei rifugiati, insiste nel chiedere alle altre nazioni dell’Unione Europea di sobbarcarsi parte delle responsabilità e delle incombenze che per ora gravano interamente sulle spalle della Grecia e sulle altre nazioni meridionali. L’annunciata creazione dei centri detentivi avrebbe come scopo quello di accelerare le procedure di accoglienza ed espulsione.

Le autorità locali e i cittadini hanno accolto con sdegno l’intenzione da parte del governo di acquistare dei terreni per la costruzione dei centri. Il portavoce del governo Stelios Petsas ha dichiarato che “Nelle strutture vigeranno regole rigidissime e limitazioni nello spostamento degli ospiti. Questi ultimi riceveranno delle carte di uscita per dei permessi temporanei, mentre durante la notte i centri rimarranno chiusi.” Secondo l’agenzia Reuters il governo greco intenderebbe ricorrere a decreti legge approvati dal Parlamento in un secondo momento per velocizzare la procedura legislativa e procedere con la costruzione. Il Ministro dell’Immigrazione e Asilo ha dichiarato che tre aziende edili hanno già ottenuto l’appalto per la predisposizione e la costruzione delle fondamenta in tre diversi siti.

La Aktor SA ha ottenuto 854.390 € a Lesbo, la Terna SA 1.031.398 € a Chio e la Mytilineos SA 947.651 € per compiere lavori della stessa entità a Samo. Leggendo il rapporto approfondito redatto da Dimitris Dalakoglou e Yannis Kallianos (ELSEVIER) “Eating mountains and eating each other; Disjunctive modernization, infrastructural imaginaries and crisis in Greece”, apprendiamo che questo tipo di scontri fra il governo centrale e le comunità locali su appalti di costruzione e diritti di sfruttamento del territorio è molto diffuso in Grecia, così come la tenace e costante resistenza della popolazione.

A Lesbo, la località designata per la costruzione del campo è Karava, una zona rurale e remota nei pressi del paesino di Mantamados. Gli abitanti della zona (2.447 persone secondo il censimento del 2011) si sono opposti con veemenza. Il governo centrale ha proseguito per la sua strada, proponendo un provvedimento legislativo per requisire i terreni, ma questo ha portato il governo del NAR (North Aegean Region) a troncare i rapporti con Atene, a organizzare dei pattugliamenti a protezione dell’area di Karava e ad appellarsi al Consiglio di Stato. Entrambe le parti hanno dato vita a scontri simili in molte altre isole dell’Egeo e in particolare a Chio, in cui si sono svolti episodi di resistenza molto veementi.
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“Il cimitero dei salvagente” vicino a Molyvos, Lesbo. Foto di @dfherman

Come gesto simbolico, la municipalità di Lesbo Ovest ha trasportato migliaia di salvagente “marci” e di gommoni dal tristemente noto “Cimitero dei salvagente” al sito previsto per la costruzione del campo. Lungo le stradine di campagna che conducono a Karavas sono state innalzate barricate composte da terra, rocce, alberi abbattuti, furgoni e attrezzature agricole.

In risposta a queste azioni, il Ministro Mitarakis ha annunciato “Il blocco delle requisizioni, in modo da avviare un dialogo” e ha chiesto alle autorità locali di proporre un’alternativa. La durata prevista del blocco era di una settimana lavorativa; le autorità locali hanno proposto la costruzione del centro sull’isoletta disabitata di Aspronisi, a circa cinque miglia nautiche dalla costa di Mantamados. Il governo Mitsotaki ha respinto al mittente la proposta a causa dei costi troppo elevati per la creazione di servizi adeguati sull’isola. Non essendo giunti a un accordo, Atene ha deciso che proseguirà con il progetto iniziale riguardo l’area di Karava.
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Sullo sfondo, Aspronisi, l’isoletta disabitata a poche miglia dalla costa di Mantamados. Sito alternativo per la costruzione del centro di detenzione, respinto dal governo Mitsotakis. Karava, Lesbo. Foto di @dfherman

Daxi, daxi

Sabato 22 febbraio è stato un giorno di festa a Mitilene. Con il Carnevale Greco alle porte, Sappho Square si è riempita di artisti, ballerini e musicisti che hanno deliziato la folla, composta sia da residenti che rifugiati, con balli tradizionali, canti e recite. Si respirava un’atmosfera di festa, di inclusione e di gioia. Per un paio d’ore nessuno ha pensato all’imminente scontro politico e fisico legato alla tremenda crisi migratoria.
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Festival dei balli popolari in Sappho Square a Mitilene, Lesbo, il 22 febbraio 2020. Foto di @dfherman

Dall’altra parte della città è partito un corteo pacifico contro la requisizione dei terreni, la creazione dei centri di detenzione, la totale indifferenza rispetto alle condizioni di vita a Moria e la mancanza di una strategia di gestione dei nuovi arrivi. Mentre si snodava lungo le vie di Mitilene passando davanti al municipio e tornando verso il porto, il corteo ha inglobato centinaia di giovani e anziani attirati dall’energia positiva e inclusiva dei residenti, dei rifugiati e delle ONG che manifestavano contro le politiche nazionali. Dopo essere stati rappresentati per settimane come avversi alle ONG, ai volontari e ai rifugiati, gli abitanti del luogo hanno mostrato un senso di unità e la determinazione a voltare pagina.
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Residenti, rifugiati e ONG in corteo per la solidarietà. Mitilene, Lesbo, 22 febbraio 2020. Foto di @dfherman

Nonostante ciò, il lunedì seguente è giunta la voce che Atene aveva inviato un traghetto carico di altri agenti in tenuta antisommossa, militari, idranti e macchinari per liberare il terreno e procedere alla costruzione del centro di detenzione. Il nuovo senso di unità è crollato su Lesbo come una mazzata.

La quiete prima della tempesta

Una volta giunta la notizia dell’arrivo di rinforzi, i residenti hanno tirato su delle barricate per bloccare il porto di Mitilene e altre azioni difensive di questo tipo sono state intraprese a Chio. A Mitilene la folla si è radunata durante la serata e ha bloccato le entrate e le uscite del terminal dei traghetti con spazzatura e camioncini della nettezza urbana, tentando di impedire lo sbarco della polizia antisommossa. Un gran numero di persone si è riunito e ha iniziato ad allestire un campo per la notte, in attesa del battello. Le notizie secondo cui il GPS del traghetto era stato spento per tenere nascosto l’orario esatto di arrivo sono state smentite dal fatto che i membri dell’equipaggio e i passeggeri potessero facilmente comunicare con gli isolani.
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I residenti bloccano il terminal dei traghetti con i camioncioni della nettezza urbana la notte in cui è previsto l’arrivo della polizia da Atene. Mitilene, Lesbo, 24-25 febbraio 2020. Foto di @fherman

La folla era eterogenea e aveva stati d’animo e tattiche diversi. Da una parte, gli antifascisti e i membri del KKE (il partito comunista greco) hanno creato una catena umana intorno a uno striscione che contestava il progetto del governo di costruire il centro detentivo. Intonavo slogan di protesta ascoltati sabato mentre marciavano su via Ermou, nel centro della città. Il gruppo era molto compatto e pacifico. I manifestanti più irrequieti si sono installati dalla parte opposta, vicino all’entrata principale, e hanno iniziato a gridare contro la polizia schierata in assetto antisommossa dietro le cancellate del terminal. Al centro, si trovavano centinaia di residenti del luogo di ogni età, che stavano semplicemente là a parlare e a bere caffè, birra o altre bevande alcoliche. C’era quasi un’aria di festa nel mezzo, con persone di tutte le età.
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Blocco inizialmente pacifico della stazione marittima di Mitilene, Lesbo. Foto di @dfherman

Dopo alcune ore di assembramento pacifico, le cose sono cambiate. I gruppi al centro e vicino all’entrata principale hanno iniziato a essere più aggressivi, a gridare più forte e a scuotere le inferriate che circondavano il parcheggio. A poco a poco, varie sezioni delle inferriate sono crollate, seguite dai festeggiamenti dei manifestanti. In un angolo del terminal la folla è diventata ancora più spavalda e ha provocato gli agenti di polizia, schierati nell’ombra a circa 30 metri dai manifestanti, le cui fila si facevano sempre più numerose.
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Gli agenti si preparano allo scontro con i manifestanti presso il terminal dei traghetti nelle prime ore del 25 febbraio 2020. Mitilene, Lesbo. Foto di @dfherman

Molti giornalisti erano presenti sul posto,fotografando e filmando gli eventi senza incidenti,ma poco dopo l’una del mattino la componente più violenta della folla ha iniziato ad attaccarli. Un giornalista equipaggiato di maschera antigas ed elmetto tattico è stato oggetto di violenze, mentre io stesso sono stato aggredito da un gruppo di uomini mentre filmavo i poliziotti al di là della recinzione: il primo pugno è arrivato da un uomo di almeno 50 anni. Immediatamente si è formato un gruppetto di persone che hanno cercato di distruggere la mia fotocamera, mentre mi colpivano con calci e pugni. La polizia è rimasta ottusamente immobile senza intervenire fino a quando sono riuscito a liberarmi e a sgattaiolare tra le recinzioni. Alla fine, la polizia ha lanciato i lacrimogeni e la folla si è dispersa.
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Un blocco pacifico della stazione marittima di Mitilene sfocia nella violenza. Foto di @dfherman

Un nuovo lancio di lacrimogeni ha risposto al riavvicinamento dei manifestanti, che hanno reagito rilanciando contro la polizia le cartucce di gas e pietre. Dall’altro parte, il gruppo di antifascisti ha proseguito nello scandire slogan contro i campi detentivi, mentre le persone più tranquille che stavano al centro hanno deciso di abbandonare la zona degli scontri. Alla fine, il gruppo dei più esaltati è riuscito a spingersi oltre la recinzione e ha acceso fuochi per la strada e dentro i cassonetti. La polizia ha fatto ancora ricorso al gas per disperdere i facinorosi.
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Uso del gas lacrimogeno per disperdere i membri più aggressivi della manifestazione presso la stazione marittima di Mitilene, Lesbo, 25 febbraio 2020. Foto di @dfherman

Quando la situazione è sfuggita di mano, gli antifascisti si sono diretti lontano dalla zona, verso il porto di Mitilene e Sappho Square. Ne è seguita una battaglia campale, che ha visto la polizia lanciare altri lacrimogeni; una volta dissipata la nube urticante, i manifestanti sono tornati sul fronte degli scontri. Gli agenti hanno proseguito nell’utilizzo dei gas lacrimogeni per poter avanzare, ma questi hanno avuto ripercussioni sugli abitanti degli appartamenti che davano sulla strada perché i fumi sono arrivati nelle loro abitazioni. La folla è diventata sempre più aggressiva, bersagliando gli agenti con bottiglie e sassi; però, nel momento in cui il traghetto ha attraccato, la polizia controllava l’area. Così, i rinforzi appena arrivati sono potuti sbarcare in pieno assetto antisommossa, per poi dirigersi a nord lungo la strada litoranea che porta a Mantamados.


Video in esclusiva girato da Kyra Sacks

Resa dei conti a Mantamados

Nel corso della notte i manifestanti hanno affrontato la polizia lungo la strada litoranea nei pressi di Karava, poco a sud di Mantamados. Sui social e su Facebook Live sono immediatamente comparsi i primi post, che hanno soffiato sul fuoco della rabbia e hanno sottolineato l’urgenza di unirsi alla rivolta.
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Panorama degli scontri lungo la strada per Mantamados, dove i manifestanti del luogo si sono scontrati con la polizia inviata da Atene. Foto pubblicata da Katerina Nikos

La mattina seguente Sappho Square a Mitilene era invasa da tantissime persone. I leader politici di Lesbo e delle altre isole hanno indetto uno sciopero generale in risposta alla brutalità della polizia.
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Sappho Square a Mitilene. Primo giorno di sciopero generale a Lesbo. Foto di @dfherman

Una moltitudine unita ed entusiasta ha sfilato da Sappho Square fino al Ministero, passando per l’area del porto scenario degli scontri.
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Primo giorno dello sciopero generale. In marcia verso il Ministero a Mitilene, Lesbo. Foto di @dfherman

Poco dopo la fine della manifestazione alcuni sono saliti in macchina, altri sugli autobus a noleggio e hanno risposto alla chiamata per difendere Karava. Una lunga fila di auto si è arrampicata lungo la strada costiera per raggiungere il blocco posto a protezione di Karava, dove centinaia di poliziotti erano in attesa. Anche questa volta gli agenti hanno usato gas lacrimogeni, violenza fisica e idranti per respingere i civili che protestavano.
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Lungo la strada per Mantamados, dove i manifestanti del luogo hanno affrontato la polizia inviata da Atene. Foto pubblicata da Katerina Nikos

La strenua resistenza ha sorpreso la polizia, poiché agricoltori locali, donne e uomini di ogni età si sono uniti alla lotta. I razzi sparati dalla polizia hanno provocato incendi e gli abitanti del luogo hanno creato dei fuochi contenuti accesi in strada dalla folla per contrastare l’effetto dei lacrimogeni. Secondo i media greci, sia il Governatore Kostas Moutzouris che il Sindaco di Lesbo Ovest Taxiarchis Verros hanno preso parte alla manifestazione fianco a fianco con i residenti della zona.
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Abitanti del luogo protestano contro la costruzione dei campi detentivi vicino a Mantamados, Lesbo. Foto pubblicata da Franziska Grillmeier

Sul fare del giorno, a metà strada fra Mantamados e Mistegnon, è arrivata la notizia che “era stato raggiunto un accordo” e i manifestanti stavano iniziando a ritirarsi lentamente. Più tardi si è però iniziato a parlare di agenti che proseguivano nel lancio di gas, danneggiavano auto a colpi di manganello, aggredivano le persone lungo la strada; ci sarebbero stati anche insulti, fra cui “Spermatozoi turchi”, urlati dai poliziotti contro i manifestanti, molti dei quali sono discendenti dei rifugiati greci che furono costretti a tornare a Lesbo e sulle altre isole durante l’emigrazione di massa del 1922.
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Cartucce di lacrimogeno e granate stordenti lanciati dalla polizia contro i manifestanti che contestavano la costruzione dei campi detentivi nei pressi di Mantamados, Lesbo. Foto pubblicata da Katerina Vati


Video in esclusiva girato da Kyra Sacks, editing di Sanja Padjen

Al tramonto, molti dei manifestanti hanno lasciato la strada per ritornare a Mitilene, dove alcuni di loro hanno assaltato una caserma militare dove erano di stanza le forze antisommossa. Durante episodi precedenti verificatisi sia a Lesbo che a Chio, i dimostranti avevano preso di mira gli alberghi in cui erano ospitati i rinforzi mandati da Atene. Da Chio in particolare sono giunte notizie di attacchi nei confronti di poliziotti fuori servizio nelle loro camere d’albergo; a Lesbo si parla di averi personali sottratti e bruciati nelle strade.

In serata il Primo Ministro Mitsotakis ha annunciato il ritiro dei rinforzi, ponendo così fine alla situazione di stallo; questo però non ha impedito lo svolgimento di un altro grande scontro fra migliaia di dimostranti e la polizia davanti alla caserma militare nella periferia di Mitilene. Il New York Times ha riportato le vittime della giornata: a Lesbo 10 persone hanno ricevuto gravi ferite alla testa, 43 agenti sono stati feriti (di cui due da colpi di fucile a pompa); a Chio altri 9 agenti hanno necessitato di cure mediche.

Video in esclusiva girato da Kyra Sacks, editing di Sanja Padjen

Le conseguenze

Alle nove del mattino, i rinforzi si sono imbarcati sui traghetti per lasciare Lesbo e Chio e ha avuto inizio il secondo giorno di sciopero generale. Mitsotakis ha convocato il Governatore della regione e i Sindaci delle isole per un incontro straordinario ad Atene, ma il sito di informazione Ekathimerini ha diffuso la notizia secondo cui il Governatore Kostas Moutzouris avrebbe snobbato la chiamata del Primo Ministro e l’avrebbe accolta con gesti osceni e post di disprezzo sui social. Mentre Mitsotakis convocava l’incontro nella speranza di alleviare la tensione e giungere a una soluzione, la sua segreteria è rimasta fermamente convinta della necessità di proseguire con la costruzione dei centri detentivi, per preoccuparsi solo in seguito del sovrappopolamento dei campi come quello di Moria. Il tempo era decisamente peggiorato, ma nonostante la pioggia e il forte vento, Sappho Square era affollatissima e un effimero senso di vittoria serpeggiava fra la folla.
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Secondo giorno di sciopero contro la violenza della polizia e la costruzione dei campi detentivi a Lesbo. Foto di @dfherman

La gente si è riunita e ha parlato con entusiasmo delle esperienze vissute il giorno e la notte precedenti, mentre file di taxi strombettanti si allineavano lungo la strada del porto in solidarietà con la manifestazione. Molti interventi hanno sottolineato la fortissima coesione della folla, che ha poi dato vita a un corteo lungo le strade della città e verso la sede del Ministero vuota.
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Secondo giorno di sciopero generale a Lesbo. Foto di @dfherman

Con una piccola vittoria in tasca e nessuna ragione per tornare a Mantamados, la situazione generale si è calmata e la maggior parte dei manifestanti è rientrata a casa per evitare la pioggia battente, la grandine e il forte vento. Ma nuove voci hanno iniziato a circolare, voci sulla formazione di gruppetti di uomini inferociti vicino alla centrale elettrica poco a nord della città. Nelle chat di gruppo si è parlato di diversi attacchi indiscriminati contro i volontari e gli operatori delle ONG.
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I luoghi dei presunti attacchi di fascisti nei confronti dei volontari. Fonte anonima

Le macchine con la targhetta del noleggio sono state distrutte a colpi di catena, mentre gli operatori rimasti all’interno si difendevano dagli assalti fisici. Alcuni di loro sono stati minacciati con coltelli a serramanico mentre erano intenti a fare rifornimento in un distributore di benzina e un volontario ha riferito di essere stato aggredito mentre passeggiava nelle strade di Moria.
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Auto danneggiata dagli attacchi dei fascisti contro i volontari. Fonte anonima

Tornando verso la strada che porta a Karava incontro degli agricoltori e lavoratori della zona di ogni età, appostati a guardia dell’area. Due vecchietti facenti parte del gruppo hanno raccontato del loro sacro dovere di proteggere la loro terra in previsione della lunga guerra a venire. “Siamo guerrieri greci. Questa è la nostra terra e rimarremo qua fino alla nostra morte!
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Dimostranti di guardia al posto di blocco vicino a Karava, il sito proposto per la costruzione del campo detentivo vicino a Mantamados, Lesbo. Foto di @dfherman

“Apriremo i cancelli”

Da tanti anni a questa parte il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha minacciato di “aprire i cancelli” e permettere ai rifugiati l’accesso libero al continente europeo. Utilizzando i circa 4 milioni di rifugiati come una spada di Damocle appesa sulla testa dell’Europa, Erdoğan è riuscito a ottenere miliardi di euro in aiuti. Il controverso accordo Turchia-UE del 2016 è visto da molti come la principale causa della crisi umanitaria nelle isole dell’Egeo settentrionale.

Prima che questo patto bilaterale non vincolante entrasse in vigore, i rifugiati potevano tranquillamente transitare sulle isole dell’Egeo per poi raggiungere il continente; ora, chiunque approdi sulle coste delle isole greche è costretto a rimanervi per un tempo indefinito, in attesa che la richiesta di asilo venga analizzata e processata (il che talvolta può richiedere anni).

La Turchia ha promesso di porre un freno all’ondata migratoria in Europa in cambio di miliardi di euro. Secondo l’UNHCR i numeri sono certamente inferiori rispetto alla crisi del 2015-2016, ma da quando il trattato è entrato in vigore si sono contati circa 300mila arrivi sulle coste greche. Nel solo 2019 circa 60mila rifugiati sono sbarcati in Grecia e quest’anno siamo già arrivati a 5mila; Aegean Boat Report riporta costantemente che la guardia costiera turca blocca solo il 50-60% delle imbarcazioni dirette in Europa.

In Siria, il regime di Assad ha stretto ulteriormente la morse intorno all’ultima roccaforte ribelle di Idlib, provocando una nuova crisi umanitaria, con milioni di persone costrette a varcare il confine turco. I recenti attacchi siriani sono costati la vita a 33 soldati turchi e, in risposta, le forze turche colpito oltre 200 obiettivi governativi siriani.

Ma la reazione principale alla crisi è stata la dichiarazione diffusa dai membri del partito di Erdoğan secondo cui la Turchia avrebbe permesso ai rifugiati siriani di raggiungere liberamente l’Europa. L’informazione si è diffusa rapidamente attraverso i social media e migliaia di persone si sono riversate sul confine settentrionale con la Grecia. Un reporter del Guardian ha raccontato di autobus intenti a caricare rifugiati per accompagnarli da Istanbul verso il confine.

Una volta sconfinato nei pressi di Edirne, i siriani sono stati accolti dai gas lacrimogeni e dalla violenza dei militari e della polizia greca, che hanno iniziato a respingerli. Il Primo Ministro Mitsotakis in un tweet ha dichiarato: “Voglio essere chiaro: nessun ingresso illegale sul territorio greco verrà tollerato. Stiamo incrementando le misure di sicurezza al confine. La Grecia non si prenderà la responsabilità per i tragici eventi accaduti in Siria e non pagherà le conseguenze di decisioni prese da altri. Ho informato l’Unione Europea sulla situazione.”

L’Unione Europea ha ricevuto ulteriori rassicurazioni da Ankara sul rispetto del trattato, ma la realtà dei fatti è molto diversa. Anche la Bulgaria ha dovuto rafforzare le difese sui suoi confini, dato che le forze turche si sono ritirate. Se sulla terraferma coloro che hanno tentato di passare il confine si trovano ora intrappolati in una terra di nessuno, fra i greci che li respingono e i turchi che non hanno intenzione di farli rientrare, la situazione nelle isole è molto differente.

In seguito alle minacce di Erdoğan di lasciar partire i migranti verso l’Europa passando per la Grecia, quest’ultima ha ripetutamente chiesto alla NATO di aumentare i pattugliamenti navali. Queste minacce sono diventate realtà quando sabato 29 febbraio Erdoğan ha ufficialmente dichiarato che “Al momento non abbiamo intenzione di chiudere i cancelli e continueremo a non farlo. Perché? Perché l’Unione Europea deve mantenere le sue promesse. Non siamo obbligati a tenere a bada e nutrire un numero così alto di rifugiati. Se siete onesti, se siete sinceri, allora dovete condividere.”

Come riportato dal Guardian, il Presidente turco sostiene che 18mila migranti avrebbero oltrepassato il confine, ma le forze armate greche dichiarano di averli respinti tutti. Se la guardia costiera turca dovesse ritirarsi, Lesbo e Samo vedrebbero un aumento degli sbarchi sulle loro coste. I dati raccolti da Aegean Boat Report relativi alla scorsa settimana (dal 17 al 23 febbraio) ci dicono che 27 barche con a bordo 840 persone sono state intercettate dalle navi turche, mentre altre 22 imbarcazioni cariche di 807 migranti sono giunte sulle coste delle isole greche.

Il trasferimento sulla terraferma di meno della metà del totale dei nuovi arrivati, ha fatto sì che la popolazione dei migranti e dei rifugiati sulle isole raggiungesse il numero incredibilmente alto di 42.568. Rispetto alle settimane passate, il tasso degli arrivi è aumentato dell’81%, quindi ogni decisione da parte di Erdoğan di ritirare la guardia costiera porterebbe a una crisi terribile sulle già sovrappopolate isole.

In seguito alle notizie giunte dal confine greco-turco, nel campo di Moria ha iniziato a circolare la voce che tutti i confini erano stati aperti e che i traghetti avrebbero trasportato i rifugiati sulla terraferma. Centinaia di persone hanno sfidato la pioggia battente per raggiungere il porto, nella speranza di poter finalmente abbandonare Moria e Lesbo. La polizia ha riallestito i blocchi lungo la strada per impedire alla folla di raggiungere la città.
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I nuovi arrivati appena sbarcati vicino al porto di Mitilene vengono trasferiti a Moria per l’identificazione. Foto di Kyra Sacks

Nel momento in cui scrivo, Alarm Phone ha segnalato che una barca con 49 persone a bordo (fra cui 18 minori) è stata assaltata due volte nei pressi di Mitilene, fra Skala Mistegnon e Panagiouda, da un motoscafo carico di uomini con indosso una maschera nera. Durante il primo attacco il motore è stato distrutto, quindi sono stati costretti a remare a mani nude per cercare di raggiungere la riva.

Secondo quanto raccontato dalle persone presenti sulla barca, una nave turca era presente sul luogo, ma non si è avvicinata e non ha in alcun modo cercato di aiutarli. In questo momento hanno raggiunto le acque greche. La guardia costiera è stata allertata, ma non ha dato alcuna risposta. L’ultima posizione nota della barca è N39.19°, E26.56° (08:56 CET).

Per i residenti della zona davanti al terminal dei traghetti è stata un’altra lunga notte, dominata dalla paura che quanto accaduto nel 2015 stesse per ripetersi.

Sabbie mobili

In questo momento corrono tante notizie riguardo gli attacchi ai giornalisti, alle ONG e ai rifugiati. Erik Marquardt ha riferito di recente che gli abitanti del luogo stanno aggredendo i giornalisti, mentre Michael Trammer (che all’inizio di questo mese aveva dato inizio a un progetto sulle macchine fotografiche usa e getta insieme ad alcuni dei nostri migliori studenti di fotografia) ha raccontato di essere stato aggredito.

Le mie macchine fotografiche sono state gettate in acqua. Mi hanno preso a calci e pugni. È andata avanti per un po’. Non ho visto polizia sul posto, nemmeno quando me ne sono andato. Alcuni residenti che non approvano quanto mi è stato fatto si sono presi cura di me. Ora sono fra amici.”
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Le strade dentro e fuori il campo profughi di Moria sono ora presidiate dalla polizia e iniziano a circolare voci su numerosi abitanti del luogo a caccia di volontari e operatori delle ONG.
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Automobili dei volonatari e degli operatori parcheggiate vicino al campo di Moria. Foto di M. (studente di ReFOCUS Media Labs)

Giungono molte notizie su residenti che attaccano le auto che escono dal campo di Moria. Gli occupanti stanno bene, ma tutti i vetri dei veicoli sono stati spaccati. Le chat private degli operatori umanitari stanno costantemente invitando chiunque a evitare le strade e di rimanere al chiuso.
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Automobili dei volonatari e degli operatori parcheggiate vicino al campo di Moria. Foto di M. (studente di ReFOCUS Media Labs)

È stato pubblicato un video in diretta girato da Giorgos Christides a Thermi, in cui una folla di abitanti del posto impediscono a una barca con a bordo delle famiglie di attraccare.

Ci giungono altre voci secondo cui gli antifascisti stanno organizzando una manifestazione in Sappho Square. Pare che anche i fascisti intendano essere presenti. Questa sarà l’ultima notte di una breve settimana di Carnevale, molti hanno paura di partecipare ai festeggiamenti e, protetti dalle maschere, molti altri si sentiranno autorizzati ad aggredire le ONG, i volontari e i rifugiati, oltre a chiunque altro sia loro solidale.
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ReFOCUS Media Labs
Photography and Video
www.refocusmedialabs.org

Reporters and contributors: Douglas F. Herman, Kyra Sacks, Ciaran Carney, Ahmad Ebrahimi, Steffen Stender.

#Lesvoscalling

Una campagna solidale per la libertà di movimento
Dopo il viaggio conoscitivo a ottobre 2019 a Lesvos e sulla Balkan route, per documentare e raccontare la drammatica situazione sull'isola hotspot greca e conoscere attivisti/e e volontari/e che si adoperano a sostegno delle persone migranti, è iniziata una campagna solidale lungo la rotta balcanica e le "isole confino" del mar Egeo.
Questa pagina raccoglie tutti gli articoli e il testo di promozione della campagna.
Contatti: lesvoscalling@gmail.com