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Violazioni ai confini greci: report sulla situazione in mare e su terra (febbraio-marzo 2020)

Introduzione

La situazione, in continuo peggioramento, ai confini marittimi e terrestri della Grecia rappresenta un affronto ai diritti basilari dei migranti – e questo non solo in seguito alla decisione del Presidente turco Erdogan di “aprire le porte” ai rifugiati. Questo report congiunto riassume le scoperte più recenti fatte da diverse organizzazioni che stanno documentando violazioni ai confini greci; tra queste vi sono testimonianze dirette di persone che subiscono le politiche europee di esternalizzazione dei confini.

Le violazioni dei diritti fondamentali lungo le isole greche e sulla terraferma presentano delle caratteristiche in comune che sollevano grande preoccupazione, così come il fatto che gli eventi recenti dimostrano violazioni intenzionali e deliberate dei diritti umani nei confronti dei gruppi di transitanti vulnerabili , invece dell’azione di soccorso che viene presentata dal governo e dai media dell’Unione Europea).

Panoramica della situazione:

Dall’inizio del febbraio 2020, decine di migliaia di persone hanno tentato il pericoloso attraversamento via terra e via mare per raggiungere la Grecia, andando incontro a un muro di violenza. La necessità di un corridoio sicuro per le persone migranti in transito e per i rifugiati bloccati in Turchia è evidente, ma la decisione del Presidente turco Erdogan del 17 febbraio di “aprire il confine” con la Grecia è anche l’apice di una tempesta perfetta che bisognava aspettarsi da tempo. Il governo turco giustifica pubblicamente la sua decisione di aprire il confine con la Grecia ricorrendo a motivazioni umanitarie legate all’ulteriore spostamento dei civili siriani da Idlib verso la Turchia e al fallimento dell’Unione Europea nel mantenere gli impegni stabiliti dall’accordo tra UE e Turchia, concluso all’inizio del 2016.

La Turchia non ha certamente tutti i torti: l’UE ha a malapena portato avanti qualche ricollocamento delle persone in movimento dalla Turchia all’UE, ricollocamenti che aveva promesso (sebbene questo non presenti, tecnicamente parlando, una violazione dell’accordo, poiché i ricollocamenti sono collegati al numero di persone respinte dalla Grecia).

I sei miliardi di euro, che la Turchia doveva ricevere in cambio della chiusura dei suoi confini, sono stati sborsati in ritardo.

Infine, l’UE ha fallito nel mantenere il suo impegno di rilanciare il processo di membership della Turchia e, più importante, di garantire ai cittadini turchi l’ingresso senza bisogno del visto. Il malcontento turco nei confronti dell’UE è quindi comprensibile ed è stato più volte ribadito dai dirigenti nel corso degli anni – tuttavia, non spiega pienamente la decisione della Turchia di aprire il confine.

A livello nazionale, il governo turco è impegnato su tre fronti. Nel 2018, ha fronteggiato la crisi economica in corso rianimando la sua economia aumentando il debito.

La crescita odierna appare instabile e c’è un forte timore che il paese possa andare in recessione in ogni momento. L’opinione nazionale si è sempre più inasprita nei confronti dell’apertura di Erdogan verso i rifugiati. Dopo le sconfitte elettorali a Istanbul e in altre grandi città, il governo potrebbe pensare che è tempo di rispondere alla richiesta popolare e di cominciare ad espellere i migranti. Infine, l’intervento turco nel Nord della Siria ha causato un numero crescente di perdite.

Temendo una reazione popolare, il governo ha temporaneamente chiuso i principali siti di social media durante l’ultima settimana di febbraio. Insieme a questa crisi militare, c’è timore che una volta caduta Idlib sotto Assad, questo possa causare un esodo di massa dalla regione, destabilizzando ulteriormente la situazione nazionale turca.

Dato il contesto, è possibile capire cosa voglia ottenere Erdogan con questa crisi. Espellere i migranti è semplicemente parte dell’obiettivo, poiché soddisferà il sentimento nazionale anti-rifugiati. Ma, cosa più importante, lui vuole i soldi – versati preferibilmente direttamente al suo governo – per stabilizzare l’economia del paese. Infine, il supporto geopolitico dell’UE (e della NATO) potrebbe accrescere la legittimità dell’azione militare della Turchia nel Nord della Siria e forse spostare l’ago della bilancia per influenzare l’esito del conflitto attraverso sanzioni o un’azione militare limitata.

Guidata da una mancanza di solidarietà europea, problemi economici, reazione popolare e interessi geopolitici, la Turchia ha reso i migranti pedine in una più grande lotta di potere tra l’UE e la Turchia. Come mostra il resto del report, le autorità greche sotto la guida del Primo Ministro conservatore Kyriakos Mitsotakis, conosciuto per le sue rigide posizioni in materia di immigrazione, hanno seguito l’esempio e hanno risposto con indicibile violenza contro coloro che hanno più necessità di protezione – con il pieno supporto dell’UE.

Sospensione del diritto d’asilo

Quando le persone hanno cominciato a radunarsi al confine terrestre e sulle isole dal 27 febbraio in poi, il governo greco ha convenuto una replica rapida e illegale. Il primo marzo 2020, il Consiglio di sicurezza nazionale greco ha annunciato la “temporanea sospensione, per un mese […] della possibilità di presentare domande di asilo per tutte le persone che entrano nel paese “illegalmente” e il loro “immediato respingimento senza registrazione, dove possibile, nei loro paesi di origine o di transito”.

Fin dall’annuncio, numerose agenzie internazionali e ONG hanno affermato che la sospensione del diritto d’asilo e del principio di non-refoulement non è consentita né secondo il diritto internazionale né secondo il diritto europeo.

La Dichiarazione dei Diritti Umani dell’ONU, la Convenzione ONU del 1951 relativa allo status di rifugiati, e la Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE proteggono tutte il diritto d’asilo o il non-refoulement. La Commissione UE ha inviato deliberatamente dei messaggi incoerenti in risposta alla violazione da parte della Grecia di diritti e principi affermati internazionalmente.

La violazione e la sospensione dei diritti fondamentali portata avanti dalle autorità greche ha facilitato e intensificato il brutale regime di confine, facendo sì che si sparasse e si lanciassero lacrimogeni contro i migranti ai valichi di frontiera, respingendoli lungo il fiume Evros.

Mentre, sfortunatamente, la pratica dei respingimenti illegali è comune lungo i confini esterni dell’Europa, sono particolarmente inquietanti la veracità con cui la Grecia ha rinforzato queste procedure illegali e la volontà politica da parte dell’UE di spalleggiare queste violazioni.

Nonostante siano documentati abusi diffusi, violenza e un mucchio di violazioni dei diritti umani attualmente portati avanti contro i migranti da parte degli ufficiali di frontiera greci, diversi stati membri dell’UE hanno utilizzato la scusa di una minaccia alla sicurezza per giustificare il dispiego di forze aggiuntive di polizia nella regione. Il supporto continuo che gli Stati membri stanno fornendo ha permesso al partner greco di agire impunemente durante l’attuale sospensione dei diritti, sia lungo il confine terrestre di Evros sia sulle isole.
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Sulla terraferma: militarizzazione della regione di Evros

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Violenza alla frontiera di Pazarkule/Kastanies

Noi siamo le pedine e loro stanno giocando con noi”, ha riferito il padre di una famiglia siriana alla frontiera di Pazarkule/Kastanies vicino a Edirne, dove i migranti sono stati cinicamente raggirati dalla Turchia e accerchiati violentemente dalla Grecia. Il 27 febbraio 2020 è sorto un campo informale con la promessa di un passaggio sicuro attraverso il confine, ma un numero stimato di 10.000-20.000 persone, tra cui molte donne e bambini, è in seguito stato bloccato in quella che è di fatto una terra di nessuno, poiché la Grecia ha respinto il loro diritto di fare richiesta di asilo. Accampate in condizioni squallide, con poco cibo e acqua, le persone devono subire atti quotidiani di violenza brutale da parte della polizia e dell’esercito greci, i quali hanno bloccato l’entrata della frontiera di Kastinies.

Idranti, lacrimogeni, proiettili di gomma e munizioni vere sono tra i metodi utilizzati dal personale militare greco così come dalla polizia per colpire uomini, donne e bambini e hanno già causato morti per colpi d’arma da fuoco.

Le autorità greche hanno attuato regolari attacchi all’interno della terra di nessuno durante le prime due settimane di marzo, aprendo fuoco verso il lato turco. Uno di questi colpi d’arma da fuoco ha colpito il braccio di un migrante che stava provando a fornire assistenza a un’altra persona ferita da un proiettile e sanguinante a terra. 1


“Mi hanno sparato al braccio”

Nel frattempo, una famiglia siriana (con bambini dell’età di due e quattro anni) descrive la loro situazione disperata: 2

“Non c’è via di fuga, l’esercito turco ha chiuso le porte, così noi non possiamo uscire”.

Le azioni combinate dei militari greci e turchi hanno condotto alla crudele chiusura di migliaia di persone in uno spazio dove sono soggetti a continui attacchi di lacrimogeni, che causano delle irritazioni gravi a occhi e polmoni. Per aggravare queste azioni, le autorità greche hanno predisposto grandi ventole per soffiare i lacrimogeni lanciati da entrambi i lati del confine, concentrandoli sul campo improvvisato e creando delle condizioni insopportabili per le persone al suo interno.
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Bloccati dall’esercito e dalla polizia turchi, una delle poche vie di uscita del campo per i migranti è lasciarlo su uno dei bus offerti dalle autorità turche presumibilmente diretti ad Istanbul. Tuttavia, diversi dubbi sono stati sollevati riguardo la vera destinazione di questi mezzi di trasporto 3.

Per giornalisti e lavoratori del soccorso umanitario, da quando è iniziato lo scontro al confine, l’accesso è sempre più limitato. I controlli permanenti della polizia sulla strada tra Edirne e Pazarkule hanno di fatto bloccato la diffusione di informazioni dalla zona di confine. Insieme all’arresto di due giornalisti turchi, fonti all’interno del campo dicono che anche un membro della stampa internazionale è stato interrogato per sette ore all’interno del perimetro della frontiera.

Dopo gli sforzi iniziali di Grecia e Turchia per incoraggiare la copertura mediatica delle loro rispettive azioni, sembra che entrambi siano ora interessati a soffocare una copertura obiettiva della crisi umanitaria che hanno creato volontariamente. Al momento della pubblicazione del report, alcuni gruppi hanno tentato di lasciare la frontiera, ma migliaia rimangono bloccati.

Le notizie dall’interno del sito suggeriscono che l’accessibilità nel e dall’area è limitata a un giorno alla settimana, e avviene sulla base di identificazione attraverso impronte digitali da parte delle autorità turche. Secondo quanto riferito, la polizia ha anche offerto fino a 300 TL (43 euro) alle persone che se ne vanno col bus a Istanbul: quello o la prospettiva di essere obbligati a fare un attraversamento pericoloso del confine verso la Grecia. La chiusura brutale del confine da parte delle autorità greche e le tattiche di contenimento impiegate dalla Turchia da sole supportano le affermazioni delle persone che si trovano lì, che dicono di essere disposti proprio come delle “pedine”.
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Respingimenti sistematici dalla Grecia alla Turchia

Per coloro che hanno documentato l’espulsione collettiva, organizzata e sistematica, di persone lungo il confine tra Grecia e Turchia attorno al fiume Evros, gli eventi recenti descritti qui sopra hanno rappresentato il proseguimento, l’intensificarsi di pratiche standard nella regione. Una coalizione di attori nel Nord della Grecia ha lavorato negli ultimi otto mesi per raccogliere testimonianze di respingimenti, e ha delineato i modelli di violenza che hanno luogo lungo il confine terrestre.

Il report di agosto di BVMN elenca norme procedurali quali il furto o la distruzione degli effetti personali, la violenza fisica e l’uso dei passamontagna per proteggere l’identità dei responsabili. Nel frattempo, in autunno, il Team Mobile Info ha rilasciato delle osservazioni importanti in merito a questi atti efferati in un lungo report che analizza 27 casi di respingimenti registrati dal loro team. Le ricerche hanno portato a racconti che confermano trend come:
• Autorità col viso coperto in uniformi dallo stile militare
• Percosse e furti portati avanti dalle autorità greche
• Detenzione illegale di persone in condizioni insalubri
• Espulsioni collettive via nave lungo il fiume Evros

Gli eventi delle ultime due settimane, quindi, sono in linea con gli abusi di diritti umani di cui si è a conoscenza nella regione, come è stato provato dal video pubblicato da Der Spiegel a dicembre.

La differenza rilevante tra la situazione attuale e le pratiche standard sta nella larga scala in cui queste procedure sono ora portate avanti, nonostante o forse a causa di una più ampia attenzione dei media. Mentre report precedenti di BVMN da parte di reporter sul campo hanno solamente elencato i respingimenti collettivi di gruppi fino a dieci membri, il confine è attualmente travolto da migliaia di migranti che sono giunti a piedi o con bus da diversi luoghi della Turchia. In risposta all’aumento dei numeri, il livello di violenza è stato intensificato, come descritto dalla testimonianza raccolta presso Pazarkule/Kastinies.

Attori sul campo, come l’organo di stampa turco TRT, hanno condiviso immagini che sono state ampiamente condivise, che mostrano grandi gruppi di migranti che vengono spogliati e che rivelano chiari segni di violenze fisiche. Questo non è un fenomeno inusuale, e BVMN ha precedentemente condiviso report di immersioni forzate in acqua, braccia rotte dalle forze di sicurezza e gravi percosse da manganello. Solamente a marzo, il Network ha riportato i respingimenti di 76 persone dalla Grecia alla Turchia, inclusi due casi in cui erano coinvolte delle famiglie.

L’8 febbraio 2020, più di 50 persone, tra cui donne e bambini, sono state trattenute in strutture detentive a Evros, dove alcuni sono stati malmenati, e le autorità greche hanno negato ai detenuti cibo e acqua 4.
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La sera seguente, l’intervistato ha riportato che 16 persone erano state caricate su un furgone e condotte al fiume Evros dove sono stati:

“obbligati a spogliarsi e poi, otto alla volta, sono stati caricati su una barca”.

In due dei casi registrati a marzo, gli intervistati hanno raccontato che le autorità greche hanno trattenuto i transitanti in celle detentive in condizioni disumane e degradanti. Un minore dell’età di 16 anni ricorda che “agli uomini era negata l’acqua e che potevano avere del cibo solo se pagavano 2 euro5, mentre un’altra persona a cui è stato negato l’accesso ai servizi igienici, ha riferito “se vuoi pisciare, devi pisciare in una bottiglia6.

I tre casi descrivono situazioni famigliari: autorità col viso coperto, detenzione degradante e respingimenti via nave lungo il fiume Evros. Queste gravi violazioni dei diritti umani, che in molti casi comprendono anche percosse e torture fisiche, non costituiscono una novità nella regione del nord-est della Grecia. La decisione recente di Erdogan di “aprire i confini” e la crescente attenzione dei media hanno solo messo in luce queste pratiche tacite.

Reclusione dei richiedenti asilo

Mentre i gruppi per i diritti umani hanno chiesto un’adeguata assunzione di responsabilità per le violazioni esposte precedentemente, la risposta giudiziaria in Grecia rappresentava una continuità preoccupante con la persecuzione dei migranti e dei rifugiati rilevata sul campo. L’organo di stampa tedesco Tagesschau ha recentemente pubblicato un’indagine in merito a 50 persone accusate di aver attraversato il confine illegalmente, portate velocemente davanti ai tribunali greci e a cui è stata inflitta una condanna alla reclusione fino a quattro anni. Viene riferito nel report che la più giovane tra i condannati è una bambina afghana di 12 anni.

La pratica ha portato alla separazione di famiglie, e a richiami da parte dell’UNHCR e del Consiglio greco per i rifugiati per il rispetto immediato della Convenzione di Ginevra e delle relative protezioni per i richiedenti asilo. Tali violazioni evidenziano profondi timori in merito all’indipendenza delle istituzioni giudiziarie in Grecia e una restrizione dei diritti dei migranti, come descritto nei recenti casi registrati da BVMN.

Sfortunatamente, questa non è la prima volta in cui un processo penale è stato basato su arresti arbitrari dei transitanti, su accuse criminali esagerate, sulla mancanza di accesso a un equo processo e sulla detenzione punitiva prima del processo – un trend che ha raggiunto il picco con il tristemente noto processo “Moria 35”. Inoltre, in un contesto dove alle ronde di destra è consentito di agire liberamente nelle regioni di confine (e dove sono perfino lodati dal Primo Ministro greco Mitsotakis), la mossa di imprigionare richiedenti asilo è un’esplicita dimostrazione dell’intenzione greca di bloccare l’accesso al suo territorio.

In mare: la situazione ai confini marittimi greci

Aggiornamenti dalle isole greche
Con la firma dell’accordo tra UE e Turchia, nel marzo 2016, i precedenti centri di registrazione collocati su cinque isole hotspot nel mare Egeo sono stati trasformati in campi recintati da rete metallica.

A Lesvos, Chios, Samos, Leros e Kos, sono state introdotte le cosiddette procedure di confine “Fast-track” (NdT, “accelerate”), così come un preventivo Colloquio di Ammissibilità per velocizzare e effettivamente processare le persone dalle isole e se idonee, dare loro accesso in Turchia. Presentati come una misura temporanea, i campi rimangono ad oggi male equipaggiati per gestire il numero di persone in arrivo e sono considerati da molti come delle prigioni a cielo aperto.

Negli ultimi quattro anni, gli sbarchi sulle isole sono continuati – sebbene ostacolati dagli interventi della Guardia Costiera turca che impediva alle barche di prendere il largo dalle sue coste – mentre la Guardia Costiera ellenica (HCG) permetteva alle barche di entrare nelle acque greche. A partire dal primo marzo 2020, con la scelta del governo greco di sospendere il diritto di fare richiesta di asilo, l’HCG ha iniziato a impedire alle barche di entrare nelle acque greche, sparando colpi di avvertimento verso una barca e impedendo ad altre imbarcazioni di raggiungere la costa.
Una barca si è capovolta, poiché era stata ribaltata dai suoi passeggeri quando l’HCG si era avvicinata, provocando la morte di un giovane ragazzo siriano.

Nel frattempo, i rifugiati che sono giunti sulle coste, sono stati immediatamente confinati in centri provvisori di detenzione.
A Lesvos, 450 persone sono detenute presso la polizia portuale. A Samos, circa 95 sono detenute dalla polizia portuale. La pratica è simile negli altri hotspot dove i rifugiati subiscono restrizioni alla possibilità di avere contatti con i famigliari sull’isola e di presentare delle domande d’asilo, in sovrapposizione con l’escalation di controlli draconiani al confine terrestre greco di Evros.

Caso di studio: scontri a Lesvos

Fin dall’estate del 2019 gli arrivi sulle isole dell’Egeo sono aumentati, mentre le strutture di accoglienza restavano altamente carenti. Le insostenibili condizioni di vita nei campi e le continue pressioni sulla popolazione greca hanno creato una situazione ancora più tesa. Dopo che il governo centrale greco ha annunciato la costruzione di campi chiusi sulle isole egee, l’atmosfera a Lesvos ha iniziato a peggiorare.

Una protesta locale è stata recentemente fronteggiata dalla polizia in tenuta antisommossa inviata dalla terraferma, e la situazione è diventata sempre più tesa. È poi peggiorata ulteriormente quando la Turchia ha annunciato l’apertura dei suoi confini e, tra il 29 febbraio e il 2 marzo, sono arrivate più barche che trasportavano rifugiati sulle coste dell’isola.

In mare, la Mare Liberum, una barca che monitora i diritti umani nelle aree di confine dell’Egeo, continua ad osservare le violazioni dei diritti umani commesse dalle unità navali greche e di FRONTEX. In un episodio avvenuto a marzo, una nave che trasportava persone vulnerabili è stata bloccata dalle autorità greche lungo la costa sud dell’isola. Nonostante si trovassero in acque greche, l’imbarcazione e i sui passeggeri sono stati abbandonati per dieci ore e il salvataggio è stato pericolosamente bloccato perfino dopo che l’HCG era stata informata e sollecitata a rispondere da organizzazioni internazionali. Solo quando la barca ha incominciato a imbarcare acqua e le persone erano ormai disperate, le autorità nazionali e europee hanno deciso di agire.

Il primo marzo 2020, la nave MARE LIBERUM ha osservato diversi casi di gravi violazioni dei diritti umani. Ad esempio, una nave che trasportava un gruppo numeroso di transitanti è stata attaccata da uomini col volto coperto che hanno inseguito l’imbarcazione dalla loro nave e ne hanno distrutto il motore.

L’imbarcazione danneggiata è riuscita lo stesso a raggiungere le coste di Lesvos a remi, ma lì è stata “accolta” da un gruppo della destra locale che ha impedito alle persone di sbarcare nel porto del piccolo villaggio di Thermi.

Nei primi giorni di marzo, la sicurezza era lungi dall’essere garantita, sia sulla terraferma che in mare. Le strade erano bloccate da fascisti e ai rifugiati era negato l’accesso al campo di Moria. È stato appiccato il fuoco al Centro di accoglienza Stage 2 e la stessa notte, diverse automobili dei gruppi di supporto alle ONG sono state distrutte. Il 2 di marzo 2020, l’imbarcazione di monitoraggio MARE LIBERUM è stata minacciata da un malavitoso che ha versato della benzina sul ponte di poppa. In seguito, l’equipaggio è stato costretto a passare diversi giorni in mare con urgente bisogno di un porto sicuro, che le autorità non hanno fornito fino a nove giorni più tardi. Il 7 marzo 2020, la School of Peace all’interno del centro ricreativo di One Happy Family è stata incendiata.

Dal primo marzo 2020, 555 persone sono arrivate a Lesvos su gommoni attraverso il mare Egeo, ma più tardi nello stesso mese, gli sbarchi sono diminuiti a causa delle operazioni della guardia costiera greca e turca. I salvataggi non vengono più garantiti e ci sono molti report che riferiscono di respingimenti e ritorni. Per coloro che sono riusciti ad arrivare a Lesvos, non c’è possibilità di fare domanda di asilo, non c’è un posto sicuro dove stare e non sono forniti nuovi approvvigionamenti per i nuovi arrivi.

Anche per le persone già presenti sull’isola, la situazione sta peggiorando notevolmente. Il 16 marzo 2020 è scoppiato un incendio nel campo di Moria, un altro esempio dei pericoli presenti nei campi che sono intenzionalmente sovraffollati, e un promemoria per la necessità di evacuare urgentemente tutti i campi sulle isole e per creare un corridoio sicuro per gli arrivi nel rispetto dei diritti umani.

Sulle altre isole

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Le fonti dagli altri hotspot riportano che tutti coloro che sono arrivati a partire da marzo sono stati separati dal resto della popolazione di rifugiati sulle isole. Da una prospettiva legale, essi non sono richiedenti asilo poiché subiscono delle restrizioni per la presentazione della richiesta di asilo.

Chios: 296 rifugiati sono giunti domenica 1 marzo. 124 persone sono state trasferite al campo e sono state confinate nella prima area di accoglienza, dove tuttora vengono trattenute. Altri arrivi successivi, 136 persone nella prima settimana di marzo, sono stati in seguito trasferiti in una sottile striscia di terra circondata su tre lati dall’acqua, di fronte alla polizia portuale. Gli uomini hanno passato le notti all’addiaccio, mentre gli autobus hanno “ospitato” le donne e i bambini durante la notte. Il 14 marzo, l’UNHCR ha predisposto 15 tende su richiesta del Direttore di Polizia di Chios. Le tende sono state assemblate nella medesima striscia di terra e le persone vi sono detenute fin dal loro arrivo.

La polizia ha distribuito cibo e prodotti non alimentari donati da ONG e persone del luogo, e ha garantito l’accesso a volontari specializzati in ambito sanitario. Una donna che aveva partorito qualche giorno prima del suo arrivo è stata portata all’ospedale per alcuni controlli e poi rilasciata, e si trova ad oggi in una delle tende. Nessun rifugiato ha ricevuto consulenza legale e non è stato permesso loro di fare domanda di protezione internazionale.

Leros: anche gli arrivi di marzo sono stati collocati nei locali della Polizia portuale. Nei primi giorni, le donne e i bambini sono stati caricati su un furgone durante la notte per scaldarsi, mentre gli uomini hanno dormito all’aperto sotto la pioggia e al freddo. Negli ultimi giorni, i nuovi arrivi sono stati trasferiti nell’area d’attesa del porto. Diverse fonti riportano che tra le 232 e le 252 persone sono attualmente ospitate nello spazio, che ha a malapena un tetto, ed è stato chiuso ai lati usando plastica come protezione contro il vento e il gelo. In mancanza di condizioni igieniche adeguate, sono cominciate a diffondersi malattie, tra cui infezioni della pelle e virus gastroenterici. Una donna incinta è stata trasferita all’ospedale locale per partorire. Tra i rifugiati, ci sono 28 bambini sotto l’età di tre anni.
La polizia ha concesso la distribuzione di beni non alimentari, tra cui prodotti per l’igiene personale per le donne, latte in polvere e pannolini per i bambini. Non sono stati concessi contatti tra i rifugiati e i loro parenti sulle isole. Inoltre, le richieste d’asilo non possono essere presentate presso le autorità.

Samos: Beatrice Chioccioli, coordinatrice del progetto di Avocats sans frontières Francia, riporta che ci sono stati circa 90-93 arrivi nella prima settimana di marzo. Uomini, donne e bambini sono stati tutti posti in stato detentivo nell’edificio dell’Autorità portuale di Samos, Vathy. Tra i detenuti, c’è un minore non accompagnato di 17 anni proveniente dall’Afghanistan. Fin dal loro arrivo, i detenuti non hanno avuto accesso ad acqua per i bisogni igienici di base. Ai consulenti legali non è stato autorizzato l’accesso nell’area. A causa del mancato accesso, non sono disponibili maggiori informazioni riguardo le condizioni mediche o i dati demografici.

Fonti aggiuntive riferiscono che gli arrivi vengono trattenuti in celle sorvegliate da due guardie che misurano, approssimativamente, 25 metri quadri l’una, e sono chiuse da sbarre. Non è chiaro chi abbia accesso all’area di detenzione. È stato fornito del cibo ed è stato installato un bagno chimico nei locali. Il piano dove sono collocate le celle ha delle piccole finestre per la ventilazione e la luce diurna.
Nella seconda settimana di marzo, l’Aegean Boat Report ha documentato 37 arrivi. Fonti di volontari riportano che la loro attuale collocazione è sconosciuta. A persone di un altro gruppo non è stato consentito di registrare la domanda di asilo, secondo fonti locali.

Kos: l’Aegean Boat Report ha pubblicato 251 arrivi sull’isola dal primo di marzo 2020. I 176 arrivi della prima settimana sono stati tutti collocati all’interno dell’area di attesa del porto, una costruzione circondata da pareti in vetro. Gli arrivi successivi sono stati collocati in tende predisposte nella medesima area. Gli ufficiali di polizia che pattugliano il posto stanno restringendo i contatti con chi è all’esterno. Il Labor Centre ha offerto coperte e sacchi a pelo ai rifugiati trattenuti nel porto locale dal 14 marzo, tra i quali ci sono dei bambini. I beni sono stati raccolti da residenti e associazioni del luogo.

Rispetto alle altre isole il campo è distante, a 15 chilometri di distanza dalla città di Kos. Le fonti affermano che dal primo di gennaio 2020, con l’adozione della nuova legge sull’asilo (Legge 4636/2019) tutti i rifugiati sono stati detenuti sin dal loro arrivo e sono stati sottoposti alla procedura di asilo mentre erano in detenzione. Solo quando è stata garantita loro la protezione internazionale sono stati rilasciati. Le fonti confermano che sono stati trattenuti in strutture di detenzione già esistenti, con alcuni casi di persone in estrema vulnerabilità che sono state rilasciate senza ricevere alcun supporto.
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Al momento della pubblicazione

Mentre inizia la terza settimana di marzo, la situazione rimane grave. Le tende a Chios non hanno retto a causa del maltempo e dell’installazione incauta su un terreno esposto. Nella notte del 16 marzo, il vento è salito a 8 gradi sulla scala di Beauforts e le onde si sono infrante sulla striscia di terra e hanno demolito tutte le tende dell’UNHCR.

Sulla bacheca delle informazioni del campo di Vial, a Chios, è stato affisso un comunicato della direzione del campo che dice: “Vi informiamo che in accordo con le istruzioni della Segreteria Generale, coloro che possiedono documenti senza limitazioni geografiche e anche coloro che si trovano all’interno dell’area di Prima Accoglienza e Identificazione, saranno trasferiti in altri luoghi di accoglienza per essere collocati in diverse aree del paese. Tale trasferimento è obbligatorio”. Il comunicato è stato in seguito rimosso, senza informazioni aggiuntive.
Domenica 15 marzo 2020, circa 76 persone giunte a Kos sono state rinchiuse nell’area del porto e collocate in tende insieme alle persone arrivate precedentemente.

La polizia e i volontari a Chios e Samos sono stati informati dal Governo centrale che i trasferimenti avranno luogo, tuttavia ad ora non ci sono stati sviluppi. Questo ha fatto sì che le Associazioni dei lavoratori della Polizia di Chios, Lesvos, Samos e delle isole del Nord e del Sud del Dodecaneso facessero una dichiarazione extragiudiziale contro il governo per indifferenza criminale. Hanno richiesto “misure dirette in soccorso alle (nostre) isole”. Gli ufficiali di polizia condannano il governo per aver istituito misure che hanno creato un pericolo per la salute, nel contesto dello scoppio dell’epidemia di COVID-19. Condannano le direttive imposte dal governo centrale in merito alle “regole per la custodia degli immigrati e a tutti gli altri provvedimenti rilevanti per la salute pubblica”.
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Violenza nel porto di Patras

Nonostante i numeri complessivi non siano tanto alti quanto in altre parti della Grecia, anche la violenza al porto di Patras è una testimonianza determinante del livello costante di abusi in vari punti lungo il confine marittimo greco. In questa città costiera sulla parte occidentale della terraferma, una comunità in continuo ricambio di circa 150 persone vive in stabilimenti informali vicino al terminal delle navi, nella speranza di attraversare il mare Adriatico sui traghetti regolarmente in partenza per l’Italia (Bari, Ancona e Venezia), dove rischiano di subire estreme violenze lungo questa rotta precaria.

Le condizioni di vita nei principali accampamenti costituiscono il contesto di violenza messo in atto contro le persone al confine marittimo, un segno dei fallimenti sistemici del sistema d’asilo greco e del programma di alloggio Helios, a causa del quale persone con documenti si sono ritrovate a dormire per strada. Insieme a questo, c’è il logoramento fisico e psicologico affrontato dalle persone che sono costrette a intraprendere viaggi illegali sui traghetti.
I report condotti a Patras da No Name Kitchen documentano un elevato livello di violenza interna da parte delle autorità greche, le quali impediscono l’accesso alle navi e attaccano le persone negli insediamenti informali.

Nei pressi del porto, i gruppi di transitanti riferiscono dei controlli di sicurezza restrittivi e dell’utilizzo della violenza fisica da parte delle autorità portuali e di polizia nel rimuovere le persone dai rimorchi. Le guardie di confine, secondo quando riferito, commettono pestaggi e arresti, e detengono i gruppi che vengono catturati.

Alcuni intervistati raccontano anche di essere stati deportati dal porto a centri di detenzione, dove sono stati trattenuti senza un interprete o senza avere accesso all’assistenza legale. Tali azioni si ricollegano con altre notizie da Evros e dalle isole greche per quanto riguarda l’uso eccessivo della forza e della detenzione illegale.

Ad aggravare tale situazione di violenza, il fatto che la polizia greca porta avanti anche vessazioni sistematiche negli insediamenti informali a Patras, comparendo più volte al giorno nelle fabbriche occupate e minacciando le persone che vi risiedono mentre queste stanno cucinando, dormendo o mangiando. Gli ufficiali, secondo quanto riferito, rubano e danneggiano i beni personali dei gruppi, rompendo i cellulari e i caricatori per sabotarli grezzamente. La polizia, inoltre, colpisce le persone con manganelli, e spesso disperde i gruppi verso Atene, dove sono lasciati fuori dalle stazioni di polizia o vicino a piazza Vicroty. Le azioni delle forze dell’ordine greche e la loro impunità creano un microcosmo all’interno delle più ampie problematiche rilevate in questo report: il fatto che le comunità di rifugiati e di migranti stanno fronteggiando misure diffuse dirette a spogliarli dei loro diritti fondamentali.

Il supporto dell’Unione Europea

La principale risposta della Commissione e del Consiglio agli eventi verificatisi al confine turco-greco è stata quella di sostegno incondizionato alle operazioni portate avanti dalla Grecia per reprimere brutalmente il transito verso le isole e la terraferma. Riferendosi alla Grecia come allo “scudo d’Europa”, la Presidente della Commissione von der Leyen ha promesso un supporto finanziario di 700 milioni di euro, così come ha rinforzato sostanzialmente le missioni di FRONTEX, nonostante i dubbi sulla liceità di utilizzare FRONTEX in un contesto i cui i diritti fondamentali sono stati sospesi. Nonostante le critiche da parte dell’UNHCR, un portavoce della Commissione ha sostenuto che per la Commissione non è possibile determinare la legittimità delle azioni della Grecia. Tutto ciò è in netto contrasto con le procedure d’infrazione che la Commissione ha mosso contro le leggi sull’asilo ungheresi. Eppure, il fronte anti-rifugiati dell’UE non è totalmente compatto.

Un pattugliatore navale danese di FRONTEX ha rifiutato l’ordine di respingere verso la Turchia un gruppo in transito – un’azione per la quale il capitano dell’equipaggio ha ricevuto le lodi del Primo Ministro danese. Secondo i report del New York Times riguardo l’utilizzo di “blacksites” (NdT “siti neri”, luoghi segreti e non ufficiali, dove lo stato di diritto è sospeso) per facilitare i respingimenti illegali, la Commissaria agli Affari interni, Ylva Johansson, ha chiesto alla Grecia di rispettare il diritto d’asilo e ha criticato la violenza contro i migranti. Mentre l’UE rinegozia un futuro accordo con la Turchia, è importante che le voci in sostegno dei migranti non rimangano inascoltate, ma nella loro forma attuale queste critiche vengono oscurate da un sostegno politico e infrastrutturale che non sembra diminuire, nonostante il suo impatto sulla vita delle persone ai confini della Grecia.

Conclusioni e raccomandazioni

La portata delle prove presentate in questo report, prodotto trasversalmente da più organizzazioni, coinvolge sia la Grecia che l’Unione Europea in una valanga di abusi contro i rifugiati e i migranti. Tali scoperte sono presentate insieme alle prove di pratiche preesistenti e sistematiche dirette contro le suddette comunità, pratiche quali infrazioni in materia di asilo, respingimenti e condizioni disumane di trattenimento sulle isole.

Gli eventi di febbraio/marzo 2020 costituiscono, quindi, una escalation all’interno di un costante insieme di pratiche illegali al confine. I racconti qui presentati, raccolti da un’ampia gamma di organizzazioni che osservano di persona questa offensiva fisica, psicologica e legale contro i gruppi in transito, esortano a un cambiamento immediato e sostanziale.

Il report richiama le istituzioni pertinenti a rispettare le norme internazionali, nello specifico in materia di: diritti umani, accesso all’asilo e a condizioni di accoglienza umane. In quanto team che osserva sul campo i respingimenti illegali e la violenza al confine, riteniamo assolutamente necessario il bisogno di corridoi sicuri per i migranti e l’obbligo di rendere conto per coloro che compiono azioni violente e sproporzionate nei confronti delle persone ai confini greci.

Nella situazione attuale, le istituzioni sostengono un sistema violento di controllo del confine, che comprende azioni quali denudare le persone, picchiarle, sparare contro di loro e, potenzialmente, annegarle. Gli eventi di inizio marzo ai confini terrestri e marittimi mettono in dubbio l’integrità dell’impegno di Grecia e UE nel proteggere i diritti umani. Le voci qui presentate, provenienti dal confine terrestre e marittimo, chiedono loro di rendere conto della situazione e domandano un cambiamento sostanziale.

  1. https://www.borderviolence.eu/wp-content/uploads/March-4-2020-10_00-%E2%80%93-Near-Pazakule-BCP-Turkey-%E2%80%93-Border-Violence-Monitoring-Network.pdf
  2. https://www.borderviolence.eu/wp-content/uploads/March-7-2020-00_00-%E2%80%93-Pazakule-BCP-TUR-%E2%80%93-Border-Violence-Monitoring-Network.pdf
  3. https://www.borderviolence.eu/wp-content/uploads/March-8-2020-00_00-%E2%80%93-Pazarkule-BCP-TUR-%E2%80%93-Border-Violence-Monitoring-Network.pdf
  4. https://www.borderviolence.eu/violence-reports/february-8-2020-2100-alexandroupoli-greece
  5. http://www.borderviolence.eu/violence-reports/february-20-2020-0500-alexandroupoli-greece/
  6. https://www.borderviolence.eu/violence-reports/december-11-2019-0000-soufli-greece

Sara Corsaro

Sono laureata in Mediazione linguistica e culturale a Siena e poi in Diritti umani all'Università degli Studi di Padova con una tesi su confini e cittadinanza. Sono una volontaria della scuola di italiano autogestita e gratuita "LiberaLaParola" che svolge le sue attività a Padova. "LiberaLaParola" è un progetto dell'Associazione Open Your Borders.
Per Melting Pot traduco dal francese e scrivo.