Di fronte alla pandemia provocata dal virus, “in India si nasconde una politica di stigmatizzazione e la paura della fame”

di Mamadou Diallo, Radio Melting Pot

Photo credit: AFLIN - Filo di Luce India Onlus

D. Come si produce una misura di lockdown in un paese frammentato dalle divisioni religiose e afflitto dalla povertà?

Ravi Sharma: In l’India è una corsa contro il tempo perché ci sono molti altri fattori di vulnerabilità.
Nel paese, oltre la metà degli indiani vivono con solo 1,35 dollari al giorno e il 30% della popolazione è composta da migranti interni che lavorano in condizioni precarie. Un altro problema è la segregazione degli indiani musulmani che ha portato a violenti scontri.
Ci sono oltre 325 milioni di poveri e molti di loro vivono nei Bidonville.

D. In questo contesto, cosa sta succedendo nel Paese?

R. La paura della fame prevale sulla paura del coronavirus. In India circa il 30% della popolazione che migra verso i centri urbani per trovare un impiego, lavora in quello che viene chiamato “il settore informale”, che rappresenta il 90% dell’economia. Questi lavoratori sono pagati alla giornata e operano senza alcuna garanzia, senza previdenza sociale, senza disoccupazione, senza nulla. Così, all’avvio delle misure di contenimento della diffusione del virus, con le fabbriche e i cantieri chiusi, si ritrovarono senza nessun sostegno economico.
Il lockdown è stato annunciato senza molta preparazione ad una popolazione la cui preoccupazione principale è quella di trovare di che nutrirsi quotidianamente.
La prima conseguenza di queste misure è stata la rottura della catena di approvvigionamento.
A tutti gli effetti, la crisi si è immediatamente trasformata in una crisi umanitaria, ancor prima della sua propagazione.

D. Com’è la situazione per i più poveri delle Bidonvilles?

R. Le condizioni sanitarie sono disastrose, c’è un punto di rifornimento d’acqua per tutta la Bidonville; ci sono servizi igienici comuni, quindi in realtà tutte le precauzioni igieniche sono inadatte. Le persone non possono essere confinate e quindi devono uscire per cercare cibo.
La distanza di 1 metro è impossibile da rispettare. Le persone dormono strette l’una contro l’altra su materassi. Le condizioni di vita sono estremamente precarie nelle bidonville, le costruzioni sono piccole, anche soffocanti.

Una politica di stigmatizzazione

Durante i periodi di pandemia, c’è spesso un aumento della paura dell’altro e della xenofobia. Inoltre, gli umani hanno una propensione a concentrarsi sul negativo”, afferma l’attivista, “per spiegare la forza di questa paura“.

I nazionalisti indiani hanno usato questo evento per rendere le minoranze musulmane i capri espiatori di questa crisi sanitaria in India.
Una logica dello stigma che si è ripetuta sempre di più dal 2014 e che è in linea con i recenti disordini a New Delhi“, continua Ravi Sharma. Parte della popolazione parla di “corona jihad” e accusa i musulmani di provocare deliberatamente questo contagio. Diversi articoli menzionano anche espulsioni di musulmani dalle loro case da parte di vicini che li hanno accusati di diffondere il virus.

Le autorità contribuiscono a questa violenza con i loro discorsi stigmatizzanti: “Questi discorsi mettono in secondo piano la situazione catastrofica dei lavoratori poveri che non hanno accesso all’assistenza sanitaria e che inoltre vengono additati come untori“.

Le informazioni negative vengono più facilmente assimilate e ricordate meglio, e l’uomo è intrinsecamente motivato a condividerle con gli altri, per motivi di sopravvivenza.

Mamadou Kaba Diallo

Di origine Guineana, ho vissuto tra due continenti, due mondi e due culture con differenze e punti in comune.
Studio Scienze Politiche, l'indirizzo Relazioni internazionali e diritti umani presso l’Università di Padova.
Attivista politico e appassionato di giornalismo, di comunicazione, di politica e diritti umani.

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