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Il governo spagnolo ha previsto il rilascio di tutti i detenuti dei CIE entro lunedì

Diana Moreno e Sara Ortega - El Público, 2 aprile 2020

CIE de Aluche / Laura Tárraga

Il governo spagnolo ha previsto il rilascio di tutti i detenuti dei sette centri di internamento per stranieri (CIE) attualmente in funzione, come confermato dal Ministero degli Interni alla Fundación por Causa. Il rilascio di migranti irregolari avverrà entro lunedì prossimo, promette il Ministero, sebbene dipenderà in definitiva dalle soluzioni raggiunte in coordinamento con le agenzie ospitanti. È la prima volta che la Spagna applica una misura di questo tipo in questi centri, che sono stati più volte denunciati dalle organizzazioni per i diritti umani.

Il Ministero degli Interni spiega che sta rilasciando gradualmente i migranti detenuti nei CIE a causa dell’impossibilità di rimpatriarli, in seguito alla chiusura delle frontiere. Le misure prese permetteranno di rispettare le misure di distanza sociale necessaria per contrastare il contagio. Secondo la legge, la durata massima dell’internamento in una CIE è di 60 giorni, passato questo periodo il detenuto deve essere rilasciato o restituito nel suo paese di origine. Il Ministero, guidato da Fernando Grande-Marlaska, ha fatto questa dichiarazione a seguito del rilascio di quasi tutti i detenuti del CIE di Aluche, avvenuta nella mattinata di questo giovedì. Solo cinque detenuti rimangono nel centro di Madrid, lasciando le strutture praticamente vuote.

Prima che il governo dichiarasse lo stato di allarme il 13 marzo a causa della crisi COVID-19, la percentuale di occupanti di CIE era del 59%. La crisi sanitaria ha reso impossibile il ritorno dei detenuti nei loro paesi di origine, quindi la percentuale è scesa al 25% la scorsa settimana. Secondo i dati forniti dal Ministero degli Interni, questo giovedì il numero di detenuti è arrivato al 9% e si prevede che lunedì prossimo sarà dello 0%. Ciascuno dei casi viene trattato individualmente e il ritardo in alcuni di essi è dovuto al coordinamento delle organizzazioni ospitanti e delle comunità autonome. Tra le strutture che hanno chiuso i battenti figurano Hoya Fría, a Tenerife, e quella di Barranco Seco, a Las Palmas de Canaria, all’inizio della settimana. Per il momento i CIE di Murcia, Valencia e Algeciras sono ancora aperti, secondo El Salto.

Queste misure, sebbene non siano della stessa portata di quelle recentemente adottate in altri paesi dell’Unione europea, sono le prime ad essere attuate in Spagna rispetto a questo problema. Questa settimana il governo portoghese ha approvato le regolarizzazioni espresse per i migranti che non avevano un permesso di soggiorno, mentre la Germania ha chiesto l’appoggio nella lotta contro il coronavirus ai medici migranti, specialmente quelli arrivati nell’ondata del 2015.

Voci sulla chiusura dei centri

Dall’annuncio dello stato di allarme, molte organizzazioni pro-migranti si sono chieste cosa sarebbe successo ai detenuti della CIE, dal momento che l’espulsione nei loro paesi di origine era impossibile nella maggior parte dei casi a causa della chiusura delle frontiere. Il 17 marzo, prima del rilascio di diversi detenuti presso il CIE di Valencia, El Levante aveva pubblicato un articolo nel quale diceva che il resto dei detenuti dei centri di detenzione spagnoli sarebbe stato rilasciato lo stesso giorno. In quel momento, il Ministero dell’Interno smentì la notizia affermando che il governo non aveva previsto alcun rilascio e che nessun detenuto era risultato positivo al COVID-19. Il Ministero aveva inoltre assicurato l’applicazione di protocolli sanitari, compresa la fornitura di locali vuoti igienizzati per possibili casi sospetti.

Lo stesso giorno ci fu un tentativo di sommossa guidato dai detenuti del CIE di Aluche. L’organizzazione SOS Racismo Madrid intanto rilasciava una dichiarazione nella quale chiedeva che tutti i detenuti di qualsiasi CIE venissero rilasciati e trattati in modo appropriato. Sottolineavano che, con l’impossibilità della deportazione, la detenzione fosse una misura “assurda” e che, tenerli rinchiusi ed esposti al contagio del coronavirus, fosse “un attacco alla loro salute e una evidente violazione dei diritti umani“. Anche altre organizzazioni, come la piattaforma CIEs No Madrid, hanno aderito alla richiesta di chiusura dei CIE, affermando che “se in circostanze normali non rispettano più le norme di salute e sicurezza, in questo caso la situazione non può che peggiorare” e hanno denunciato che i detenuti sono “affollati nelle stanze, non godono di sufficienti misure igieniche, non sono sottoposti ai test, il servizio medico è inadeguato…“.

Anche il Defensor de Pueblo aveva richiesto il rilascio di queste persone a metà marzo, sostenendo che si trovassero “in una situazione particolarmente vulnerabile” nel contesto dell’attuale crisi sanitaria.

Poca trasparenza, spese inutili e morti evitabili

Le voci che si alzano contro l’esistenza dei CIE si sono fatte più forti negli ultimi anni, denunciando che si tratta di spazi in cui vengono violati i diritti umani e nei quali i detenuti non sono che persone innocenti rinchiuse per reati amministrativi. Sono spazi attorno ai quali c’è poca trasparenza: i giornalisti, che possono entrare nelle carceri, non possono accedere all’interno di un CIE (pochi ci sono riusciti). Inoltre, sono strumenti cruciali per sostenere il sistema di controllo dell’immigrazione e a volte altro non sono che fonti di spese inutili (come nel caso del CIE a Fuerteventura, che ha continuato a spendere milioni di euro di pur non essendo operativo).

In Spagna ci sono sette CIE. Alcuni sono stati denunciati per aver lasciato i propri detenuti in condizioni disumane, che a volte hanno portato alla morte di alcuni di loro. È il caso di Samba Martine, la cui morte nel 2011 dopo 38 giorni trascorsi nel CIE di Aluche avrebbe potuto essere evitata se avesse ricevuto un trattamento adeguato, secondo il tribunale di Madrid.

Il Ministero dell’Interno non ha specificato se rilascerà anche i detenuti dei Centri di permanenza temporanea per immigrati (CETI), situati nelle città autonome di Ceuta e Melilla e la cui capienza è rispettivamente di 512 e 480 persone. Questi stabilimenti dipendono dai governi di ognuna di queste città e sebbene siano considerati centri di prima accoglienza provvisoria, le condizioni non sono le stesse: i detenuti possono entrare e uscire liberamente fino a quando le procedure di identificazione e visita medica sono in corso, e anche lavorare al di fuori dello stesso. Tuttavia, la permanenza di molti migranti è stata prolungata per diversi anni e sono note le violazioni dei diritti umani avvenute al loro interno.

Inoltre, la crisi del coronavirus ha fatto sì che aumentasse il desiderio da parte dei detenuti di lasciare questi centri di detenzione.
All’inizio di questa settimana, nel CETI della città di Ceuta, tredici migranti richiedenti asilo, principalmente di origine marocchina, hanno iniziato uno sciopero della fame per denunciare la discriminazione del governo, che ha trasferito 142 persone di origine sub-sahariana nella penisola. Inoltre, ieri è stata resa nota la notizia che un bambino del centro è risultato positivo al coronavirus. Si tratta del secondo caso di un minore ammalatosi nella città di Ceuta.