///

“Siamo qui per morire o per ottenere la libertà”: sciopero della fame nel centro di detenzione pre-espulsione di Moria

di Deportation Monitoring Aegean, 7 aprile 2020

I prigionieri detenuti nel centro di detenzione pre-espulsione di Moria (PRO.KE.KA) a Lesbo sono in sciopero della fame dal 5 aprile 2020. Gli scioperanti del PRO.KE.KA chiedono di essere rilasciati immediatamente per evitare le disastrose conseguenze di un eventuale focolaio di virus nella prigione.

Secondo gli scioperanti, “tutte le carceri del mondo hanno liberato i prigionieri … quindi abbiamo deciso di morire o di essere liberati“. La polizia responsabile del centro di detenzione ha risposto con prese in giro, intimidazione e violenza. Un’unità delle forze speciali di polizia, di stanza a PRO.KE.K.A per almeno 24 ore, ha molestato e minacciato i detenuti. Secondo uno di loro, “hanno portato fuori dei prigionieri per interrogarne uno, ed è stato pestato… vogliono sapere perché lo facciamo“. Quattro detenuti si sono cuciti la bocca in segno di protesta, tuttavia dopo alcune ore è stato chiamato un medico per rimuovere il filo con la forza.

Lo stato greco insiste nell’affermare che nessun detenuto migrante verrà rilasciato. Questo nonostante l’annuncio di un rilascio dei trattenuti ai quali mancava poco alla scarcerazione e di un rilascio globale dei prigionieri durante la pandemia di Coronavirus. Il tribunale ha stabilito che le persone detenute in un campo della Grecia settentrionale dovrebbero rimanere rinchiuse perché sono a “rischio di evasione”.

Al contrario, il governo greco ha aumentato la detenzione di migranti, trasformando i campi profughi in effettive prigioni nelle quali l’accesso a cure mediche adeguate, igiene, acqua e la capacità di mantenere le distanze sociali sono tragicamente impossibili.

Lo sciopero della fame nel PRO.KE.K.A di Moria non è il primo in Grecia dopo l’inizio dell’epidemia di Corona virus. Il 3 aprile, i detenuti nel campo di detenzione di Paranesti a Drama hanno iniziato uno sciopero della fame dopo aver ricevuto cibo non commestibile. Un detenuto racconta: “70 poliziotti in tenuta antisommossa sono entrati nel campo la scorsa notte e hanno picchiato tutti con manganelli, cinque persone sono in condizioni critiche e si dice che uno sia morto“.

Gli uomini del PRO.KE.K.A di Moria sono in stato di detenzione amministrativa e non hanno commesso alcun crimine. Sono in stato di arresto solo per il loro status. Molti di loro sono detenuti solo a causa della loro nazionalità, perché provenienti da paesi in cui statisticamente meno del 25% vengono riconosciuti come rifugiati. Le richieste di molti sono state respinte senza nemmeno ricevere un colloquio per richiedere l’asilo sulla base della “non cooperazione” semplicemente perché non è stato possibile trovare un interprete appropriato. Nel PRO.KE.KA di Moria sono detenuti anche coloro che hanno infranto la restrizione territoriale sulle isole, persone a cui è stato notificato un secondo rifiuto alla domanda di asilo in attesa di espulsione in Turchia, e anche coloro che hanno aderito al rimpatrio volontario, nonostante non ci siano espulsioni previste nel prossimo futuro.

Gli osservatori legali hanno descritto le condizioni e il trattamento nel PRO.KE.K.A di Moria come “disumani e degradanti“. I detenuti denunciano episodi regolari di violenza e molestie da parte della polizia, di cui nessuno è tenuto a rispondere. Ciò include percosse, isolamento e punizioni collettive sotto forma di mancanza di accesso a cibo e telefoni, che sono un’ancora di salvezza all’interno del centro in quanto forniscono accesso al supporto legale e sono un collegamento con la famiglia e con il mondo esterno. Ai prigionieri viene abitualmente negato l’accesso alle cure mediche e al supporto psicologico. I detenuti segnalano regolarmente la mancanza di comunicazione con il personale, la negazione delle medicine di prima necessità e il rifiuto di trasferire le persone che soffrono di gravi malattie negli ospedali pubblici. La detenzione di presunti minori e sopravvissuti a torture e guerre è comune. Gli uomini siriani soli sono dichiarati “inammissibili” per l’asilo e sono detenuti in attesa di espulsione in Turchia, che è considerato un “paese terzo sicuro” per i cittadini siriani ai sensi dell’accordo UE-Turchia.

La situazione interna ha raggiunto il picco di crisi dopo l’attuazione della nuova legge sull’asilo di Nuova Democrazia. Da quando è stata eletta Nuova Democrazia, c’è stata una impennata di rifiuti ed espulsioni. Le persone sono state espulse nonostante i casi di asilo in sospeso. I migranti del PRO.KE.K.A non hanno alcuna speranza in quanto i loro compagni detenuti vengono espulsi senza aver messo piede libero in Grecia. Il 6 gennaio 2020 un uomo di 31 anni è stato trovato impiccato nella sua cella dopo essere stato posto in isolamento. Da allora, ci sono stati diversi tentativi di suicidio. Un uomo ha tentato il suicidio ed è stato espulso il giorno seguente. In più di un caso, i tentativi di suicidio sono stati preceduti e seguiti da violenze e molestie della polizia.

#Lesvoscalling

Una campagna solidale per la libertà di movimento
Dopo il viaggio conoscitivo a ottobre 2019 a Lesvos e sulla Balkan route, per documentare e raccontare la drammatica situazione sull'isola hotspot greca e conoscere attivisti/e e volontari/e che si adoperano a sostegno delle persone migranti, è iniziata una campagna solidale lungo la rotta balcanica e le "isole confino" del mar Egeo.
Questa pagina raccoglie tutti gli articoli e il testo di promozione della campagna.
Contatti: lesvoscalling@gmail.com