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Tra porti chiusi e omissioni di soccorso. Cosa sta succedendo nel Mediterraneo Centrale

di Giovanni D'Ambrosio, volontario di Mediterranean Hope*

«Halò? Qualcuno può venire ad aiutarci, per favore?», dice la donna in francese al telefono con gli operatori di Alarm Phone. «Qui non va bene, non va bene. Io sono incinta e non sto bene. La mia bambina è molto malata. Non abbiamo cibo, né acqua. Non abbiamo niente. Io sono incinta, lei ha sette anni. Dicevano che sarebbero venuti, ma non si è fatto vedere nessuno».

Ciò che non si può ascoltare dall’audio diffuso da Alarm Phone lo possiamo soltanto immaginare: la stanchezza accumulata da 3-4 lunghi giorni in mare insieme ad altre 46 persone, il sole che batte forte di giorno, il buio e il vento di notte, l’incertezza di cosa succederà.

Mentre scrivo la barca da cui chiama la donna è stata soccorsa dall’Aita Mari, nave dell’ONG basca Salvamento Marìtimo Humanitario.

Ancora una volta sono le navi della società civile a farsi carico di ciò che dovrebbe essere di competenza e responsabilità degli stati. Era partita dal porto di Siracusa per dirigersi verso la Spagna, priva di equipaggiamento medico necessario a un’operazione di soccorso hanno comunque deciso di rispondere alla richiesta d’aiuto.

I velivoli dell’agenzia europea Frontex, nei giorni di mare calmo in cui le partenze sono più probabili, compiono missioni quotidiane nel Mediterraneo Centrale. Dai tracciamenti degli aerei militari diffusi sul suo profilo Twitter dal giornalista Sergio Scandura si può facilmente intuire quando un’imbarcazione in difficoltà viene avvistata: piccoli cerchi pressoché concentrici sulla cartina, per poi far ritorno alla base da cui sono partiti. Intanto le navi della Guardia Costiera rimangono ferme nei porti delle isole o del continente. Anche quando escono in mare aperto non sempre significa sia per soccorrere le persone.

Sono numerose nell’ultima settimana le denunce nei confronti di navi militari maltesi che avrebbero avvicinato imbarcazioni di migranti al confine con le loro acque territoriali e danneggiato i motori, affermando che a Malta non sarebbero mai entrati, «vi lasciamo morire in acqua», riferiscono di aver sentito i naufraghi in contatto con Alarm Phone.

Sembra che ci siano altre tre barche alla deriva nel Mediterraneo. Due di queste potrebbero essere quelle che hanno raggiunto autonomamente le coste siciliane. Il 12 aprile cento persone hanno raggiunto Pozzallo con un gommone proveniente dalla Libia. Un’impresa quasi impossibile se non si fosse replicata. Il giorno successivo, altre 77 persone approdano a Portopalo di Capo Passero.

Come siamo arrivati a questo punto? Facciamo un passo indietro.

L’Alan Kurdi, imbarcazione dell’ONG tedesca Sea-Eye impegnata in attività SAR – Search and Rescue – il 30 marzo lascia gli ormeggi e si allontana dal porto spagnolo in cui si trovava per far rotta verso il Mediterraneo Centrale. Dalla fine di febbraio le acque internazionali di fronte alle coste libiche sono rimaste scoperte da navi di salvataggio della società civile e questa è la prima, dopo il blocco deciso il 9 marzo, che riprende le operazioni e si avvicina alla zona di ricerca e soccorso. Non bisogna attendere molto dalla sua partenza per iniziare a sentire levarsi dall’Italia un coro di voci ostili, critiche, alla ripresa delle operazioni di soccorso nel Mediterraneo Centrale. Dopo la partenza della Alan Kurdi, La Stampa pubblica un articolo dal titolo «Torna in mare la nave Alan Kurdi, della Ong tedesca Sea Eye. L’Italia alla Germania: “Gestitela voi”». L’autore elenca i motivi per cui il ritorno delle ONG in zona SAR libica sia da considerarsi fuori luogo in un momento in cui «Il governo italiano alle prese con la drammatica emergenza sanitaria del Covid-19, non ha alcuna intenzione di affrontare pure il problema degli sbarchi».

L’arrivo di centinaia di migranti, afferma l’autore dell’articolo, rischierebbe di «trasformarsi nel detonatore di un’esplosione di rabbia incontrollata» 1. Il quadro ritratto raffigura una nazione ferita e intenta a proteggersi, oltre che dal virus, anche dalle sconsiderate azioni di ONG straniere – ritorna in questo caso il topos riguardo l’anti-italianità delle ONG. Non ci interesserebbe l’opinione dell’autore di questo articolo, se non fosse che il 7 aprile il governo emana un decreto inter-ministeriale di salviniana memoria – non ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale -, firmato dai ministri Di Maio, Lamorgese, De Micheli e Speranza. All’interno si legge «Per l’intero periodo di durata dell’emergenza sanitaria nazionale […] i porti italiani non assicurano i necessari requisiti per la classificazione di Place of Safety (“luogo sicuro”), […] per i casi di soccorso effettuati da parte di unità navali battenti bandiera straniera al di fuori dell’area SAR italiana».

Fulvio Vassallo Paleologo, in un articolo pubblicato sul sito dell’Associazione Diritti e Frontiere 2, spiega approfonditamente le motivazioni del decreto e il riferimento alle «navi straniere», che sembra riferirsi esclusivamente alle navi delle ONG che operano nel Mediterraneo. Le imbarcazioni militari della nuove missione europea IRINI / Eunavfor Med che dovrebbero trovarsi nelle acque antistanti alla Cirenaica hanno istruzioni di condurre eventuali naufraghi in Grecia.

Mentre le navi commerciali, quando non collaborano direttamente ai respingimenti seguendo le istruzioni della cosiddetta guardia costiera libica, negli ultimi anni pare sempre più raro che rispondano a richieste di soccorso provenienti da imbarcazioni di migranti in difficoltà. Le navi delle ONG impegnate in operazioni SAR sembrano quindi le uniche bersagliate dalle conseguenze di questo decreto, il quale inoltre solleva non poche perplessità sulla sua legittimità giuridica. Si legge nell’articolo, «Il decreto […] ha natura di atto amministrativo ed incide gravemente su materie coperte dalla riserva di legge e disciplinate da Convenzioni internazionali che non sono derogabili da atti discrezionali di singoli ministri. Gli orientamenti prevalenti della giurisprudenza hanno finora escluso che atti di natura amministrativa possano derogare norme di fonte internazionale aventi forza di legge per effetto delle leggi di attuazione e del dettato costituzionale».

Il 9 marzo, quando il Primo Ministro annuncia le misure di contenimento del virus estese all’intero territorio nazionale, Sea-Watch, SOS Mediterranée, Medici Senza Frontiere e Mediterranea Saving Humans, decidono di interrompere le loro attività nel Mediterraneo. In parte le motivazioni di tale scelta sono riconducibili al tentativo di evitare ulteriori criminalizzazioni degli interventi di soccorso umanitario giustificati di fronte all’opinione pubblica dall’emergenza di Covid-19.

Il contesto di eccezionalità non fa che portare la normalità alle sue estreme conseguenze, impedendo, come già accaduto in passato, all’Alan Kurdi di portare a termine le operazioni di salvataggio. Dopo alcuni giorni di navigazione il 5 aprile la nave raggiunge le acque internazionali ad alcune miglia dalle coste libiche dove avviene il primo soccorso. La guardia costiera libica, nelle vicinanze, spara in aria colpi di avvertimento. Molti migranti, privi di giubbotti di salvataggio, si gettano in mare.

Fortunatamente non ci sono vittime e sono portati in salvo sulla Alan Kurdi. Passano alcune ore e l’Alan Kurdi risponde alla seconda richiesta di soccorso nei dintorni delle piattaforme petrolifere che si trovano a poche decine di miglia dalle coste libiche. L’asso Ventinove, nave di supporto appartenente alla flotta dell’Augusta Offshore, azienda italiana con sede a Napoli che offre servizi a Mellitah Oil & Gas, Eni North Africa e Mabruk Oil nelle attività di estrazione nel Mediterraneo, si rifiuta per ore di offrire soccorso alle persone in difficoltà. Finalmente dopo l’arrivo dell’imbarcazione della ONG Sea-eye, i naufraghi si trovano in salvo a bordo dell’imbarcazione. Ed è quando questa si dirige verso le coste italiane e maltesi che il decreto sui “porti non sicuri” è pubblicato. Alarm Phone in un comunicato segnala che nella settimana tra il 5 e l’11 aprile circa mille persone hanno cercato di fuggire dalla Libia. Di queste la metà sarebbe stata intercettata e respinta.


La reazione del governo maltese non si fa attendere e, con giustificazioni simili a quelle fornite dall’Italia, si allinea alla nuova politica mediterranea sottolineando anche da parte loro che, a causa dell’epidemia, i porti maltesi non sono nella condizione di accogliere nuovi migranti. In realtà il coronavirus ha permesso di far saltare ipocrisie e contraddizioni mostrando per quello che è la politica italiana ed europea nel Mediterraneo: non intervento, disinteresse, indifferenza, ostilità. Come accaduto in Grecia dopo l’apertura delle frontiere da parte di Erdogan, anche nel Mediterraneo Centrale la risposta degli stati all’aumento dei flussi migratori, causati dall’aumento degli scontri in Tripolitania e dalla condizioni meteo favorevoli, si caratterizza per una violenza sempre più visibile, e le morti che essa può provocare. Qui non si tratta di sparare addosso alle persone che tentano di superare le recinzioni poste sul confine. Ma semplicemente di non fare nulla, oppure agire sabotando i motori, attendendo ore preziose prima di intervenire, sorvegliando e informando la cosiddetta guardia costiera libica per coordinare dei respingimenti in un paese in guerra.

Quasi contemporaneamente alla diffusione del decreto ministeriale “porti chiusi” in Italia, in Libia circa 280 migranti sono intercettati e ricondotti a Tripoli. Una volta in porto però «rimangono sulle navi sovraffollate della guardia costiera, siccome le autorità libiche rifiutano di lasciarli sbarcare. Importanti funzionari hanno spiegato che a causa dell’intensità dei bombardamenti, la Libia non è da considerare un porto sicuro», scrive l’OIM in un comunicato stampa. La misura è stata solo temporanea. Dopo una notte all’addiaccio in un porto interessato da forti bombardamenti, i migranti sono stati trasferiti in due centri di detenzione, uno dei quali non ufficiale.
Il Mediterraneo appare oggi un mare chiuso, ostile e indifferente. Naufragi invisibili, sabotaggi, respingimenti illegali, irresponsabili politiche di non intervento sembrano diventare la norma, esponendo le persone che cercano di attraverso il mare a nuove tragedie come quelle a cui, purtroppo, stiamo assistendo in questi giorni.

  1. https://www.lastampa.it/politica/2020/04/03/news/torna-in-mare-la-nave-alan-kurdi-della-ong-tedesca-sea-eye-l-italia-alla-germania-gestitela-voi-1.38673252
  2. https://www.a-dif.org/2020/04/08/il-governo-inasprisce-il-decreto-sicurezza-bis-di-salvini-e-criminalizza-il-soccorso-umanitario/