Fare teatro con i migranti: il collettivo Teatro Magro

Intervista a Marina Visentini, attrice e project manager

Interscambio Teatro con i migranti è un’iniziativa molto interessante e prevede l’incontro tra realtà che stanno realizzando progetti artistici con migranti e sostenuti da Fondazione Alta Mane Italia. In particolare il collettivo Teatro Magro, di Mantova, ha dato avvio a SUB.ITA nel 2019. Si è pensato che il progetto avrebbe potuto raggiungere risultati importanti solo sul lungo periodo, insistendo sull’offerta e sulla diffusione dell’idea nel territorio e creando momenti di confronto e formazione reciproca con proposte di natura simile presenti in Italia e che condividono gli stessi obiettivi (Cooperativa Olinda/ Milano – Associazione Babel Crew/PalermoAsinistas/Roma).

Prima di passare all’intervista con Marina Visentini, attrice e project manager di Teatro Magro, ecco una presentazione sul sito ufficiale: Siamo un collettivo di persone, undici soci, molti collaboratori. Nasciamo nel 1988 e non siamo mai morti. Contemporanei, contestuali, concentrati. No confidenziali, no congrui. Agiamo pensiamo costruiamo progettiamo studiamo.
Non in questo ordine. E lo facciamo vedere. Alla ricerca della bellezza essenziale ci muoviamo, nel tentativo di creare un’estetica riconoscibile. Non siamo contenti. Non basta. È una questione di principi. Tutto quello che sappiamo non è di nessun interesse. Il bisogno di andare oltre. Oltre le ovvietà. Senza mai dimenticare. Siamo il mistero della fede nel teatro e nella performing art. Siamo pragmatici, lombardi. Spinti, no spenti. Teatro Magro è nerone. Quello che vorremmo essere è un’altra questione.

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Parto subito dal progetto Interscambio Teatro con migranti, di cui ho letto che siete capofila. La presenza delle parole interscambio e teatro nel titolo mi intriga molto e mi piace altrettanto. Me ne parli? Come è nata l’idea e quali sono i vostri obiettivi a riguardo?
A dire la verità il titolo non mi piace, non è creativo ma è talmente chiaro che non dà spazio a fraintendimenti. La parola scambio porta in se un senso di arricchimento reciproco che preceduta da “inter” vuole raccontarci l’attraversamento del confine territoriale.
L’idea è nata da una solitudine di campo, dalla necessità di un confronto con altri diversi da noi, ovvero con chi sta realizzando percorsi simili al nostro per capire i differenti approcci al tema della migrazione dal punto di vista dell’arte scenica e l’arte scenica dal punto di vista della migrazione.

Quale connessione vedi tra i laboratori teatrali e l’universo degli immigrati nel nostro paese, in tutti suoi aspetti?
Vedo la possibilità di trasformare in poesia una condizione di marginalità e fragilità.

Il tema dell’immigrazione è di vostro particolare interesse o è uno dei tanti?
È uno dei tanti ma allo stesso tempo è di particolare interesse.

Le condizioni di vita dei migranti nel mondo, come nel nostro paese, non sono le migliori, per usare un eufemismo. Cosa può fare il teatro – sia con progetti tipo il vostro che altre iniziative e spettacoli – per dare un contributo positivo?
Il teatro può spostare l’immaginario che il cittadino ha dei migranti. Può contribuire a costruire un nuovo significato di accoglienza e inclusione attraverso un linguaggio non convenzionale. È la possibilità di creare situazioni di aggregazione fuori dall’ordinario che possano promuovere integrazione sociale costruita sull’esperienza collettiva del “fare” e “guardare” teatro.
Inoltre il teatro ha il pregio di trasmettere competenze universali che hanno a che fare con l’autostima, la gestione dello stress, la capacità di comunicare verbalmente e non verbalmente in modo consapevole. Strumenti preziosi per tutti , in particolare per i migranti che si devono adattare a un contesto socioculturale differente dal loro ma allo stesso tempo abituare i cittadini italiani a un atteggiamento di ascolto e di accoglienza verso i nuovi cittadini.

Qual è secondo te la funzione del teatro, oggi, rispetto alle questioni attuali più urgenti nel nostro paese?
Il teatro ha la funzione di restituire uno sguardo critico della realtà. Credo sia necessario guardarsi in modo diverso per superare il luogo comune e il pensiero di massa. Per stimolare un pensiero laterale che dia spazio allo sviluppo di nuove idee e soluzioni per un società che oggi più che mai ha bisogno di stare al passo con il cambiamento globale.

Chiaramente non ci possiamo aspettare dal teatro azione e reazione immediati. L’effetto sulle persone e sulla società è indiretto, sul lungo termine. È spunto di riflessione ecologico.

Mi hanno colpito nella vostra presentazione sul sito alcuni passaggi, dove per esempio vi definite non confidenziali, non congrui o quando dite non siamo contenti. Mi piace molto anche questo, soprattutto quando in conclusione si legge che Teatro Magro è nerone. Mi sono fatto un’idea e mi piace assai, ma vorrei ovviamente sentire la tua versione. Mi spieghi?
Si ci sentiamo fuori dal coro, ci annoiamo facilmente, ci vestiamo un po’ di nero ma anche no. Osserviamo la realtà in modo disincantato ma allo stesso tempo siamo degli inventori. Non ci perdiamo mai in chiacchiere.
Nati e cresciuti in Lombardia, nella provincia borghese e ricca di Mantova all’incrocio con Emilia Romagna e Veneto, ci siamo subito determinati come impresa culturale. Ci siamo tirati su le maniche da subito trovando sempre il giusto compromesso tra creatività e sostenibilità, lavoro e passione. In questo difficile equilibrio si è formata la nostra personalità creativa, disciplinata e attenta all’estetica.

Tornando al progetto Interscambio, quest’ultimo prevede la collaborazione con altre realtà. Ho sempre pensato che nel nostro paese tra i i limiti del nostro ambiente – intendo quello teatrale, ma anche artistico in generale – ci siano un eccesso di autoreferenzialità e una congenita difficoltà a fare rete, soprattutto dove le luci della ribalta siano sulla nobile idea e i virtuosi scopi, giammai sugli attori in campo. Qual è il tuo parere a riguardo?
L’autoreferenzialità spesso ha a che fare con la lotta alla sopravvivenza di chi sceglie di fare questo lavoro non particolarmente riconosciuto dal sistema come fondamentale.
C’è una relazione tra tempo e denaro che non dà giustizia al lavoro che si fa. Il lavoro creativo richiede un tempo di immersione che spesso non lascia spazio allo sguardo verso l’esterno e verso l’altro in un sano confronto. Poi c’è chiaramente una forte componente di autocompiacimento che è naturale per chi fa dell’esibizione la propria professione e questo porta a una naturale competitività.
In questo progetto particolare non ho mai percepito autoreferenzialità da parte dei partner, anzi, ho raccolto un interesse reale di confronto e ascolto più su un piano antropologico che artistico.
Ho sicuramente notato delle difficoltà logistiche e organizzative di disponibilità che vanno sicuramente ricondotte a quanto detto in precedenza.

Per quanto concerne ancora la vita reale dei migranti, le loro storie, passate e attuali, i bisogni e diritti calpestati, come vedi la loro rappresentazione a teatro, oggi?

Non credo nella rappresentazione descrittiva e didascalica delle loro storie ma al riconoscimento della loro presenza in società attraverso l’azione collettiva del rito del teatro. Semplicemente il loro esserci con i loro corpi nella creazione di un’ azione performativa estemporanea credo sia un messaggio forte di appartenenza e volontà di costruirsi una identità. Più che riprodurre un passato, sentiamo dunque l’esigenza di immaginare per loro un futuro e aiutarli in questo processo di cittadinanza consapevole.

Per finire, ovviamente a causa del Coronavirus il teatro, come tutte le attività artistiche e in generale lavorative, ha subito un grave colpo e lo sta ancora subendo. Quali sono i vostri progetti, tra spettacoli o altro, che non vedete l’ora di riprendere o cominciare?
Il progetto interscambio prevedeva delle trasferte interregionali dallo scorso Gennaio ad oggi 18 Maggio 2020, cosa che non è stata possibile a causa del Coronavirus. Quindi abbiamo deciso di incontrarci in remoto per conoscerci. Dal primo incontro è nato in modo spontaneo un confronto profondo sul presente elevando il piano di riflessione. Abbiamo aperto delle finestre tematiche interessanti che ci hanno portato a organizzare successivi incontri in remoto su diversi spunti semantici quali “connessione“, “creatività” e “pratica“.

Da questi dialoghi sta nascendo una drammaturgia d’emergenza che potrebbe svilupparsi in qualche cosa d’altro ma che non può essere immaginata in una situazione di totale caos progettuale come quella in cui ci troviamo adesso. Ogni giorno l’orizzonte di visione si sposta avanti e indietro senza preavviso portandoci al totale disorientamento.

Già oggi siamo al primo giorno della fase 3 dove si preannuncia l’apertura dei teatri al 15 Giugno ma serve prendere in mano i decreti e capire cosa e quando possiamo riprendere una normalità se di normalità si può parlare. Le ipotesi sono diverse tra laboratori all’aperto e performance per uno spettatore per volta. Per questo non so rispondere con precisione alla domanda “quali sono i nostri progetti che non vediamo l’ora di riprendere”. Sinceramente non lo so più. Tante cose da capire e da ripensare. E se siamo disorientati noi, immaginate i nostri ragazzi.

Alessandro Ghebreigziabiher

Scrittore, drammaturgo, attore e regista teatrale, è nato a Napoli nel 1968 da padre eritreo e madre italiana, ovvero tra due sud, come amo definirmi.