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Grecia: migranti bloccati per la chiusura delle frontiere, negati i diritti nei campi sulla terraferma 

Marion MacGregor, InfoMigrants - 6 maggio 2020

Il 5 aprile 2020 la tendopoli di Malakasa è stata messa in quarantena dopo che un uomo è risultato positivo al COVID-19 - Foto: picture-alliance / Ayhan Mehmet / AA 

A marzo la Grecia ha approvato un decreto di emergenza che impedisce ai migranti giunti nel paese senza documenti di fare richiesta di asilo. Il provvedimento temporaneo era stato emesso in risposta all’annuncio da parte della Turchia dell’apertura del confine con l’Europa – apertura che nel solo mese di marzo ha permesso l’ingresso in Grecia di circa 3.000 persone attraverso confini terrestri e marittimi.  

A causa di questo controverso decreto, i migranti sono stati automaticamente trattenuti in Grecia senza la possibilità di accedere alla procedura di asilo e spediti in centri di detenzione sulla terraferma. Da lì avrebbero dovuto essere poi deportati nei loro paesi di origine o rimandati in Turchia. 

Finora, tuttavia, nessuno è stato ancora deportato. Oltre un mese dopo la revoca del decreto di emergenza, i migranti – tra cui donne incinte, bambini piccoli e minori non accompagnati – si trovano ancora nelle due strutture sulla terraferma. 

Condizioni precarie 

A Serres, vicino al confine terrestre con la Turchia e Malakasa e appena a nord di Atene, i sindacati di polizia che rappresentano le guardie in servizio presso le strutture di accoglienza e gruppi che lottano per i diritti dei migranti hanno sollevato serie preoccupazioni sulle condizioni di vita nei centri. “Abbiamo saputo (da Malakasa) che gruppi di 10 persone vivono insieme in un’unica tenda, che dormono sul pavimento, su materassi da palestra o sacchi a pelo“, ha riferito a InfoMigrants Minos Mouzourakis, di Refugee Support Aegean (RSA), un’organizzazione legale no-profit. 

A marzo e aprile a Malakasa c’era anche preoccupazione per le forniture di acqua ed elettricità, e per la carente assistenza sanitaria. “Alla luce dei provvedimenti di tutela della salute che dovrebbero essere presi in considerazione per prevenire la diffusione del COVID-19, è abbastanza chiaro che questi luoghi non sono affatto adeguati“, ha detto Mouzourakis. 

“Queste persone sono state trattenute in condizioni molto precarie senza alcuna giustificazione. 
Minos Mouzourakis, Refugee Support Aegean”

 
 
Centri aperti e chiusi 

RSA ha seguito i casi di alcuni migranti trasferiti nella struttura di Malakasa. Mouzourakis ha spiegato che le autorità hanno emesso direttive confuse e talvolta contraddittorie. 

Inizialmente nessuno dei migranti era stato autorizzato a registrare richiesta di asilo. Poi a fine marzo, una volta svaniti gli effetti giuridici del decreto di emergenza, le autorità hanno affermato che le persone detenute nelle due strutture avrebbero potuto accedere alla procedura di asilo. Gli è stato detto che non erano più detenuti – sebbene il governo avesse dichiarato di voler mantenere entrambe le strutture operative come centri chiusi – e che si sarebbero dovuti recare al servizio di asilo per presentare la domanda. Tuttavia, i servizi di asilo sono stati completamente sospesi in tutto il paese a causa della pandemia di COVID-19 fino al 15 maggio. 

Inoltre, nonostante l’ordine di detenzione fosse stato revocato, è stato comunque impedito ai migranti di lasciare il campo. “Nessuno poteva entrare o uscire, quindi nei fatti il confinamento e la detenzione erano ancora in atto“, ha detto Mouzourakis.  
Questa situazione è finalmente cambiata la scorsa settimana, quando si è iniziato a permettere alle persone di entrare e allontanarsi per determinati periodi di tempo durante il giorno.
 
Detenuti in condizioni di estrema vulnerabilità 

Nella struttura di Malakasa ci sono due minori non accompagnati provenienti dalla Siria. Sono stati inizialmente trattenuti in un’area recintata del porto di Mitilene a Lesbo insieme a diverse centinaia di altri migranti, e poi detenuti nella nave della marina greca di Rodi prima di essere spediti nel centro sulla terraferma. 

Due donne, entrambe in stato di gravidanza avanzata, si trovavano nello stesso gruppo e risiedono ancora oggi nella struttura di Malakasa. Una delle due ha partorito ed è stata poi ricondotta al centro. Mouzourakis riferisce che “è stata trasferita in ospedale e poi un paio di giorni dopo è stata riportata a Malakasa insieme al suo bambino appena nato.” 

Sfide legali  

RSA ha tentato di contestare la legalità della prigionia, ma secondo il tribunale greco le condizioni di detenzione erano appropriate anche per le due donne in gravidanza. La corte non ha valutato se la detenzione stessa fosse giustificata, afferma Mouzourakis. “Dal nostro punto di vista non c’era nessun motivo di trattenere queste persone, perché avevano espresso l’intenzione di avviare la procedura di asilo, e non c’erano neppure le prospettive per trasferirle in Turchia.” 

Futuro incerto  
Da marzo non ci sono stati rientri in Turchia – le procedure di riammissione sono state sospese “a tempo indeterminato“, una mossa intesa come conseguenza della pandemia di COVID-19. Le autorità greche sostengono che proveranno a riavviare i rimpatri “il più presto possibile“; tuttavia, poiché i migranti presenti nelle due strutture sulla terraferma nel frattempo hanno ottenuto il permesso di accedere alla procedura di asilo, da ora essi potranno essere espulsi solo dopo aver completato tale procedura, e solo se non risulterà necessaria una forma di protezione internazionale.
 
Nel breve termine i migranti alloggiati nelle due strutture sulla terraferma dovrebbero essere trasferiti in strutture alternative. Il ministero della migrazione greco non ha però risposto alla richiesta di informazioni avanzata da InfoMigrants sul “se” e “quando” ciò dovrebbe avvenire.