Il Festival Doremifasud è contaminazione fra diversi linguaggi

Intervista a Paolo Lodigiani, ideatore della manifestazione

Photo credit: Cristina Abbate (Festival Doremifasud)

Dal sito ufficiale del concorso e relativo Festival Doremifasud, si legge che rientra fra le manifestazioni di NioFar, un festival dell’amicizia italo-senegalese nato nel 2012 da un’idea di Paolo Lodigiani e organizzato negli anni scorsi da Piccola Fucina dell’Arte in collaborazione con l’Associazione socioculturale Sunugal.

Fino al 2017 Nio Far si è svolto durante la settimana del Salone del Mobile a Milano, proponendo ogni anno un programma a base di musica, arte, gioco, confronto e scoperta con varie attività in ambito:
– culturale: mostre, spettacoli teatrali, proiezioni cinematografiche, concerti, incontri letterari, stage di danza e percussioni, animazioni e laboratori per bambini, attività sportive
– sociale: momenti di confronto e di approfondimento sul tema dell’immigrazione (cause, condizioni in Italia, testimonianze di senegalesi immigrati) e su temi sociali legati alla cooperazione internazionale e ai rapporti tra Nord e Sud del mondo
– commercio e turismo solidale: mostra-mercato di prodotti artigianali e artistici, proposte di turismo sostenibile, attività di sensibilizzazione a un “altro” mercato, ristorazione con piatti tipici, libreria specializzata.

Nio Far nel tempo da festival è diventato un progetto, che vive nel corso dell’intero anno promuovendo attività della comunità italo-senegalese in Italia legate a cinema, teatro, musica, arte; e diffondendo le attività degli Italiani in Senegal, legate a cooperazione, turismo solidale e scambi culturali.
Negli ultimi due anni la manifestazione principale è stato il concorso DOREMIFASUD, giunto nel 2019 alla sua seconda edizione.

Mi accingo ora a intervistare proprio Paolo Lodigiani, ideatore di questa bella iniziativa:

Dal 2012 a oggi qual è il bilancio di questo interessante e lodevole evento?
Il bilancio è senz’altro positivo e la manifestazione ha sempre più acquisito identità e rilevanza da quando l’abbiamo avviata otto anni fa senza troppe pretese come un piccolo festival dell’amicizia italo-senegalese. Si chiamava allora NioFar, “stiamo insieme” in lingua wolof, e si proponeva come un momento di incontro e reciproca conoscenza con la comunità senegalese, incentrato sullo spettacolo, la musica, la festa e, immancabilmente, il cibo. Si teneva alla Fabbrica del Vapore, al tempo sede dell’associazione socioculturale Sunugal, organizzatrice dell’evento, in concomitanza con il Salone del mobile, ciò che ha dato l’occasione per organizzare anche due interessanti mostre sul design senegalese.
Da tre anni, con il trasferimento di Sunugal nella nuova bella sede al C.I.Q. – Centro Internazionale di quartiere in cascina Casottello, la manifestazione si è focalizzata sulla musica, rivolgendosi non solo ai senegalesi ma a tutte le comunità immigrate dal sud del mondo.
Al centro della manifestazione è il festival/concorso musicale DOREMIFASUD, che ha avuto nelle sue due prime edizioni un ottimo riscontro sia da parte del pubblico sia da parte degli artisti che hanno aderito.

Sin dalle prime edizioni, dal tuo particolare punto di vista come si sono evoluti i rapporti tra la comunità senegalese e quella italiana nella vostra città? E quella africana in generale? Quali sono stati i passi avanti e su quali aspetti occorre ancora lavorare?
Frequento il Senegal, dove ho avviato alcune iniziative sociali e imprenditoriali, da oltre vent’anni, ma solo nel 2011 ho conosciuto la comunità senegalese di Milano, stabilendo in particolare con l’associazione Sunugal un proficuo e amichevole rapporto ormai quasi decennale. Ho avuto la piacevole sorpresa, confermata da successivi contatti con altre associazioni di comunità africane, di scoprire che molte comunità hanno un’attività molto vivace dal punto di vista sociale e culturale e offrono un ricco programma di iniziative. Il fatto stesso che per tanto tempo, pur frequentando l’Africa, io stesso l’abbia ignorato dimostra che di queste attività si parla troppo poco e spesso rimangono ignorate dal grande pubblico. Purtroppo l’immagine prevalente dell’immigrato africano a Milano è ancora legata alla figura stereotipata del venditore ambulante. È un’immagine ingiustamente riduttiva che non aiuta l’incontro e l’integrazione. La mia impressione tuttavia è che sotto questo aspetto le cose stiano gradualmente migliorando. Per quanto riguarda i senegalesi in particolare mi sembra che ci sia una corrente di simpatia nei loro confronti, dovuta soprattutto alle doti di gentilezza, comunicativa e apertura che generalmente mostrano e che ho avuto tante occasioni di apprezzare anche nel loro paese. Questo ovviamente non deve far dimenticare che negli ultimi anni la situazione degli immigrati in Italia è diventata sempre più difficile, anche se a mio avviso questo peggioramento si riscontra più sul piano politico che in quello dei rapporti personali.

Quali sono i vantaggi e le potenzialità delle varie arti, come musica e teatro, per costruire ponti tra culture e paesi diversi?
La musica ha, rispetto ad altre arti, una maggior capacità di superare le barriere, fra cui in primo luogo quella linguistica. Questo non significa che la musica abbia un linguaggio unico. Al contrario ogni tradizione musicale ha un suo linguaggio specifico e la varietà di tali linguaggi è uno dei motivi del suo fascino. Tuttavia succede che mettendo insieme musicisti di provenienze diversissime dopo un po’ fra di loro si crea un dialogo musicale e attraverso i loro strumenti comunicano più facilmente di quanto farebbero con le parole.
Lo stesso accade nei confronti di chi ascolta: il messaggio della musica arriva senza che siano necessarie quelle intermediazioni o traduzioni che richiederebbe un messaggio verbale in una lingua sconosciuta.
Nelle altre arti, come il teatro, il cinema o la stessa danza, non c’è questa immediatezza di percezione che è propria della musica. DOREMIFASUD punta molto sul “meticciato”, la contaminazione fra diversi linguaggi, che da sempre è un elemento fecondo per la creazione artistica.
La maggior parte dei gruppi che partecipano al festival sono misti, con componenti italiani e stranieri e non di rado questi provengono da continenti diversi e da tradizioni che si arricchiscono reciprocamente.

Ci racconti qualche testimonianza che ritieni significativa da parte di persone senegalesi immigrate che hai incontrato?
Ho avuto molti incontri interessanti con senegalesi che vivono in Italia, dove sono spesso ormai pienamente integrati nella realtà culturale cittadina. Citandone alcuni però farei torto ad altri e preferisco quindi menzionare come bella esperienza quella collettiva vissuta nelle serate finali del concorso DOREMIFASUD, che si sono svolte nella sede di Sunugal al C.I.Q. I senegalesi non sono particolarmente rinomati, e non a torto, per senso dell’organizzazione, rigore, programmazione e per altre doti a cui noi europei attribuiamo grande importanza. In compenso sopperiscono con la fantasia, l’improvvisazione e il calore umano a queste loro carenze, se tali vogliamo considerarle. Nelle serate finali del concorso, in cui sei gruppi musicali si confrontano davanti a un pubblico molto partecipe ed entusiasta si crea un’atmosfera che riflette perfettamente questi loro caratteri. C’è un’allegra confusione che coinvolge artisti, pubblico e organizzatori e alla fine tutti sentono di aver condiviso in amicizia una bella esperienza che li ha divertiti e arricchiti dal punto di vista umano.

Come vedi la realtà delle persone immigrate, oggi, nel nostro paese?
Come accennavo prima la situazione degli immigrati è senz’altro peggiorata negli ultimi anni. Si è creato un circolo vizioso fra un’opinione pubblica che cercava qualcuno su cui scaricare il proprio malcontento e una politica cinica che ha sfruttato questo sentimento a fini elettorali e i due fattori si sono alimentati a vicenda. Paradossalmente questo è successo proprio nel momento in cui il problema dell’immigrazione irregolare diventava meno drammatico da un punto di vista numerico e in cui un approccio meno emotivo avrebbe consentito di trovare soluzioni ragionevoli. Oggi si nota un cambiamento di tendenza. Il problema del Covid ha relegato in secondo piano quello dell’immigrazione come paura collettiva e, per quanto qualcuno ci abbia provato, è difficile collegare i due problemi attribuendo ai poveri immigrati che sbarcano sulle nostre coste la responsabilità dell’epidemia. Se gli immigrati beneficeranno probabilmente di questo calo di attenzione nei loro confronti è per contro probabile che sempre più in tempi difficili e con la scarsità di risorse che ci aspetta prenda piede la mentalità del “prima gli italiani”. Personalmente non ritengo che gli italiani siano particolarmente razzisti. Penso però che siano inclini, forse più di altri popoli, a cercare dei “capri espiatori” su cui scaricare anche le proprie manchevolezze. Purtroppo negli ultimi anni questo scomodo e immeritato ruolo è toccato soprattutto agli immigrati.

La manifestazione Nio Far nel tempo è diventata un progetto che va avanti durante l’intero anno. Quali sono le difficoltà e gli ostacoli che incontrate maggiormente lungo la via?
L’ambizione di DOREMIFASUD è quella di essere, oltre che un festival, un punto di riferimento permanente della musica meticcia e migrante in Italia. In parte stiamo già riuscendo a realizzarla. L’esempio più significativo è quello dei laboratori di musica africana che si tengono qualche settimana prima dell’inizio del festival. Sotto la guida di esperti musicisti in quattro giorni di full immersion gli allievi, che sono musicisti dilettanti, appassionati o semplici curiosi, vengono introdotti alla conoscenza della musica africana e alla pratica degli strumenti tradizionali. Alla fine dei laboratori si forma una piccola orchestra che poi si esibisce nel festival. Finora abbiamo fatto un solo ciclo di questi laboratori perché quello di quest’anno, già avviato, è stato annullato causa lockdown, ma ci teniamo molto a questa attività didattica e divulgativa e ci proponiamo di rinnovarla nelle prossime edizioni. La maggior difficoltà che riscontriamo nel portare avanti la nostra iniziativa è quella di reperire risorse finanziarie e in particolare di attirare sponsor privati. Purtroppo questi sembrano poco propensi a supportare manifestazioni che si rivolgono a target di pubblico di scarso interesse commerciale quale quello dei migranti. Finora ci siamo basati molto sul volontariato e sulla disponibilità delle persone a prestare la loro opera senza molto pretendere ma qualora avessimo più risorse potremmo ampliare la gamma delle iniziative che proponiamo. Non sono certo le idee che ci mancano.

Il lockdown causato dalla pandemia di Covid-19 è stato disastroso per tanta gente nel mondo, soprattutto le persone migranti. Ma anche per un’infinità di categorie professionali, come chi si occupa di attività artistiche e sociali. Come avete affrontato questa fase?
Il Covid ha portato al rinvio del festival che era previsto fra l’8 e il 10 maggio. Speriamo di riuscire a farlo nel tardo autunno ma dipenderà dalla situazione generale. Vedo difficile in una situazione di rigido distanziamento sociale tenere una manifestazione che proprio nell’avvicinamento sociale trova la sua ragione di essere. Questa situazione ovviamente non riguarda solo noi ma tutto il settore dell’associazionismo dei migranti che è sia fra i più colpiti sia dal lockdown sia fra i meno tutelati dalle conseguenze economiche che ne deriveranno. Gli amici di Sunugal hanno reagito a questa situazione innanzitutto rispettando le regole e restando in isolamento nella loro sede. Intelligentemente e creativamente ne hanno approfittato per renderla più accogliente e bella e in particolare hanno allestito nella parte all’aperto della cascina uno spazio ameno che hanno battezzato “il giardino delle meraviglie”. Speriamo che presto possa approfittarne il pubblico. Come festival siamo riusciti a fare l’unica delle manifestazioni collaterali che non richiedeva incontro fisico. Si tratta del concorso fotografico sul tema “Dialoghi in musica con il mondo”, che ha avuto un ottimo riscontro di partecipanti. Le migliori foto saranno esposte durante il festival.

Qual è il vostro sogno per quando le cose torneranno alla normalità?
Temo che il sogno iniziale, quello di un Covid che ci avrebbe reso tutti migliori, stia svanendo e sembrano abbastanza sbiaditi anche i volonterosi manifesti dell’”andrà tutto bene”.
In questa situazione che si annuncia difficile per tutti conviene avere sogni limitati e realistici. Il mio è che, quando l’emergenza sarà finita, si riesca ad eliminare non solo dalle nostre abitudini ma anche dalle nostre teste l’imperativo del distanziamento sociale. È stato giusto adottarlo per difendersi dall’epidemia ma se diventasse permanente sarebbe esso stesso un virus insidioso. Sogno quindi che si ritorni a guardarsi in faccia e a sorridersi a viso aperto, a sfiorarsi per strada, a darsi la mano, ad abbracciarsi e spero che lo si faccia pensando che non sono solo gesti convenzionali ma che significhino qualcosa.
DOREMIFASUD farà la sua parte affinché questo accada.

Alessandro Ghebreigziabiher

Alessandro Ghebreigziabiher

Scrittore, drammaturgo, attore e regista teatrale, è nato a Napoli nel 1968 da padre eritreo e madre italiana, ovvero tra due sud, come amo definirmi.