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Il movimento decoloniale francese è un successo politico e la cartina tornasole della crisi identitaria bianca

La relazione di Houria Bouteldja, attivista, Parti des Indigènes de la République al seminario "Razzismo neocoloniale e antirazzismo decoloniale"

Photo credit: Parti des Indigènes de la République
L’intervento di Houria Bouteldja in francese con la traduzione in italiano

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Il movimento decoloniale francese rappresenta da un lato un successo politico, dall’alto la cartina tornasole della crisi identitaria bianca

Houria Bouteldja

La Francia sta appunto attraversando una grave crisi morale e politica da diversi anni, ma anche una crisi di significato. Questa osservazione può essere estesa a tutti i paesi del pianeta, ma in particolare alle vecchie democrazie liberali rappresentate dagli stati a capitalismo avanzato. Più prosaicamente, direi che stiamo affrontando una grave crisi della bianchezza e del mondo occidentale.

Questo è il motivo per cui concludo l’introduzione del mio libro “I bianchi, gli ebrei e noi: verso una politica dell’amore rivoluzionario“, con questa domanda: «Cosa offrire ai bianchi in cambio del loro declino e della guerra dichiaratagli?».

Rispondere a questa domanda è una sfida concreta, lo si può fare solo attraverso un progetto, un’alternativa politica reale; direi quasi che il nostro compito è quello di costruire una storia per l’intero, per usare l’espressione di un amico che mi è caro, o addirittura inventare un’utopia.

I segni di questa crisi sono nel modo in cui il movimento dei gilet gialli è stato represso da Macron e dal suo governo, dalla brutalità della polizia ma anche dai dibattiti surreali ed isterici intorno al velo islamico.

Stanno nella crisi delle alternative politiche da sinistra. Una sinistra che è frammentata e che si mostra incapace di unificare le frange popolari mentre l’estrema destra è divenuta il simbolo di ciò che sta accadendo in tutta Europa.

Infine, questa crisi si manifesta anche nella degenerazione delle élite francesi. La settimana scorsa abbiamo sentito su un canale televisivo mainstream, il discorso cripto-nazista di un propagandista amante dei media (inserire link articolo).

Il fatto è tanto più preoccupante perché il propagandista in questione è di origine ebraica, e si è fatto conoscere per le sue posizioni negazioniste sul genocidio degli ebrei. Il suo discorso è quasi un’incitazione alla guerra civile.

Se le élite di destra sono sempre più reazionarie, le élite di sinistra sono completamente confuse. A riprova, il surreale dibattito sul pensiero decoloniale.

Ormai da qualche anno non è trascorsa una settimana senza che un nuovo scandalo infiammasse l’immaginario offeso dei “razzisti” nell’università, nel mondo della ricerca e nelle scienze sociali.

Il movimento decoloniale viene dipinto come un moto di invasione e colonizzazione che avrebbe conquistato tutti i territori della produzione di conoscenza, imponendosi sul pensiero universalista e sulla tradizione umanista francese. In breve, i decoloniali sono colonizzatori.

Peggio ancora, sono razzisti contro i bianchi. L’ultimo esempio che ha colpito i titoli dei giornali è stato quello di Lilian Thuram, vincitore della Coppa del mondo di calcio del 1998, una figura molto rispettata in Francia, almeno fino al giorno in cui ha dichiarato, denunciando gli atti razzisti negli stadi il calcio, che i bianchi “soffrivano di un complesso di superiorità”. Questa affermazione ha causato uno scandalo nazionale e da allora, è considerato un “razzista anti-bianco“.

Quindi, se posso dire che il movimento decoloniale è un vero successo, è proprio perché ha messo in crisi le élite francesi. Ha persino creato panico. Alcuni mesi fa, 80 intellettuali hanno pubblicato una rubrica dal titolo Decolonialismo, una strategia egemonica.

Due settimane fa, 80 psicanalisti hanno lanciato l’allarme contro il pericolo del pensiero decoloniale sul giornale Le Monde: la piovra decoloniale starebbe sostituendo quella islamista, che a sua volta aveva sostituito la piovra comunista.

Vi do questi due esempi perché sono edificanti ed esprimono bene il tipo di disagio morale in cui si trova una parte delle élite francesi, ma devo dire anche che se questo panico esiste è perché abbiamo costruito alleanze all’interno persino del mondo accademico e politico e perché oggi, se c’è davvero una divisione al loro interno, è perché siamo riusciti a portare la battaglia nel campo dei nostri avversari, una fortezza fino ad ora inespugnabile.

Qual è la storia di questo successo?

Possiamo far risalire alla nascita del movimento decoloniale francese al 2005.

Il 2005 è stato l’anno in cui sono scoppiati i disordini urbani che hanno segnato profondamente la vita politica francese. Ricordo i due eventi che li hanno scatenati: la morte di un giovane uomo nero e una ragazza araba in fuga dalla polizia durante il Ramadan, e l’esplosione di gas lacrimogeni in una moschea.

È anche l’anno in cui il parlamento francese ha approvato la legge nota come «riconoscimento dell’opera positiva della Francia nelle sue colonie» (« reconnaissance de l’oeuvre positive de la France dans ses colonies»). Infine, è l’anno in cui viene lanciato la chiamata ai nativi della repubblica, di cui io sono una delle promotrici, e che svilupperà, attraverso un progetto e una strategia, una vera teoria decoloniale applicata al caso francese.

La combinazione di questi tre elementi: rivolte razziali, nostalgia coloniale e reazione politica sono i fattori decisivi per l’emergere del movimento decoloniale in Francia.

Affermo qui che l’emergere di questo movimento e la sua fondazione nel panorama politico francese è il più grande successo politico e ideologico degli ultimi 30 anni dopo il movimento ecologista. Per comprendere le ragioni di questo successo, dobbiamo tornare al contesto politico che ha permesso questo focolaio.

Vorrei dunque distinguere la storia di lunga durata da quella recente.

1 / Per quanto riguarda questa “lunga durata”, dirò semplicemente che i 500 anni che ci separano dal 1492 e dalla “scoperta” dell’America ​​hanno prodotto il mondo in cui viviamo oggi; il famoso “sistema mondo”, di cui parla il defunto Immanuel Wallerstein. Questa scoperta fu la condizione per l’espansione capitalista e la colonizzazione del mondo da parte dell’Occidente coloniale prima e imperialista poi.

Se anche si sono sempre date lotte di liberazione opposte a questo sistema, e se anche l’indipendenza africana e asiatica si sono effettivamente, in parte, verificate, è chiaro che si tratti di un’indipendenza rimasta incompiuta, e che la controrivoluzione coloniale è ancora in corso. Il colonialismo di fatto sta diventando sempre più aggressivo, come possiamo vedere nel mondo arabo, in Africa in America Latina, in Venezuela in particolare. Questi mondi stanno venendo aggrediti, ma resistono.

2 / Per quanto riguarda la storia recente e locale, sto proprio parlando della Francia di oggi. Rispetto a ciò, è importante identificare gli elementi che hanno portato all’emersione del movimento decoloniale.
a) La svolta del rigore (austerity) imposta dai socialisti all’inizio degli anni ‘80. Si tratta del primo grande passo verso la messa in discussione dello storico compromesso nato dal conflitto tra capitale e lavoro. È anche l’inizio e/o la trasformazione sotto altre spoglie di una grande offensiva ideologica contro il terzomondismo da un lato e il comunismo dall’altro. Da lì è nata quella che chiamiamo “ideologia soft”: un pensiero morbido, consensuale, liberale che celebra un umanesimo astratto e che depoliticizza qualsiasi approccio materialista ai conflitti sociali. L’antirazzismo morale è uno degli avatar di questo nuovo consenso ideologico.

Quando lo stato inizia schiaccia le sue classi lavoratrici, le forze al potere, la polizia e lo stato, debbono anestetizzare ogni possibile forma di protesta. Quando l’immigrazione postcoloniale si organizza contro il razzismo e la polizia, i satelliti statali si attivano per disinnescare la rabbia che si organizza. I ministri socialisti non hanno infatti esitato nel definire i nordafricani in sciopero quali agenti a servizio dell’Ayatollah Khomeini.

b) Nel 1990, la Francia faceva parte della coalizione militare guidata dagli Stati Uniti che avrebbe invaso l’Iraq. Il risultato fu la distruzione di gran parte dell’Iraq e l’inizio di un embargo che causerà centinaia di migliaia di morti e distruggerà le basi dello stato iracheno, portando alle fratture in seno alla comunità che alimentano i gruppi armati jihadisti che vediamo oggi. Ricordo che la guerra del Golfo ebbe luogo sotto un governo di sinistra.

c) Un anno prima era scoppiato il primo dibattito sul velo. Questo continua fino ai giorni nostri sotto forma di incessante islamofobia mediatica, ratificando il divorzio tra le popolazioni postcoloniali e la sinistra.

Da allora, ci sono stati l’11 settembre, la seconda guerra del Golfo, la distruzione della Libia, la crisi dei migranti, lo sviluppo di un programma internazionale antiterrorismo, la crisi dei giubbotti gialli. Tutto ciò sullo sfondo di un tentativo di completamento del progetto neoliberista da un lato e il ritorno, o meglio lo sviluppo di un rinnovato fascismo dall’altro.

È in questo contesto che il movimento decoloniale è nato e fiorito. Al centro del movimento decoloniale c’è un’organizzazione politica: il partito dei nativi della repubblica (PIR). Sarebbe davvero ingenuo credere che le idee trionfino solo perché dicono la verità o hanno ragione. Se il movimento decoloniale sta progredendo in Europa, e in particolare in Francia, è perché è guidato da un progetto, una strategia e un’organizzazione. Qui è dove Lenin ci è utile.

Non può esserci movimento decoloniale se è solo un movimento intellettuale. La sua forza deriva dal suo impatto sul campo politico, dalla sua capacità di creare un equilibrio di potere e di creare quadri di alleanza tra ciò che chiamiamo “il Sud del Nord”, ovvero i soggetti postcoloniali e i bianchi degli strati popolari e/o dalla sinistra radicale. Ed è questa alleanza che è al centro della strategia decoloniale e che al PIR chiamiamo “la maggioranza decoloniale“.

Questa stessa alleanza è temuta dal potere che alimenta ogni giorno una politica di separazione già inscritta nella logica dello Stato nazionale, che privilegia il corpo sociale bianco a detrimento del corpo sociale non bianco.

Per avanzare verso questo obiettivo di maggioranza decoloniale, da cui siamo ancora molto lontani come si può immaginare, abbiamo implementato una strategia che riassumo qui sotto:
1 / Organizzazione dei non bianchi in 3 aree principali di lotta:
• Razzismo di stato nella sua forma islamofobica, afrofobica e omofobica
• Reati di polizia
• Imperialismo / Francia e Palestina

Perché questi tre assi e non altri? Perché rappresentano le lotte che hanno mobilitato la maggior parte dei non bianchi negli ultimi 40 anni. Si tratta quindi di valorizzare le nostre forze e investirle nelle lotte definite dalla storia recente come priorità per i non bianchi. In questo senso, non siamo attivisti ma veri militanti politici.

2 / Creare una rete decoloniale internazionale (DIN). Spetta a noi andare oltre il quadro nazionale per creare un’internazionale decoloniale con altri non bianchi che vivono nel Nord globale. Questa idea è stata proposta durante il Bandung du Nord organizzato a Parigi nel maggio 2018, manifestazione che ha riunito non bianchi provenienti da tutta Europa e ospitato Angela Davis. In effetti, notiamo come i non bianchi siano una novità demografica al nord. Si tratta ora di diventare una realtà politica. Poiché il capitale è internazionale, poiché il razzismo è internazionale, anche la decolonialità deve essere internazionale.

3 / Creare i nostri media. A Parigi, abbiamo creato Paroles d’honneur che è un mezzo decoloniale al 100% e autonomo al 100%.

4 / Infine, creare ed elabora un pensiero politico associato alla storia anticoloniale e alla storia dell’immigrazione post-coloniale ma radicata anche nella nostra esperienza di soggetti post-coloniali in Francia. Un pensiero sviluppato tra conflitti e contraddizioni. Ciò significa che diffidiamo spontaneamente dei movimenti di emancipazione, anche della sinistra, che per noi servono principalmente gli interessi delle classi lavoratrici bianche. Per dirla in altro modo, non abbiamo mai ceduto alla facilità intellettuale di adattare le teorie di sinistra alle nostre pratiche. Al contrario, abbiamo modellato autonomamente il nostro pensiero di liberazione. Faccio un esempio: la nostra relazione con il femminismo bianco è una relazione assolutamente conflittuale.

Abbiamo sviluppato l’idea di un femminismo decoloniale in cui il genere maschile non bianco è problematizzato come genere dominato e non dominante. Non c’è unità tra le donne, così come non c’è unità tra gli uomini.

Andiamo quindi contro la corrente del femminismo egemonico. Anche la nostra relazione con la lotta all’antisemitismo in un ambiente bianco è conflittuale. Abbiamo quindi messo in evidenza la nozione di filosofia statale, che complica la nozione di antisemitismo. La filosofia statale è per noi un sofisticato antisemitismo che pone gli ebrei di Francia sopra i non bianchi ma sotto i bianchi.

Abbiamo quindi sottolineato che lo stato francese organizza la competizione tra comunità non bianche senza mai consentire loro di diventare bianche. Gli ebrei in Francia, nonostante il loro desiderio di integrazione, non sono mai di fatto diventati bianchi.

Abbiamo una relazione conflittuale con l’idea di lotta di classe che per noi è ovvia, ma che invisibilizza la lotta di razza all’interno della lotta di classe. Esiste un conflitto di interessi all’interno del movimento operaio che è stato alimentato non solo dallo stato ma anche da partiti politici e sindacati.

Abbiamo una relazione conflittuale con il movimento LGBT poiché tende a universalizzare le identità sessuali nate in Occidente in un contesto di persecuzione degli omosessuali per renderle identità politiche universali senza preoccuparsi della moltitudine di forme sessuali che sono state schiacciate nel passato coloniale e che continuano ad essere schiacciate. Prendo qui l’esempio della legislazione omofobica della Tunisia. La criminalizzazione degli omosessuali in Tunisia è stata introdotta dalla Francia nella legge tunisina. Pertanto, anche la sessualità è un territorio da rivendicare per il movimento decoloniale.

Ognuna di queste posizioni teoriche che ho appena presentato ha causato scandalo nei circoli di sinistra e oltre. Lo scandalo si è spesso trasformato in attacchi al movimento decoloniale che è oggi al centro della ricostruzione della sinistra.

Vedo questo come un’opportunità storica data alle forze politiche di rinnovarsi e rafforzarsi di fronte al rullo compressore neoliberista e di fronte alle forze fasciste che minacciano l’Europa e gli Stati Uniti. Non vedo come le classi lavoratrici bianche e non bianche potrebbero resistere senza identificare le cause della loro disunità. Se non saremo uniti in combattimento, saremo inevitabilmente uniti nella sconfitta.
Grazie.