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Isola di Lesvos – Pikpa, un campo per rifugiati basato sulla solidarietà

Un’intervista a Efi Latsoudi, psicologa che ha fondato il campo nel 2012 - Are you Syrious?, 18 maggio 2020

Originaria di Atene, Efi Latsoudi ha studiato psicologia ed ha lavorato con molte comunità vulnerabili prima di trasferirsi a Lesbo nel 2001. La sua esperienza e la sua storia disegnano un contesto storico attorno alla crisi dei rifugiati in Grecia che non riusciamo quasi mai ad ottenere da parte dei media tradizionali. Per chi si avvicina adesso alla questione (e come molti lettori assidui dell’AYS Digests sapranno già), i rifugiati non hanno cominciato ad arrivare in Grecia nel 2015. La storia inizia molto prima, e molti dei problemi e tensioni che stiamo vedendo ora sono la replica di eventi che hanno avuto luogo più di un decennio fa.
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Efi Latsoudi ha iniziato a lavorare con i rifugiati a Lesbo a metà degli anni 2000 ma ha fondato il PIKPA Refugee camp nel 2012.

Pikpa è un centro auto-organizzato e alternativo nonché la prova politica vivente che mette in luce come le persone vulnerabili potrebbero essere ospitate e trattate se le comunità e le risorse fossero gestite in una maniera più premurosa e giusta. Senza tanti giri di parole, PIKPA è il contrario di Moria. È piccolo, tranquillo, un rifugio nel vero senso della parola. Più che un luogo di custodia dopo un viaggio straziante, è un luogo dove si può iniziare una rinascita vera e propria. Il campo è molto piccolo. Al suo apice, nel 2015 ha ospitato circa 600 persone, ma la sua capacità si avvicina ai 150.

Ciononostante, PIKPA è molto più di un alloggio alternativo. Distribuisce cibo, offre dei corsi di lingua e altri servizi, e dalla sua apertura nel 2012 ha servito decine di migliaia di persone. il Mosiak Center a Mitilini, una sua estensione, è una comunità, uno spazio di esibizione ed un centro di educazione per adulti.
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Nel corso della conversazione abbiamo chiesto dove sarebbe meglio rivolgere la nostra compassione, il nostro supporto e la nostra solidarietà tra le varie parti interessate – rifugiati, greci locali, e i volontari internazionali. Tutte queste comunità si sovrappongono (sì, ci sono greci che sono loro stessi discendenti dei rifugiati). Si sono tutti trovati intrappolati prima in un gioco politico tra la Turchia e l’Europa, e poi su un’isola che stata trasformata in una colonia-prigione e dove è sorto Moria, il più grande campo per rifugiati europeo.
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Se si cercasse una frase che possa fungere da cartina di tornasole per misurare la posizione di alcuni sul tema sempre più polarizzante della competizione dei disagi, suonerebbe così: e per quanto riguarda le difficoltà della popolazione locale greca?

Le opinioni variano per quanto riguarda il loro ruolo di eroi (infatti i greci delle Isole Egee sono stati nominati per il Premio Nobel per la Pace nel 2016), in quanto vittime sfortunate di un racket geopolitico e comunità che è cresciuta frustrata se non xenofoba e apertamente ostile a causa della sua posizione in prima linea contro un’”invasione” straniera, ma è indubbio che il carico della crisi dei migranti percepito da parte dei residenti sull’isola è stato convertito in moneta ideologica dai politici di centro destra e gli estremisti di centro sinistra.
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Così come i tentativi di creare un’immagine composita del rifugiato ideale sono problematici e inevitabilmente prevenuti, non c’è un’unica narrativa riguardo al “greco medio”. I greci hanno fondato Pikpa. Ci sono anche greci che vorrebbero vedere i campi rifugiati smantellati e tutti coloro che vi risiedono deportati in maniera poco cerimoniosa. Le prospettive di greci e di volontari internazionali saranno al centro dell’ultimo podcast di questa serie di collaborazioni e verranno trasmesse la prossima settimana.

Per quanto riguarda le espressioni più estreme di intolleranza, nei giorni e settimane successive a questa conversazione con Efi, gli attacchi della destra ai residenti, volontari e rifugiati sono aumentati e sono poi sfociati nell’incendio della Scuola di Pace vicino a Kara Tepe Camp, mentre il Governo greco provava a forzare la costruzione di centri di detenzione per migranti in svariate comunità tra le Isole dell’Egeo. Per leggere testimonianze dirette di alcuni di questi attacchi si veda il mio report precedente su Are You Syrious.
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Ciò di cui non abbiamo parlato durante la nostra conversazione in questo episodio del podcast, e che non avremmo potuto predire, sono le conseguenze drammatiche e terrificanti del COVID-19, che si sono sommate al sovraffollamento, all’abbandono umanitario e politico, all’iniquità, ai gruppi di vigilantes e alla sporcizia del Campo di Moria. Fino ad ora nessun caso di Coronavirus è stato riportato nel campo, ma d’altra parte non c’è stata neppure la possibilità di effettuare i test.

Per di più, i residenti del campo di Moria sono stati costretti in totale lockdown per settimane, con un accesso molto scarso al denaro necessario per comprare il cibo, che non è disponibile nel campo. Un distributore bancomat è stato recentemente piazzato all’esterno del campo (un’immagine surreale per chiunque abbia realmente visto il campo). C’è un unico distributore per 20.000 persone. C’è anche il rischio che questo ATM possa essere usato da dei criminali per identificare dei bersagli facili di ritorno al caos del campo con le tasche piene di contanti.

Persino il piccolo gruppo di 100 residenti al giorno a cui era stato concesso di raccogliere le provviste a Mitilini è stato recentemente bloccato. Moria è stata trasformata quasi deliberatamente in un gigantesco manifesto posto di fronte alla Turchia. E l’annuncio è abbastanza chiaro, “abbandonate ogni speranza voi che entrate”, un messaggio scritto con la sofferenza umana e dipinto daccapo ogni giorno.

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Folla in coda per la distribuzione dei pasti a Moria. Foto: Mustafa Nadri, ReFOCUS Media Labs

Di contrasto, il campo di Pikpa ci ricorda ciò che il campo di Moria poteva essere se alcune delle decine di milioni di euro che sembrano essere sparite dal 2015 fossero state effettivamente usate per ridurre la sofferenza, gestire le forniture di base e i bisogni intangibili degli abitanti e spostare rapidamente gli abitanti sulla terraferma e verso una nuova vita in altri stati membri dell’UE e verso Ovest.

E questo è esattamente quello che alcuni movimenti stanno chiedendo. Alcuni guarderanno probabilmente al campo di Pikpa come ad un’incarnazione di una visione idealistica o come ad un monumento all’ingenuità. Altri annuiranno alle sue buone intenzioni ma lo scarteranno come qualcosa che può esistere soltanto nella modalità attuale. Ma poi sta ai critici spiegare i limiti delle proprie visioni.

Ogni singolo giorno gli esseri umani in qualche modo riescono ad erigere strutture massive, ad organizzare burocrazie complesse multi-statali, a spostare beni deteriorabili attraverso il pianeta, e a fornire assistenza sanitaria salvavita a decine di milioni di persone. La cosa che sembra eccentrica è che ai governi occidentali manchi la capacità di supportare adeguatamente e umanamente quello che equivale alla popolazione di una cittadina.

Moria è un buco nero umanitario, un carcere all’aria aperta, e un’imperfezione negli ideali dell’UE, non perché la luce della compassione non può raggiungere il campo e non perché all’UE mancano le risorse per aiutare le persone o l’abilità per mobilitarle, ma perché gli ostacoli sono stati attentamente e ostinatamente costruiti per impedire a quella luce di illuminare il buio. E in assenza di volontà politica e di leadership tocca ai cittadini condurre laddove i loro governi hanno vacillato, e svergognare la leadership di questi governi grazie alla virtù delle loro nobili azioni e alla loro intraprendenza. Lungi dall’essere una visione ingenua, Pikpa è un’indiscutibile dichiarazione del possibile.

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Nel 2016 Efi Latsoudi è stata co-beneficiaria del Nansen Refugee Award delle Nazioni Unite per il suo lavoro a Lesbo. Il premio è conferito ogni anno “per onorare individui, gruppi e organizzazioni che vanno oltre e al di là del dovere di proteggere rifugiati, sfollati e apolidi”. Tra i vincitori passati si annoverano Eleanor Roosevelt e Médécins Sans Frontières.


#Lesvoscalling

Una campagna solidale per la libertà di movimento
Dopo il viaggio conoscitivo a ottobre 2019 a Lesvos e sulla Balkan route, per documentare e raccontare la drammatica situazione sull'isola hotspot greca e conoscere attivisti/e e volontari/e che si adoperano a sostegno delle persone migranti, è iniziata una campagna solidale lungo la rotta balcanica e le "isole confino" del mar Egeo.
Questa pagina raccoglie tutti gli articoli e il testo di promozione della campagna.
Contatti: lesvoscalling@gmail.com