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Politica migratoria e insicurezza sanitaria

La reazione dell'Italia al Covid-19 e l'impatto del decreto sicurezza

Foto archivio Melting Pot

Sintesi
Nel quadro del contenimento del Coronavirus hanno svolto un ruolo cruciale in Italia le ultime riforme delle politiche d’immigrazione che hanno prodotto un impatto decisivo sull’accesso ai servizi sanitari e sulla protezione della salute disponibile ai migranti.

In uno studio pubblicato recentemente da Sebastian Carlotti (Dottorando presso l’Università di Pisa) è stato messo in luce come gli effetti negativi di queste politiche, costruite e pensate al solo contrasto del fenomeno migratorio, abbiano creato non solo un contesto sanitario estremamente pericoloso per i migranti, ma anche incrementato inutilmente il rischio di contagio per tutta la popolazione. Mentre le reazioni durante le fasi acute del Covid-19 hanno confermato ancora una volta la tendenza politica della ricerca di un colpevole, possibilmente da addossare ad un fantomatico “altro”.

Il migrante, lo straniero, è rapidamente tornato a rappresentare l’immagine perfetta di una minaccia proveniente dall’esterno, portatrice di malattie e approfittatrice del sistema sanitario italiano. Durante l’emergenza è stata mantenuta ai margini, invece, una riflessione critica, a favore di una lettura ostile ai migranti, delle conseguenze profondamente negative che le ultime politiche in tema di migrazioni hanno comportato sul piano sanitario e sociale in questo periodo molto complesso.

Il perseguimento di una politica securitaria, come dimostra questo studio, ha causato un’esposizione ingiustificabile al Coronavirus per migranti, richiedenti asilo, rifugiati, migranti lavoratori (soprattutto braccianti) e migranti senza permesso di soggiorno. In particolare, l’approvazione del Decreto Sicurezza, o Decreto Salvini, ha rivelato ancora una volta tutto il suo potenziale dannoso estendendo le sue conseguenze in modo decisivo e drammatico nel periodo di lockdown applicato dall’Italia dal marzo 2020 per contenere la diffusione del Covid-19. Tra i maggiori fattori si annovera sicuramente il forte ridimensionamento dell’accoglienza con la modifica del sistema SPRAR, in passato frequente esempio di buone pratiche.

La riduzione dell’accoglienza ai soli richiedenti asilo ha causato una drastica diminuzione di un’accoglienza di qualità, anche e soprattutto sotto un profilo igienico-sanitario dei luoghi e degli spazi ad essa dedicata. La soluzione principale è rappresentata oggi dai Centri di Accoglienza Straordinaria, i cosiddetti CAS.

Strutture, appunto “straordinarie”, che come tali non soddisfano i requisiti minimi come alloggio sicuro per i suoi ospiti. Comunemente affetti da un cronico sovraffollamento e dalle scarse possibilità igienico-sanitarie, i migranti ospitati in queste strutture hanno vissuto questi mesi di lockdown stipati in condizioni ad altissimo rischio di contagio. Basti pensare al caso del CAS di Verona dove questo rischio è diventata una drammatica realtà. Il CAS, una struttura alberghiera impiegata per ospitare oltre 100 richiedenti asilo in una struttura non idonea anche in tempi di non emergenza sanitaria, non avendo le possibilità di adottare il distanziamento interno ha visto quasi la totalità dei suoi residenti contagiati da Covid-19.

Lo stesso problema ha attanagliato anche i CIE, i centri di detenzione per migranti senza permesso di soggiorno, affetti da strutture fatiscenti, sovraffollate e in cui mancava l’attenzione alle condizioni igieniche minime per tutelare la salute dei migranti detenuti. I CAS e i CIE hanno rappresentato delle vere e proprie bombe ad orologeria di cui il governo era cosciente, ma sui quali ha interamente omesso un intervento.

Il Decreto Sicurezza ha determinato inoltre una significativa crescita del numero di migranti senza permesso presenti sul territorio italiano, in particolar modo a causa della cancellazione della protezione umanitaria. Il migrante senza permesso di soggiorno è uno dei soggetti più esposti in assoluto al rischio di contagio. A causa del proprio status, il migrante senza permesso di soggiorno vive generalmente in condizioni sovraffollate, malsane ed è affetto da una cronica incertezza economica. Condizioni che hanno reso il lockdown e la quarantena una prova molto difficile da sostenere.

Senza i necessari documenti legali, questi migranti hanno vissuto inoltre una forte limitazione nei servizi sanitari cui possono accedere. I limiti normativi all’accesso ai servizi sanitari per i migranti senza permesso, insieme alla loro comprensibile tendenza ad evitare esposizione pubblica, hanno creato un pericolo sanitario molto significativo. Anche per i richiedenti asilo il Decreto Sicurezza ha avuto un impatto negativo a causa della cancellazione dell’iscrizione all’anagrafe, requisito necessario per l’accesso ai servizi sanitari.

Infine, tra i molti aspetti analizzati circa le conseguenze negative del Decreto Sicurezza sull’emergenza da Coronavirus, questo studio ha presentato anche una prima analisi del programma di regolarizzazione introdotto tramite il Decreto Rilancio.

Oggetto di un commento critico e di una discussione circa la sua eventuale efficienza per contrastare il virus Covid-19, questo studio si sofferma soprattutto sui numerosi limiti contenuti nella normativa e sulla previsione di un suo probabile fallimento. Infatti, se l’obiettivo evidente riguarda il recupero della manodopera utile agli imprenditori e a Coldiretti, a nulla sembra servire questa regolarizzazione per ridurre il numero di migranti senza permesso di soggiorno.

Nemmeno, contrariamente a quanto affermato dal Governo, è prevedibile un miglioramento delle condizioni di alloggio e di salute dei migranti, destinati a restare pericolosamente esposti al rischio di contagio da Covid-19.