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Bucare il Confine: storie dalla frontiera di Ventimiglia

Intervista a Gabriele Proglio

Photo credit: Emanuela Zampa

Il libro “Bucare il confine. Storie della frontiera di Ventimiglia” (Mondadori Education) fa parte di un progetto di ricerca basato al Centre for Social Studies dell’Università di Coimbra, ed è dedicato a studiare la mobilità e la memoria degli attraversamenti nell’area del Mediterraneo negli ultimi due secoli. Una parte del lavoro ha riguardato Ventimiglia: i confini, le frontiere e i respingimenti organizzati delle persone migranti che cercano di raggiungere la Francia, attraverso lo studio della memoria e delle mobilità delle persone migranti stesse, del coinvolgimento di organizzazioni della società civile e dei movimenti No Border.
Leonardo Galletti, della redazione di Radio Melting Pot, ha intervistato per noi Gabriele Proglio, autore del libro. 

D: Ciao Gabriele e grazie per la disponibilità. Il tuo libro è frutto di una ricerca sul campo svoltasi nel territorio di Ventimiglia, in prossimità del confine Italo-Francese, e pone al centro la questione delle barriere alla mobilità nel territorio Europeo e alle difficoltà strutturali e di integrazione dei migranti, raccogliendo le narrazioni collettive sulle migrazioni e memorie di migranti, attivisti e organizzazioni del territorio.
Qual è stato il percorso che ti ha portato alla stesura del libro?

R: “Bucare il confine – Storie dalla frontiera di Ventimiglia”, pubblicato da Mondadori, è uno dei risultati della ricerca che dirigo all’Università di Coimbra, il Centro di Studi Sociali. Questo lavoro si inserisce come contributo parziale nella macro-ricerca di interesse dal nome “Mobility of Memory, Memory of Mobility“, dedicata a studiare i confini e le frontiere degli ultimi due secoli, in particolare la memoria e la mobilità delle persone migranti. Il percorso di ricerca, dopo Ventimiglia, mi ha portato a lavorare sui maggiori snodi migratori del Mediterraneo: Ceuta e Melilla, la Libia, la Tunisia, la Sicilia e poi la rotta balcanica, cioè la rotta che oggi è attraversata dal maggior numero di persone, in particolare in due luoghi: Bihac e Velika Kladusa. Questo lavoro sulla Bosnia è sfociato in una pubblicazione appena uscita, pubblicata dalla casa editrice Eris, che è un volume collettaneo con le testimonianze di chi è stato con me sul confine. Il titolo della pubblicazione è “Bosnia: l’ultima frontiera“.

Nel libro, tu stesso hai definito lo stile da te utilizzato “di frontiera”, collocandosi nella zona di confine tra opera scientifico-saggistica e raccolta di testimonianze personali e soggettive. Come sei arrivato a tale scelta?

Devo dire che quando sono partito per Ventimiglia avevo un’idea diversa sia del lavoro di ricerca, sia di quello che avrei poi fatto con le memorie orali. Pensavo di arrivare, raccogliere interviste per due, tre settimane e poi tornare; in realtà mi sono fermato molto di più – mesi e mesi – perché ho notato la complessità di Ventimiglia: una stratificazione di luoghi e di memorie; una città attraversata dalla linea del colore dove ai bianchi è permesso fare certe cose, mentre ai non bianchi no. Ai non bianchi non è permesso, per esempio, sostare in centro; non è permesso chiedere di mettere a ricaricare il cellulare nei bar o nei locali pubblici – il cellulare è importante per tenere i contatti, oltre che con la diaspora, anche con chi è rimasto a casa. Non è permesso loro sostare, per esempio, nei luoghi dei turisti; non è permesso essere visibili. Ecco, lo sguardo bianco è quindi indice di quella bianchezza sulla quale si regge la modernità non solamente dell’Italia, direi dell’Europa, ed è profondamente al centro della costruzione di Ventimiglia.
E quindi tutti questi elementi messi assieme mi hanno portato inizialmente ad osservare, a cercare di comprendere, a cercare di vedere le ambiguità e le contraddizioni; a non vedere solamente in due colori, ma in tanti colori lo sguardo, la riproduzione quotidiana della bianchezza, la costruzione dello sguardo che è fondamentale; un’interpretazione dei fenomeni, complessa, non semplicistica. Ecco, per restituire questa complessità dovevo fare una scelta stilistica: se collocare il lavoro solamente nel filone di produzione del sapere nel quale lavoro – ovvero la storia contemporanea, nella declinazione e con la metodologia della storia orale – o se, invece, fare qualcosa di più, e rompere quel confine disciplinare o perlomeno bucare il linguaggio e quindi bucare quel confine tra linguaggi, andando oltre. E questo ho fatto: ho cercato di costruire un testo a cavallo tra più generi; un testo costruito su più livelli e con molteplici registri; quindi un saggio, ma anche una narrazione di quello che ho visto e ho vissuto: i problemi e degli errori sul campo; i sentimenti e le emozioni delle persone con cui ho parlato; il razzismo nei confronti delle persone migranti a Ventimiglia; un testo che parla delle aspettative, anche contraddittorie, di chi è arrivato alla porta d’Europa, al confine Italo-Francese, del desiderio di proseguire oltre.
Poi c’è un altro elemento fondamentale: quello di una storia che è fatta da tante storie, creando quindi un corto circuito con una narrazione egemone di una storia fatta dall’alto, usata, il più delle volte, per raccontare guerre e battaglie, per raccontare le nazioni e il maschile. Queste storie rimettono in discussione, dal basso, la centralità della storia unica, rifacendomi al discorso di Chimamanda Ngozi Adichie – che poi è un’invenzione vera e propria, questa storia al singolare maschile, che viene fatta sia in termini di linguaggio, sia di costruzione narrativa, sia di utilizzo pubblico che se ne fa per riconfermare le forme della società, le sue gerarchie e le forme di potere e subalternità.
Quindi c’è una similitudine forte tra il “bucare il confine” – l’azione realizzata delle persone migranti – e il “bucare il confine” scientifico, andando oltre, inventando un linguaggio che possa permettere la circolazione dei saperi. La mia riflessione si è concentrata su questo elemento, partendo dalla struttura del libro. Il volume è composto da diversi capitoli: alcuni sono legati alla mia esperienza personale, con una parte introspettiva su come ho modificato la mia idea di Ventimiglia, la ricerca, la metodologia, l’approccio all’intervista e al contesto; perché è fondamentale, nella decostruzione dell’immaginario che arriva dal colonialismo, mettere al centro il processo di ridiscussione del ‘sé’, comprendendo ciò che talvolta inconsapevolmente è stato introiettato di quel passato, e cercando, di pari passo, altri significati, altre modalità di produzione di senso, altre possibilità – di nuovo, una questione di sguardo. E poi c’è l’incontro con tantissime persone. Molte sono persone migranti. Mi hanno raccontato le loro storie.. alcune arrivavano dal nord Africa e dal Sud Sahara; altre, invece, dall’Afghanistan, dalla Siria, dalla Turchia, da mille paesi: sono persone fuggite da mille contesti differenti. Quindi il fatto di arrivare a Ventimiglia restituisce, in qualche maniera, l’idea di una storia globale fatta di molteplici storie che si incrociano in quel passaggio, così piccolo per la verità, così minimo rispetto a uno Stato, una popolazione, una nazione. D’altronde, sappiamo che tutti questi elementi – lo Stato, la popolazione, la nazione – sono delle invenzioni; invenzioni costruite – come sostenevano Edward Said, Benedict Anderson, Eric Hobsbawm, tra le e gli altr* e in modi diversi – attraverso la discorsività, la narrazione, la propaganda; ma anche con guerre, con le leggi, con i pronunciamenti dei tribunali, con le azioni della polizia . Ecco, rimettere al centro queste storie, per far reagire le storie con la storia, è un elemento profondamente importante perché può indicare possibili processi di decolonizzazione del sapere; perché mostra come le certezze sulle quali si basa una visione eurocentrica e bianca dell’Europa possono essere messe in discussione. Perché quella che passa Ventimiglia è un’altra Europa che già esiste.

Il libro si sviluppa in passaggi-chiave interessanti. Ad esempio, introduci il concetto di “geometria del ricordo”, descrivendo una mappatura delle narrazioni sul ruolo dei confini fisici e culturali, sviluppata dal rapporto tra soggettività diverse. A questo proposito, viene evidenziata la differenza tra storia collettiva e storia corale. Potresti approfondire la questione?

Questa domanda mi permette di collegarmi al concetto di “memoria della mobilità“. La “geometria del ricordo” è la capacità delle singole persone di ricostruire i luoghi e gli spazi delle lotte – nello specifico di quelle avvenute dal 2015 in poi – che si sono concretizzate a Ventimiglia con il movimento dei Balzi Rossi. E’ vero: non si ricorda mai da soli, come sostiene Luisa Passerini; il ricordo è qualcosa che è condiviso con le altre persone. Ma è altrettanto vero che percorsi individuali, soggettività e identità differenti ricordano in modo differente. Pensare quindi alle lotte contro i confini come la saldatura di più soggettività contro un nemico comune – il dispositivo di confine – è un passaggio che restituisce la possibilità di costruire un’altra mobilità e un’altra Europa, partendo di nuovo dalle storie. Le storie di chi lotta e le storie di chi si muove, di chi cerca un luogo sicuro in Europa, chi pensa e vuole un’altra Europa.
Questa geometria del ricordo è profondamente legata alla “geografia delle emozioni“. C’è un dibattito molto interessante che è principalmente legato all’ambito disciplinare della geografia, ma anche degli studi politici e della filosofia politica: quello sull’autonomy of migration theory. Qui i riferimenti fondamentali sono al lavoro importantissimo di Sandro Mezzadra, Martina Tazzioli, Nicolas di Genova e a moltissim* altr* ricercatrici e ricercatori. Questa teoria rimette in discussione una forma mentis usata quotidianamente dai media main stream e dall’accademia: quella di considerare la persona migrante come un numero che si sposta da un luogo all’altro, per la sua provenienza o il colore della pelle, per quello che fa (l’attraversamento di una frontiera, per il sottrarsi o meno a un dispositivo confinario, per l’arrivo in un certo luogo); la persona migrante diventa “il migrante”, oppure fa parte di un insieme collettivo se è associato a una categoria prodotta dalle classificazioni che governano i confini e la mobilità. Una categorizzazione che funziona per luogo d’origine – “gli eritrei” – per status di cittadinanza – “i rifugiati, i clandestini, gli extracomunitari”. E potremmo moltiplicare all’infinto, usando un approccio intersezionale, questi posizionamenti in base al genere, alla classe, alla fede religiosa, e a mille altri elementi. Scopriremmo che tutte queste classificazioni nascondo un pregiudizio, luoghi comuni, forme di razzismo e di xenofobia; che servono per generare forme di subalternità, per mettere al lavoro i corpi, per sfruttarli e discriminarli. In sintesi, è questo uno sguardo che desoggettivizza la persona e la colloca, tanto nel linguaggio usato quanto nello spazio sociale, in un luogo preciso, all’intero di certe gerarchie bianche. E’ possibile un altro sguardo, uno sguardo che perlustra le emozioni, i sentimenti, il desiderio di raggiungere l’Europa sognata, quel sogno che è stato importante fin dal primo passo mosso, e sicuramente da prima ancora, quando si è pensato di partire. In sintesi, uno sguardo che parte dalla soggettività della persona.
Dunque, la geografia delle emozioni è un altro elemento interessante e importante per leggere con uno sguardo differente le migrazioni che avvengono a Ventimiglia. E’ importante perché restituisce un quadro che non è solamente centrato su Ventimiglia, ma che è molto più ampio, transnazionale e diasporico. Uno sguardo che da Ventimiglia si collega con la diaspora e con i contatti che queste persone hanno con chi è già in Francia o in altri luoghi dell’Europa e con chi invece è rimasto a casa. Ci restituisce, soprattutto, ciò che muove e che dà speranza a queste persone contro la paura dei confini, contro la paura della polizia, contro la paura dei respingimenti; ciò che continua a farli andare avanti, cioè il desiderio di un luogo sicuro, di un’Europa accogliente che dia una possibilità anche a loro. Ecco questo approccio è stato declinato in tutto il libro in una prospettiva storica ed è a mio avviso interessante perché dalle storie che ho raccolto ho cercato di focalizzarmi sulle soggettività, su ciò che provavano e volevano le persone che ho incontrato; quindi c’è un collegamento tra geometria del ricordo e geografia delle emozioni, e passa proprio attraverso la soggettività, l’intersoggettività, la memoria e la possibilità di una mobilità differente.
Il penultimo capitolo del libro è dedicato ai Balzi Rossi. Il lavoro che ho cercato di fare è stato raccogliere testimonianze di chi ha vissuto quei mesi. Da subito, come dicevo, mi sono reso conto di una questione: che soggettività differenti, con percorsi differenti successivi alla fine della mobilitazione, ricordavano in modo differente e quindi non era possibile scrivere una storia collettiva, una storia che tenesse tutti all’interno di un’unica storia. Era possibile, però, fare – ancora una volta – una storia fatta di tante storie; quindi una storia corale, dove i ricordi non sono gli stessi; o, perlomeno, tutti hanno vissuto quei momenti – le lotte, le mobilitazioni, la capacità di appropriarsi di certi strumenti, la capacità di costruire un linguaggio politico dall’intreccio di più soggettività, di costruire delle modalità di passaggio del confine (ovvero i passaggi autonomi, di cui non ha praticamente parlato mai nessuno). E’ successo questo: l’incrocio tra più soggettività politiche ha dato la possibilità di bucare il confine; la rete sociale e politica attorno e con le persone migranti ha permesso di ripensare la mobilità nonostante il confine e quindi, in qualche maniera, ha ripensato l’Europa, e non solamente l’Europa, dal basso.

Buona parte del libro è dedicata allo studio dei movimenti “No Borders”, creatisi in tutta Europa a partire dal 2015 in risposta a misure repressive di governi, istituzioni e parte della società civile contro le pressioni migratorie. Nel territorio di Ventimiglia, l’iniziativa si è sviluppata a livello locale attraverso il movimento cosiddetto dei “Balzi Rossi”. Ciò si è tradotto nella creazione di forme organizzate di resistenza, a cui hanno preso parte migranti, attivisti e organizzazioni locali e nazionali. Una resistenza fisica, portata avanti attraverso azioni di resistenza, ma anche una resistenza narrativa e culturale al concetto stesso di confine politico nazionale. E’ così che si buca il confine?

Sì, esatto. Esiste, a mio avviso, una relazione stretta tra le pratiche di passaggio del confine e la produzione del sapere. Questo perché il confine non è solamente la frontiera, ma è un dispositivo che è costruito per l’estrazione di ricchezza dai corpi, per la messa a lavoro e la ‘razzializazione’ dei corpi, come hanno ben chiarito Sandro Mezzadra e Brett Neilson in Border As Method. Come dicevo prima, attraverso l’intersezionalità è possibile leggere come le varie categorie che vengono utilizzate per definire i soggetti – quindi la “razza”, il colore, il genere, la classe, l’identità religiosa e poi tante altre – sono sicuramente elementi che sono costruiti culturalmente. Ed è evidente un collegamento con la memoria del colonialismo.
Negli studi postcoloniali si parla di “archivio coloniale“. Qui vorrei ritornare un momento su questo tema perché credo sia importante, anche visto quello che è successo alla statua di Montanelli: parlare di rimozione del colonialismo è a mio avviso erroneo. Provo a spiegarlo. La rimozione implica una violenza che è stata subìta. E chi ha subìto la violenza non sono gli italiani ma le popolazioni che sono state oggetto della violenza dell’esercito italiano, degli italiani e delle italiane, prima durante il periodo liberale e poi durante il fascismo. Quindi, il termine “rimozione“, a cui sono stati dati molteplici significati in ambito storiografico (e non solo), in realtà nasconde dietro di esso molteplici processi di ricordo e attraverso cui si è cercato di dimenticare; nasconde l’oblio e nasconde l’amnesia. Sono processi complessi che non possono essere etichettati con una singola parola: “rimozione“. Ecco, qui torniamo all’archivio coloniale, che come chiariscono in modi diversi Ann Laura Stoler e Gloria Wekker, è da intendersi non solamente come l’insieme di rappresentazioni, ma anche di immaginari, di pratiche di discriminazione, di forme del desiderio e dell’ansia nei confronti dei corpi neri. Credo che gli elementi contenuti dell’archivio coloniale – che poi sono una memoria pubblica e culturale di quel passato – siano stati risignificati, riutilizzati successivamente. Le costruzioni culturali elaborate durante il colonialismo per controllare corpi e territori sono state poi riutilizzate nel dopoguerra e fino ai giorni nostri per marcare altri corpi con molteplici segni di alterità, per soggettivazioni che hanno “dato una collocazione”, nel linguaggio e nelle scienze, come anche nella società e attraverso l’elaborazione di uno sguardo, a chi non era (considerato) bianco. Si può non conoscere la storia coloniale, ma sapere bene il lessico del razzismo che deriva dal colonialismo. Il confine funziona anche attraverso la risignificazione dell’archivio coloniale, definendo il tipo di alterità – in particolare un’alterità non bianca, reggendosi il confine sulla bianchezza e quindi sull’idea di una modernità precisa.
La lotta No Border, in particolare dal 2015 in poi – mi riferisco ai Balzi Rossi – è stata molto importante perché ha messo insieme soggettività differenti in un percorso comune di lotta contro il confine come dispositivo, rimettendo quindi in discussione non solamente la frontiera, intesa come linea di demarcazione tra Italia e Francia, ma proprio il confine come eredità del passato coloniale, come modalità di mobilità legata al passato nazionale italiano, francese ed europeo; ha permesso, quindi, di ridefinire i luoghi e gli spazi attraverso l’incontro delle soggettività, di contrastare e poi bucare il confine che funziona, come già detto, anche in conseguenza dell’archivio coloniale e del suo utilizzo. Quindi l’aggregazione di soggettività differenti, di persone e identità che arrivavano da percorsi molto differenti, è riuscita a costruire una rete importantissima sulla quale, nella pratica, è nato il presidio No Border, e poi ha inventato un linguaggio politico dall’incrocio delle tante soggettività non solamente italiane e francesi, ma anche dalle persone migranti, di chi ha vissuto quel campo, di chi ha deciso di rimanere in quel campo. L’eterogeneità delle soggettività e la ricomposizione della soggettività politica sono elementi importanti perché ci fanno sperare e ci indicano una direzione specifica; quella che attraverso questa modalità d’azione è possibile “bucare il confine”.
Ovviamente, parlando di confine come dispositivo, la priorità sta nella pratica, cioè nell’azione di protesta; non mi permetterei mai di dire che la produzione di sapere è pari alla pratica. C’è una priorità fondamentale nel costruire le lotte, nel costruire mobilitazioni, nel dedicare tempo e anche aspettative, sentimenti, voglia e capacità alla costruzione delle mobilitazioni e alle lotte, alla militanza. Ma c’è anche la necessità di comprendere come vi sia un collegamento importante tra il passato dell’Italia, della Francia e dell’Europa, che porta indelebile il segno del colonialismo e delle costruzioni coloniali, con il presente; un passato che va analizzato e che va rimesso in discussione. Un passato che ancora è presente e che pesa sul presente; l’abbiamo visto nelle settimane passate con il coro di voci – quasi tutte bianche e maschili – schierate a difesa di Montanelli… d’altronde, la questione di Montanelli è, come diceva un proverbio, puntare alla luna e guardare il dito. Ossia, c’è un razzismo quotidiano, c’è una razionalizzazione strutturale delle società europee, c’è una modalità di discriminazione e di segregazione di soggetti che non sono considerati bianchi che continua a vivere ogni giorno, nonostante le polemiche. Forse proprio da qui dobbiamo partire: dalla quotidianità, dal tentativo di decolonizzazione dei saperi e di ciò è considerato normale, dall’appoggio, alla solidarietà, dalla vicinanza alla complicità con quei gruppi e quei movimenti che lottano contro i confini, contro una geografia d’Europa basata sulla linea del colore, sulla razza, sulla discriminazione e sullo sfruttamento dei corpi non bianchi. L’intersoggettività, in questo senso, non è la somma delle singole soggettività; è l’elaborazione, nel dialogo e nelle lotte, di strumenti, metodi e pratiche che denunciano il rapporto tra capitalismo, modernità e razzializzazione dei corpi, che costruiscono modalità di resistenza, che inventano e danno forma ad altre geografie in Europa e dell’Europa. Ancora una volta, dal basso.


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