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Figli della diaspora. Rimanere Palestinesi generazioni dopo la Nakba*

Intervista ad uno studente palestinese

Photo credit: Sherwood Foto (Gaza, 2018)

1948. La prima guerra israelo-palestinese trasforma 750.000 palestinesi in rifugiati (stime delle Nazioni Unite). Tra questi i nonni di Mohammad Sami Abu Hawash che, oggi, con passaporto Giordano, si sente però ancora palestinese.

Mohammad è nipote di rifugiati palestinesi, è quello che si definisce terza generazione, la Palestina non l’ha neppure mai vista. Eppure si definisce palestinese senza quasi esitare. Avendo lavorato con rifugiati e avendo sentito storie di “seconde” e “terze” generazioni pronte a definirsi ora francesi, italiani, olandesi, e che vogliono essere riconosciuti come tali – o anche come tali, mi interrogo sul significato della risposta di Mohammad.

La risposta è semplice nella sua brutalità. “La mia storia di migrazione, di diaspora, la porto nel nome”, mi dice in video dalla sua casa a Budapest dove studia Amministrazione Pubblica.

Ogni volta che confronto le istituzioni, il trattamento che mi riservano è diverso dalla prassi riservata ai figli di giordani, le domande che mi rivolgono, se ho affiliazioni con certi gruppi, se sono mai stato in Palestina e perché, sono dolorose, a volte insultanti. Anche se il mio passaporto è giordano, ho vissuto tra gli emirati e il Qatar, mi sento palestinese. Mi fanno sentire palestinese”.

Gli chiedo se pensa che l’essere palestinese sia diverso dall’essere un rifugiato di altri luoghi e lui mi risponde di sì, “perché il conflitto continua, non c’è la possibilità di processare il lutto, di andare avanti, di abbracciare altre identità, anche dopo anni, generazioni”. E adesso con il nuovo contestato annuncio di Netanyahu di voler annettere, sembra entro l’1 luglio, nuovi territori palestinesi a Israele, il conflitto è più che mai vivo.

E così si rimane, prima di tutto, palestinesi. Essere messi costantemente di fronte all’idea di non appartenere davvero alla comunità, la continua lotta per essere riconosciuti come cittadini legittimi di uno stato, la Palestina, che ancora non è riconosciuto come tale da tutti i paesi, rafforza un senso di identità, un senso di appartenenza alla diaspora. L’identità si costruisce per negazione, si sa cosa si è differenziandosi da cosa non si è, e dato che ai palestinesi viene ricordato sempre chi non possono essere, proprio perché altro, sembra naturale per loro trovare nell’essere palestinesi la loro più vera identità.

Il fatto di essere lontani dalla terra di origine non indebolisce questo senso di identità, sembra anzi rafforzarlo. Dato che il diritto di tornare è di fatto negato ai palestinesi a cui non rimane altro che portare con sé la loro terra, rimanendo condannati a essere rifugiati, figli di un paese che molti neppure ricordano.

Gli stessi nonni di Mohammad, abbandonata la loro casa nel 1948, non sono potuti tornare in Palestina, e così i suoi genitori, come poi Mohammad e i suoi fratelli, sono cresciuti altrove. Impossibilitati a tornare in Palestina e non totalmente accettati nei nuovi paesi, molti palestinesi continuano a muoversi per trovare lavoro, studiare, o semplicemente per trovare migliori opportunità.

Figli della diaspora, sparpagliati per il mondo, come molti palestinesi, alcuni dei quali finiti in campi rifugiati che dovevano essere temporanei, ma si sono trasformati in quartieri veri e propri delle città che li hanno accolti. In questi luoghi, la situazione non è mai stata buona, soprattutto nei campi rifugiati, ma è peggiorata ancora nel 2018 quando gli Stati Uniti guidati da Trump hanno tagliato i fondi all’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi nel vicino oriente, UNWRA, riducendo di fatto di un quarto del budget dell’agenzia e limitandone così fortemente i servizi, cibo, istruzione, sanità.

La questione è complessa se si pensa che ad oggi, i rifugiati che vivono, soprattutto tra Giordania, Libano, Striscia di Gaza sono 5 milioni. In alcuni paesi, come in Giordania, i rifugiati contano per più della metà della popolazione.

Tra loro, persone che sono fuggite negli anni, anche a seguito della guerra del 1967, ma anche figli dei rifugiati della prima guerra. Le ferite della Nakbah sono infatti portate anche da chi questo conflitto non l’ha neppure vissuto. “In Giordania, dove sono cresciuto”, prosegue Mohammad, “le cose vanno meglio che altrove, nella striscia di Gaza o in Libano”.

Lì infatti i palestinesi non hanno diritto di fare mestieri lucrativi o di possedere proprietà privata, e anche dopo la laurea si trovano destinati a vivere sulla soglia di povertà. Molti non hanno neppure i documenti e non è certo li avranno mai.

Quella dei documenti è che un nipote di un rifugiato palestinese in Libano ha dato ad un giornalista della BBC. Alla domanda se dopo 70 anni dalla guerra, essendo nato in Libano come i suoi genitori si ritenesse un rifugiato, il ragazzo risponde “Vivo in un campo, non ho diritti, ho dei documenti che dicono che sono un rifugiato. Non ho un passaporto, non ho niente. Quindi, certo che mi sento un rifugiato”. Diritti e identità, diritti, possibilità di crearsi un futuro e rispetto di sé sono indissolubilmente legati e i paesi lo sanno molto bene.

Non dare diritto ai rifugiati di lavorare, o limitarne fortemente le possibilità, significa sottrarre strumenti alla comunità per la sua crescita e danneggiarla per le generazioni a venire.

Chi scappa, lascia tutto ciò che ha dietro di sé e così i rifugiati, ovunque finiscano, devono partire da zero, ricostruire. Non è cosa che stupisce il fatto che i rifugiati abbiano inizialmente meno mezzi di chi non ha mai lasciato casa.

Non hanno contatti, non hanno risorse, e, come avviene in alcuni paesi, sono legalmente discriminati. Poco importa che i palestinesi parlino arabo come i paesi che li accolgono, o che condividano molte della cultura, religione compresa.

Nel suo piccolo, Mohammad, la cui famiglia non è povera, mi racconta di come suo padre avrebbe potuto fare molta più fortuna, se non fosse stato palestinese.

È evidente come la migrazione, soprattutto di coloro che cercano rifugio, abbia effetti per molti anni a venire sulle generazioni che seguono. La mancanza di diritti mette in ginocchio intere comunità per molto tempo. Si pensa spesso, anche se spesso insufficientemente e male, a chi scappa dalle bombe, a progetti di accoglienza immediata per fare fronte a bisogni pratici.

Troppe volte però si dimenticano i figli e i nipoti di queste guerre, le generazioni che seguono e le cui vite sono però indissolubilmente legate al concetto di migrazione, di diaspora. Si dimenticano le persone che continuano a muoversi o si fermano, imprigionate in un limbo costruito con arte politica per limitare legalmente la loro libertà e intaccare la loro dignità. Persone che continuano la loro vita, ma che hanno un’etichetta a cui non possono sottrarsi e che ne determina le relazioni sociali, la salute mentale, le scelte di vita.

Da un lato, l’avere costantemente qualcuno che ti ricorda di appartenere ad un gruppo non voluto ha come effetto quello di rafforzare la volontà di farne parte, di identificarcisi più immediatamente.

Allo stesso tempo, la mente rimane vittima di questa perdita di identità e di questi continui insulti, decenni dopo la guerra. Il trauma si trasmette attraverso racconti, ma anche tramite gli occhi di chi ti considera un cittadino di seconda classe. Il trauma è collettivo, è il trauma di un intero popolo, e il semplice fatto di essere palestinese lega le persona nella rabbia e nel dolore, anni dopo, generazioni dopo.

Mohammad mi dice che lui stesso rimane stupito di come in qualsiasi contesto si trovi, viene naturalmente portato a legarsi con altri figli della Nakba.
Nonostante le differenze condividono qualcosa.

L’essere palestinese li rende tutti egualmente parte di una comunità in lotta.


Elettra Repetto

Dopo anni di attivismo in ambito ambientalista e dopo aver lavorato e collaborato con ONG italiane e greche che si occupano di richiedenti asilo e rifugiati, ho deciso di dedicarmi alla ricerca. Ora sono una dottoranda in Teoria Politica e Diritti Umani alla Central European University di Budapest/Vienna. Come membro di Eurodoc, il Consiglio Europeo dei Dottorandi, partecipo al gruppo di lavoro che combatte per equità e uguaglianza in ambito accademico.
I miei interessi di ricerca principali sono la disobbedienza civile, la giustizia globale, l’ambiente e la migrazione.
Oltre a collaborare con Melting Pot, sono chief editor di Rights!, una piattaforma editoriale specializzata in diritti umani.
Da anni porto avanti un progetto fotografico sull'identità e i luoghi.