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A Lesbo giornalisti rifugiati raccontano le loro storie

Katy Fallon e Nazanin Froghi, Aljazeera -24 settembre 2020

Naqib Rasoli, uno dei giornalisti rifugiati, ha scattato questa fotografia documentando le proteste a seguito dell'incendio di Moria [Naqib Rasoli].

Lesbo, Grecia – A seguito dell’incendio che ha distrutto gran parte del campo profughi di Moria, un gruppo di ex residenti ne ha documentato le conseguenze.

Nell’ultimo anno studenti di ReFOCUS Media Labs, un progetto co-fondato da Douglas Herman e Sonia Nandzik, hanno raccontato la vita nel campo di Moria.

Il nostro programma è sempre stato incentrato sul loro futuro, per cercare di portarli ogni giorno fuori da Moria, sia fisicamente che mentalmente, il più a lungo possibile“, spiega Herman, che insieme ai suoi studenti ha anche realizzato un lungometraggio.

Non è mai stato tra le nostre intenzioni far loro usare queste capacità per documentare la miseria e le condizioni in cui vivono. Ma il fascismo, la pandemia, e l’attuale indifferenza circa gli incendi ci hanno lasciato tutti senza altra scelta se non quella di denunciare e documentare qualsiasi cosa. Mentre i media mainstream si allontanano ogni giorno di più da ciò che sta accadendo a Lesbo, la nostra speranza collettiva è che queste persone non vengano dimenticate di nuovo“.

Nelle ultime settimane i giornalisti hanno continuato a documentare senza sosta.

Le loro storie si sono concentrate sulla vita in quarantena nel campo di Moria, fino all’ultimo incendio.

Dal momento che la polizia greca continua a negare alla stampa l’accesso ad alcune aree, gli studenti, dotati di macchine fotografiche e telefoni, sono stati spesso gli unici rimasti a documentare.

Quando ormai Moria era stata distrutta dal fuoco, siamo scesi in strada” ha riferito Mustafa Nadri, uno studente giornalista afghano.”Per molti giorni i giornalisti non hanno potuto nemmeno avvicinarsi alla zona, quindi gli studenti di ReFOCUS sono stati l’unico gruppo che ha potuto riportare ciò che succedeva durante le proteste“.

La possibilità di fare reportage da questi luoghi, spesso inaccessibili ad altri media internazionali, comporta dei rischi, ha continuato Nadri.

Se un giornalista internazionale ha qualche problema con la polizia, può rivolgersi a un avvocato; ma noi? Noi non abbiamo nessuno che ci aiuti, ma comunque continuiamo a documentare perché è nostro dovere“.

Yaser Akbari, un altro membro del team, ha raccontato che uno dei problemi è la mancanza di copertura che si riscontra quando i giornalisti rimangono sull’isola solo per brevi periodi di tempo. “Una questione molto importante per noi è l’assenza di connessioni tra giornalisti e rifugiati. Spesso vengono qui solo per scattare qualche foto, qualche video e poi se ne vanno. Noi tutto questo lo viviamo sempre, è ogni giorno davanti ai nostri occhi. Sarebbe molto più impattante e potente se si sapessero davvero le storie di chi viene fotografato“.

Tutti gli studenti rifugiati sono consapevoli delle problematiche rispetto alla fotografia e al consenso; per questo motivo non fotografano mai bambini, anche se spesso vedono altri giornalisti puntare senza problemi i loro obiettivi sui più piccoli.

D’altro canto Mohammed Ali, un altro degli studenti, riconosce l’importanza del ruolo che hanno certi giornalisti internazionali. “Dopo l’incendio di Moria siamo stati per strada per nove giorni. Ho visto molti giornalisti che cercavano di mostrare al mondo quello che stava succedendo. All’inizio temevamo che il nuovo campo sarebbe stato un campo chiuso, ma al momento ci è permesso uscire e andare a fare la spesa. Credo che i tanti giornalisti che sono venuti qui e hanno lavorato per mostrare a tutti i nostri problemi sono il motivo per cui non siamo stati chiusi in una prigione“.

Secondo Roxani Krystalli, docente della Scuola di Relazioni Internazionali dell’Università di St Andrews, le narrazioni dei rifugiati sono estremamente importanti per mostrare la portata dell’esperienza migratoria.

Una questione chiave è che gran parte dell’interesse umanitario, giornalistico e accademico per le vite delle persone rifugiate si concentra sulle loro esperienze di violenza, perdita e trauma. Senza negare l’importanza di queste, è importante ricordare che anche i rifugiati hanno storie di gioia – e molti di loro vogliono raccontarle perché sono parte della loro esperienza e della loro realtà tanto quanto le perdite. Mettere al centro le voci dei rifugiati può permettere che una narrazione più ampia e strutturata dell’esperienza emerga, al di là delle storie di violazione“.

Le immagini e i video realizzati dal team ReFOCUS si sono concentrate in gran parte nel raccontare la forza e la resilienza dei rifugiati stessi.

Molti degli studenti di Herman vivono ora in un nuovo campo temporaneo, Kara Tepe, chiamato da alcuni “Moria 2.0” – e continueranno a documentare ciò che accade.

Quando lavoro con i media e documento queste storie mi sento come un messaggero che può mostrare al mondo la situazione delle persone che vivono qui“, ha detto Yaser Taheri, un altro studente del team. “È una responsabilità pesante, ma mi fa sentire libero“.