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Campo di Moria: primi casi di COVID-19, il campo trasformato in un centro chiuso

Legal Centre Lesvos, 3 settembre 2020

Photo credit: Yousif Al Shewaili (@yousif_alshewaili)

3 settembre 2020 – Ieri, a seguito della conferma di un caso di COVID-19, le autorità greche hanno annunciato il lockdown totale del campo per rifugiati di Moria, con ingressi ed uscite esplicitamente proibite per i prossimi 14 giorni per tutti i residenti, personale di sicurezza escluso. Questo dopo oltre 5 mesi di lockdown totale del Campo di Moria, dove solo un numero limitato di persone aveva il permesso di uscire ogni giorno, per ragioni specifiche e previa autorizzazione. Questa mossa è esplicitamente contraria all’appello globale dell’UNHCR di liberare i richiedenti asilo da detenzioni arbitrarie causate dalla pandemia globale per il COVID-19.

Il Ministro della Migrazione ha colto questa opportunità per portare avanti i piani del governo e trasformare il campo rifugiati di Moria in un centro chiuso controllato, e ieri è stato concluso un contratto dal valore di circa un milione di euro tra il Ministro della Migrazione e dell’Asilo e AKTOR, la filiale edile della multinazionale ELLAKTOR Group per iniziare i lavori preliminari. Il Ministro ha affermato che la chiusura del campo è un processo “in corso”, che “migliorerà la situazione, non solo in termini di salute, ma anche di sicurezza, sia dei residenti che delle comunità locali”.

Questo annuncio segue la chiusura forzata dell’unità di isolamento COVID-19 di Medici senza Frontiere, adiacente al campo di Moria, nonostante svariati avvertimenti dei rischi devastanti che ciò avrebbe rappresentato per la salute dei residenti. Successivamente il Presidente della Repubblica Greca, in presenza del Ministro della Migrazione e dell’ambasciatore olandese ha inaugurato nel campo una clinica, gestita dallo Stato greco e finanziata dal governo olandese, ma dopo due settimane ancora non è stata resa operativa.

Le promesse di trasferimento legate al COVID-19 evidenziano problemi sistemici

Con il diffondersi delle notizie relative alla pandemia di COVID-19, campagne a livello europeo hanno fatto appello alla Grecia e agli Stati membri per evacuare i campi per rifugiati in Grecia, in ragione della loro impreparazione ad affrontare la pandemia globale. Molti Stati membri dell’Unione europea si sono offerti di trasferire individui vulnerabili dagli hotspot dell’Egeo o di trovare una soluzione per il trasferimento tempestivo di coloro che dovevano affrontare un ricongiungimento familiare. Dichiarazioni di questo tipo, anche se generose, mettono in luce problemi sistemici: l’ostilità degli Stati europei alla migrazione dal Sud Globale e la mancanza di programmi di trasferimento solidi ed equi, inclusi quelli relativi ai ricongiungimenti familiari.

L’introduzione dell’approccio hotspot nel 2015 e l’inserimento nella legislazione greca dell’accordo UE-Turchia nel 2016, che ha sostenuto la creazione del campo rifugiati di Moria e di altri siti sulle isole Egee, sono state presentate insieme ad altre due iniziative: un incoraggiamento da parte della Commissione europea agli Stati membri per mostrare la solidarietà con i paesi di primo arrivo, anche offrendo spazi di trasferimento; un modello di trasferimento obbligatorio, che avrebbe permesso a circa 160.000 persone di trasferirsi in un secondo stato membro dell’Unione europea. Questa solidarietà non si è mai materializzata, mentre gli sforzi per i trasferimenti hanno subìto una battuta d’arresto nel 2017, dopo che meno di un quinto del numero previsto di persone erano state trasferite.

Da quel momento, iniziative di trasferimenti ad hoc sono state strumentalizzate per mantenere le pubbliche relazioni degli Stati membri, mentre quegli stessi Stati hanno rifiutato sommessamente ogni responsabilità regionale o meccanismo di condivisione, e hanno utilizzato un’implementazione restrittiva e impropria del quadro di riferimento europeo di ricongiungimento familiare (come stabilito dal Regolamento europeo 604/2013, il c.d. “Regolamento di Dublino”) per negare alle persone il diritto di raggiungere i membri delle loro famiglie altrove sul continente.

L’applicazione impropria del diritto dell’Unione Europea da parte degli Stati membri continua a negare l’unità familiare

Durante il lockdown dei campi per rifugiati in Grecia, l’Unità Dublino non ha prolungato i termini per la presentazione o il riesame delle richieste di ricongiungimento familiare. Le domande fatte dopo la scadenza sono state spesso rigettate su due piedi, senza considerare alcun fattore attenuante; ad esempio, l’incapacità di rispettare la scadenza non è soltanto dovuta alla pandemia e al conseguente lockdown dei campi, ma anche al fatto che nessun tipo di aiuto legale viene offerto ai richiedenti asilo, inclusi i minori non accompagnati. Il carico di documentazione preteso va spesso molto oltre quanto richiesto effettivamente per legge, e questo causa ritardi aggiuntivi (come nel caso della prova del DNA) in un processo che, ufficialmente, dovrebbe occuparsi della riunificazione tempestiva di famiglie separate.

Inoltre, e nonostante il Regolamento Dublino affermi che gli interessi primari del bambino (Regolamento UE n. 604/2013, art. 13) e il rispetto della vita familiare (art. 14) dovrebbero essere presi in considerazione prima di qualsiasi altra cosa nella sua applicazione, ai minori richiedenti asilo è spesso negato il diritto di riunirsi con i membri della loro famiglia arrivati in Europa dopo di loro, nonostante il fatto che siano stati regolarizzati nello stato membro di accoglienza.

Questo è stato il caso di A, un bambino di 12 anni proveniente dall’Afghanistan, che vive in Germania con l’assistenza statale. La mamma di A, suo unico punto di riferimento dal momento della nascita, ha fatto richiesta di protezione internazionale in Grecia, dove vive con le due sorelle maggiori di A. La loro richiesta di raggiungere A in Germania è stata rigettata, per il fatto che lo status di A. in Germania non è considerato una forma di protezione internazionale.

E’ importante notare che se i loro ruoli fossero invertiti, se la madre di A. beneficiasse della suddetta forma di protezione in Germania e A. fosse solo in Grecia, ad A. sarebbe riconosciuta la possibilità di riunirsi con la madre, semplicemente perché presente in quello stato.

In realtà, la Germania trasgredisce sistematicamente i principi sostanziali del Regolamento Dublino, e si focalizza invece sul rispetto inflessibile delle scadenze da rispettare e sull’interpretazione selettiva dei requisiti tecnici per negare il diritto al ricongiungimento familiare. Le autorità tedesche emettono il maggior numero di rifiuti per “farsi carico delle domande inviate dalla Grecia, ignorando frequentemente le sfide pratiche affrontate dai richiedenti per presentare le domande in maniera tempestiva o per fornire prove evidenti che dimostrino i loro legami familiari.

In tutta Europa, sentenze dei tribunali hanno ridotto ulteriormente la capacità delle famiglie di riunirsi. In Svezia, per esempio, la Corte suprema per l’Immigrazione ha stabilito che il rigetto di una richiesta di ricongiungimento familiare presentata ai sensi dell’articolo 17.2 del Regolamento Dublino (che include, tra l’altro, considerazioni umanitarie e familiari) non può essere impugnato.

In questo contesto minaccioso il Centro legale di Lesbo ha rappresentato più di cinquanta famiglie nei procedimenti Dublino dal momento dell’inizio del lockdown a marzo. Molti di questi casi sono ancora in corso, ma quelli di almeno sedici famiglie, incluse quelle che avevano già ricevuto rifiuti in base alla sentenza di cui sopra, sono state approvate negli ultimi quattro mesi dopo l’intervento del Centro Legale. Questi successi hanno portato, o porteranno, a ricongiungimenti in otto diversi Stati Membri, e includono:

– H, un minore non accompagnato dall’Afghanistan, al quale è stata concessa la riunificazione con suo fratello maggiore in Germania. Durante il periodo trascorso a Lesbo, H ha vissuto solo, come molti minori non accompagnati, nei boschetti di olive che circondano il campo rifugiati di Moria. La sua domanda era stata inizialmente rigettata, ma grazie alla richiesta da parte del Centro Legale di Lesbo di riesame e di aggiunta di ulteriori informazioni (con il supporto dei suoi parenti e dei loro assistenti in Germania) alla fine è stata accettata. All’inizio del mese, H si è messo in viaggio e ora risiede felicemente a Berlino;

– S, una donna apolide della comunità di Bidun in Kuwait e i suoi quattro figli minori, potranno ricongiungersi con il marito e padre dei bimbi in Inghilterra. La domanda di S era stata inizialmente rigettata a causa di errori nella candidatura, che la donna aveva inviato senza assistenza legale e riscontrando difficoltà nel rintracciare suo marito. Una successiva istanza era stata presentata sulla base dell’Articolo 17.2, ed era stata ulteriormente rigettata. Un riesame della richiesta inviata dal Centro legale di Lesbo ha portato alla fine ad un’accettazione. La famiglia ne è stata lietissima anche se S ha dovuto aspettare altri tre mesi prima di andare in Inghilterra;

– K, sua moglie F, i loro quattro figli minori e la loro figlia adulta S si recheranno in Svizzera per raggiungere loro figlio (e fratello) minore. Dato che S è un adulta il suo caso doveva essere depositato separatamente ai sensi dell’articolo 17.2, ma siamo stati lieti che sia stata accettata in primo grado. La famiglia vive nel campo profughi di Moria dal novembre dello scorso anno: nessuno dei bambini ha avuto accesso alle scuole in quel periodo e la salute di F si sta deteriorando. Nonostante l’accettazione del loro caso tre mesi fa, sono ancora in attesa di notizie sul loro trasferimento.

Ricongiungimento o “lotteria del trasferimento”

In almeno un caso, una famiglia a cui era stato negato il ricongiungimento sulla base al Regolamento Dublino è stata in seguito riunita grazie a un programma immediato di ricongiungimento promosso per il COVID. J, una madre single che vive in Grecia con suo figlio minore malato cronico, ha fatto richiesta di ricongiungimento con sua figlia e suo figlio minore, che vivevano in Germania. In una situazione assimilabile al caso di A, descritto supra, a J e a suo figlio è stato rifiutato il ricongiungimento, dato che i figli di A. in Germania non sono stati considerati beneficiari della protezione internazionale.

Ciononostante, J ha beneficiato in seguito di un programma di trasferimento immediato promosso per il COVID per richiedenti asilo vulnerabili che si trovano in Grecia e che devono spostarsi in Germania – ed è potuta andare in Germania. Nonostante la vicenda sia finita bene, il trauma che J e suo figlio hanno sperimentato mentre vivevano nel campo rifugiati di Moria e l’angoscia emotiva di vedersi rifiutare il ricongiungimento familiare con i figli minori in Germania non potrà essere cancellata dal trasferimento che alla fine è stato accordato.

Il caso di J dimostra invece la prassi restrittiva utilizzata dagli Stati per rifiutare le loro responsabilità legali nei confronti dei richiedenti asilo, incluse le famiglie vulnerabili, e il fatto che troppo spesso tali programmi di ricongiungimento sono un vero terno al lotto.

L’informazione riguardante i programmi di trasferimento legati al COVID è stata scarsa, a dir poco. Ci sono state informazioni limitate riguardo l’implementazione di ogni programma, non vi è stata pubblicazione dei criteri richiesti, né opportunità garantite ai migranti stessi di iscriversi a queste iniziative.

Il coordinamento congiunto delle offerte degli Stati membri di ricollocare i minori non accompagnati dalle isole ha portato a centinaia di valutazioni dell’interesse superiore condotte dall’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo (EASO), l’ufficio solitamente incaricato di condurre i colloqui per l’asilo. Il personale dell’EASO non aveva ricevuto una formazione adeguata sugli approcci ai colloqui sensibili ai minori, né sulla protezione dei minori.

I minori non sono stati informati se la loro ricollocazione fosse garantita, per non parlare della possibilità di viaggiare negli Stati di loro preferenza. A dire il vero, durante il programma, la Germania ha ritirato la sua partecipazione, e non sono stati fatti sforzi per informare i minori che avevano espresso la volontà di viaggiare in Germania (vista la presenza di parenti in quello Stato) del ritiro del paese dal programma.

Da allora alcuni minori sono stati trasferiti in diversi paesi europei, ma coloro che hanno completato i colloqui e non sono stati trasferiti non sono sicuri che il loro caso sia stato effettivamente respinto. Inoltre, i bambini che sono stati accettati per la ricollocazione in Francia sono stati successivamente trasferiti ad Atene, dove sono stati condotti i colloqui di ammissibilità all’asilo presso l’ambasciata francese. Coloro che erano stati considerati provvisoriamente ammissibili all’asilo sono stati successivamente trasferiti.

I programmi di trasferimento sono generalmente considerate opere filantropiche, che aprono una strada sicura ai migranti più vulnerabili lontano dagli hotspot dell’Egeo. I programmi di trasferimento implementati immediatamente dopo il COVID hanno fino ad ora mancato di trasparenza e hanno avuto un impatto limitato, alimentando invece la narrativa secondo la quale soltanto i migranti più vulnerabili, e quelli che sono stati preselezionati dalle autorità statali, si meriterebbero di essere trasferiti nel continente europeo.

Complicità dell’UE nel passaggio delle autorità greche alla detenzione di massa
Si sapeva, da mesi, che il COVID-19 avrebbe raggiunto il campo rifugiati di Moria. E’ stato ampiamente documentato che coloro che vi risiedono (incluse centinaia di persone vulnerabili, che non sono state evacuate) vivono in condizioni anti-igieniche e sovraffollate, come hanno fatto per anni, e che misure preventive di base sono inesistenti. E’ diventato evidente, specialmente nelle ultime settimane, che l’ostilità degli Stati greci nei confronti delle organizzazioni che operano in solidarietà nei confronti dei migranti ha ristretto maggiormente l’accesso già limitato alle cure sanitarie.

La risposta degli Stati membri dell’Unione europea, alla luce di questa disperata realtà, è stata terribile, e non è stata una sorpresa. Gli Stati membri sono complici nella violazione sistematica dei diritti umani al confine dell’Unione europea, sia che queste violazioni si manifestino nel campo rifugiati di Moria, nelle procedure di asilo e nei meccanismi associati al ricongiungimento familiare, o nelle pratiche criminali ai confini.

Nel contesto di una pandemia globale, gli Stati membri hanno scelto di procedere con pratiche di trasferimento limitate a servizio della loro immagine pubblica piuttosto che affrontare alla base questi problemi sostanziali. Dato che le autorità greche strumentalizzano ora apertamente la pandemia per seguire il loro obiettivo, preesistente, di estendere la detenzione preventiva dei richiedenti asilo, il silenzio di altri Stati membri e istituzioni europee non è più soltanto evidente, ma previsto.