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Isola di Lesvos, Moria atto secondo

Un commento di Aegean Boat Report sul nuovo campo militarizzato

Photo credit: Aegean Boat Report

Isola di Lesvos – Questo “temporaneo” nuovo campo per rifugiati situato in Kara Tepe, dopo l’incendio di Moria, potrebbe apparire da lontano pulito e gradevole, ma quando si dà un’occhiata più da vicino, sotto diversi aspetti, non tutto è come sembra.

A seguito della distruzione di Moria c’è stato un disperato bisogno di alloggi per le migliaia di persone rimaste senzatetto, con famiglie che vivono per strada, in parcheggi e colline nelle aree circostanti. Chiamare “casa” le baracche in cui vivevano nella giungla è oltraggioso, ma era tutto ciò che avevano.
La domanda è: questo nuovo campo è un miglioramento rispetto a ciò che avevano, o è un nuovo “inferno” in costruzione, dove la restrizione di movimento è l’obiettivo principale?

Le autorità greche hanno voluto creare campi chiusi per un lungo periodo, prigioni nelle quali poter rinchiudere tutti, anche famiglie e bambini, controllando i loro movimenti e limitando l’accesso ai bisogni primari, alla difesa legale, all’assistenza sanitaria, ai giornalisti, con il pretesto di “proteggerli”, pensando così unicamente ai loro interessi. Bisogna ancora capire se le persone potranno muoversi liberamente dentro e fuori da questo nuovo campo, passeggiare, fare compere, in qualunque momento vogliano, come me e te, senza essere fermati da una recinzione col filo spinato, ma noi ne dubitiamo fortemente.

Per mettere il proverbiale “ultimo chiodo nella bara”, hanno sottolineato che solo alle persone che vivono all’interno del nuovo campo verranno processate le richieste di asilo, e se questo non fosse abbastanza, hanno proibito a tutte le organizzazioni di introdurre cibo nel campo.

Molte persone non volevano andare in questo nuovo campo, erano spaventati da cosa rappresentasse e come avrebbe influenzato le loro vite.
Il governo greco inizialmente provò un approccio amichevole, chiedendo alle persone di “trasferirsi” nelle loro nuove “case”, dicendo che si sarebbero curati dei loro bisogni giornalieri e che sarebbe stato un buon posto sicuro dove vivere. Quando il governo realizzò che le “buone maniere” non stavano funzionando, cominciò a distribuire volantini e inviare messaggi alle persone in zona, dicendo che loro erano gli unici di cui potessero fidarsi; una dichiarazione oltraggiosa che in pratica insinua che le organizzazioni, le ONG, i volontari, i giornalisti ecc. “ti stanno usando”.

Caro richiedente asilo, se ti trovi a Lesvos, l’unico posto sicuro per te e la tua famiglia è il nuovo campo. Lì, lo stato greco garantisce la tua sicurezza e ti fornisce elettricità, acqua, cure mediche, Wi-Fi ecc. Informati solo attraverso autorità competenti. Non fidarti di nessun altro, ti stanno usando”.

Quando anche questa strategia fallì usarono qualcosa che chiamano “forza amichevole”: è un ossimoro, non è realmente possibile venir considerati amichevoli e utilizzare la forza allo stesso tempo. Hanno creato corridoi nelle strade dove le persone vivevano, bloccando le vie con i bus della polizia da entrambe le estremità, muovendosi con un enorme dispiegamento di forze di polizia per “convincere” le persone a spostarsi. Non c’era alcuna possibilità di rivoltarsi alla polizia munita di scudi, manganelli e pistole, non avevano altre opzioni, le persone dovevano obbedire. Per rendere difficile la possibilità di documentare, ai giornalisti è stato proibito l’accesso all’area, è stata proibita la “libertà di stampa”, ci chiediamo di cosa avessero paura…

In soli cinque giorni il governo greco, in cooperazione con l’UNHCR, è riuscita a procurarsi migliaia di tende, bagni, letti e fondi a sufficienza per creare questo immenso campo, sembra quasi un “miracolo”.

Negli ultimi cinque anni non sono stati in grado di fornire “abitazioni” adeguate a Moria, quando nella “jungle” le persone hanno dovuto arrangiarsi come potevano, facendo baracche con teloni e immondizia; ora all’improvviso riescono magicamente a disporre di tutto il necessario, come può essere? Avevano ovviamente queste tende in un qualche magazzino, perché non le diedero alla persone quando ne avevano un disperato bisogno, perché lasciarle a soffrire inutilmente per cinque anni quando è stato possibile realizzare tutto questo in appena cinque giorni?

Come abbiamo già scritto, questo campo appare adeguato da distante, ma dopo esser scesi dalle nuvole, la realtà racconta una storia piuttosto diversa. In primo luogo questo campo è stato costruito fronte mare, il che significa che quando sopraggiungerà l’inverno le persone congeleranno a morte, e se non sarà il freddo ad ucciderle, annegheranno probabilmente nel fango, o sarà il terreno inquinato su cui sono costruite le tende a dare il colpo di grazia. L’area è nota per gli allagamenti in periodi di pioggia, e non c’è un sistema di drenaggio adeguato per gestire l’ammontare d’acqua che ci sarà nei prossimi mesi.
La maggior parte delle tende si trova a diretto contatto con il suolo, senza ghiaia o pallet, molte senza alcun tipo di pavimento. Il campo è costruito su un vecchio poligono di tiro militare, il terreno è letteralmente pieno di proiettili, frammenti di granate e dio solo sa cos’altro hanno usato i militari nella zona nel corso degli anni. Il personale militare ha controllato il terreno con metal detector, ma che il terreno sia inquinato è una certezza. E in quest’area lasceresti vivere e giocare i tuoi figli? Ne dubitiamo fortemente. Ma per questi bambini, probabilmente va bene così… giusto?

Nelle foto possiamo vedere solo delle grandi tende in fila, l’interno non si vede. Queste grandi tende ospiteranno circa 200 uomini in letti a castello, che dormiranno e vivranno letteralmente uno sopra l’altro. Dicono che le tende verranno chiuse la notte, e se questo è vero, ci ha dato l’impressione di una baracca in un campo di consacrazione.

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Quando le è stato chiesto di commentare la rilocazione delle persone in questo campo, Astrid Castelein, capo di UNHCR, ha detto: “Finché è pacifico, crediamo che sia una buona mossa, stare per strada è un rischio per la sicurezza, per la salute pubblica e non sarebbe dignitoso, cosa di cui abbiamo bisogno per tutti”. Ci domandiamo da che parte stia l’UNHCR perché quando parla di dignità e sicurezza non può certamente fare riferimento alle persone nel campo, che dietro a recinzioni e filo spinato vivono nel fango su terreni inquinati; quindi chi stanno proteggendo veramente?

Non ci è voluto molto perché l’UNHCR si spingesse fino a chiedere fondi sui social per i loro “sforzi” a Lesvos. Philippe Leclerc, il rappresentante greco dell’UNHCR non ha sprecato tempo quando si è presentata l’opportunità di richiedere più soldi, ma non ha sollevato un dito quando 20mila persone stavano congelando a Moria lo scorso inverno, e questo è puramente ipocrita.
Dobbiamo essere onesti, la maggior parte del supporto ai rifugiati greci degli ultimi cinque anni è arrivato da organizzazioni indipendenti e dalle ONG, e NON dall’UNHCR: avere quindi la sfacciataggine di chiedere alle persone di dar loro altri soldi è semplicemente spregevole!

L’area su cui sorge il campo è, lo ribadiamo, territorio militare. E come in molte altre aree militari, anche in questa vige un divieto di ripresa video. Questo significa che giornalisti, e in generale ogni altra persona, ha un ristretto accesso all’area, e documentare con video e foto la situazione all’interno del campo, anche solo dall’esterno, può essere considerato un reato.

Cosa accadrà alle persone all’interno del campo è difficile da predire, ma il fatto che sarà dietro a doppie recinzioni e filo spinato, chiuso da un cancello con accesso a videosorveglianza, custodito da una massiccio dispiegamento di forze di polizia, da più l’idea di prigione che di un campo rifugiati. Dicono che questo campo sarà solo “temporaneo”, ma avendo firmato un contratto di locazione per i prossimi cinque anni per l’astronomica cifra di 2.9 milioni di euro, sufficiente per acquistare tre volte l’area, nella realtà sembra essere una soluzione più permanente di quanto non vogliano dare a vedere.

È questo un “miglioramento” rispetto a Moria? Noi diremo che è l’opposto, un ulteriore tentativo di trattare persone che cercano protezione e riparo in Europa nel modo più sprezzante possibile, senza alcuna preoccupazione per i loro bisogni; è un “Moria atto secondo”, un inferno in via di costruzione, e abbiamo lasciato che accadesse di nuovo…

#Lesvoscalling

Una campagna solidale per la libertà di movimento
Dopo il viaggio conoscitivo a ottobre 2019 a Lesvos e sulla Balkan route, per documentare e raccontare la drammatica situazione sull'isola hotspot greca e conoscere attivisti/e e volontari/e che si adoperano a sostegno delle persone migranti, è iniziata una campagna solidale lungo la rotta balcanica e le "isole confino" del mar Egeo.
Questa pagina raccoglie tutti gli articoli e il testo di promozione della campagna.
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