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Lesvos – Le minacce del governo greco agli sfollati di Moria

Intervista al giornalista Valerio Nicolosi appena rientrato dall'isola

Photo credit : Valerio Nicolosi, il manifesto.it

In questo momento ti trovi sull’isola di Lesbo, dove noi come attiviste e attivisti della Campagna Lesvos calling siamo stati diverse volte, l’ultima nel gennaio scorso. Già a inizio anno per le migliaia di vite intrappolate sull’isola di Lesvos le condizioni di vita erano inaccettabili. Una situazione esplosiva che si è ulteriormente aggravata con un lockdown di 5 mesi imposto al campo di Moria.
Puoi raccontarci com’è ora la situazione sull’isola? Cosa hai visto nei giorni di permanenza a Lesvos?

La situazione sull’isola è potenzialmente esplosiva, il problema vero è che i diritti umani ancora una volta vengono calpestati. Se Moria era effettivamente un inferno, la condizione in cui sono in questo momento gli sfollati – perché di fatto sono richiedenti asilo, ma ora dopo l’incendio sono anche sfollati – è ancora peggiore perché a Lesbo è tuttora molto caldo, fanno 30 gradi per tante ore durante il giorno e sono accampati lungo la litoranea, una strada dove non c’è possibilità di riparo. Alcuni sono riusciti ad arrivare sotto a un uliveto, vicino al mare; sono passati da avere pochissimo e vivere male dentro quel campo a non avere più nulla e vivere con nulla perché l’acqua è pochissima e non è neanche particolarmente pulita (viene da alcuni tubi che di solito servono per irrigare i campi), il cibo non basta per tutti. Ho documentato anche con una foto aerea la fila di migliaia e migliaia di persone in attesa per il cibo che non è sufficiente. La distribuzione è una volta al giorno. E’ una condizione disastrosa che l’Unione Europea dovrebbe risolvere immediatamente con l’evacuazione.

Il 15 settembre scorso è stato pubblicato su “il manifesto” un tuo reportage da Lesbo dal titolo: “Nel limbo dopo l’Inferno. Tra gli sfollati di Moria in attesa della nuova prigione”. Sappiamo infatti che sono stati messi a disposizione dei fondi per la costruzione di un nuovo campo profughi. Ce ne puoi parlare meglio?

I migranti si trovano in questo limbo per cui il governo greco li sta minacciando: se non entrano nel nuovo campo – per il quale l’esercito ha lavorato giorno e notte ed è stato tirato su in tempi record – non saranno mai trasferiti. Ma entrare in quel campo vuol dire rinunciare di nuovo alla possibilità di movimento, dopo quel lungo lockdown che dicevi. Dopo questi lunghi mesi senza possibilità di movimento, adesso i migranti dovrebbero tornare in un campo dove se entri non esci più. Si tratta di un campo organizzato sul momento le cui tende sono fatte di plastica, quindi calde d’estate e fredde d’inverno; è tutto realizzato su una spianata di terra che dà sul mare e con le prime piogge non diventerà altro che una spianata di fango. Quello che ho tentato di raccontare in questi giorni con gli articoli, sui social e in generale con qualsiasi mezzo a disposizione è proprio questo: la “Fortezza Europa” continua a chiudersi in sé stessa, lasciando assolutamente da parte i diritti umani e le persone. Prova di ciò è stata la passeggiata che ha fatto nei giorni scorsi Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, che è arrivato su questo campo e ha detto che c’è bisogno di lavorare ancora per rafforzare le frontiere dell’Europa e di trovare accordi con i Paesi esterni all’UE.

Credi che la risposta dell’UE sia frutto della reale incapacità degli Stati membri o piuttosto dell’espressione di un chiaro disegno politico europeo?

Io credo che sia un mix di entrambe. Da un lato c’è l’incapacità dei governi di fare la scelta coraggiosa, ovvero quella di prendersi la responsabilità e gestire un flusso migratorio che li coinvolge da più di dieci anni – perché questo porterebbe pochi voti internamente – e di conseguenza i singoli paesi creano una non linea politica europea comune. Al tempo stesso, però, questa non linea politica concreta fa sì che la cosa più facile sia chiudere le frontiere e dire che non c’è possibilità di accoglienza. In realtà se pensiamo ai flussi migratori – che si aggirano intorno alle 100-120mila persone all’anno – e se dividiamo per i 27 Paesi membri, sarebbero poca cosa, soprattutto in Italia, se si pensa che i paesi sulla dorsale appenninica sono praticamente svuotati, pensare di non poter ospitare delle persone fa un po’ ridere. E questo vale anche per gli altri paesi.

Stiamo seguendo le diverse associazioni e ONG che operano a Lesvos conosciute nei nostri viaggi. Che tipo di supporto stanno dando in questo momento?

Le ONG stanno facendo quello che non fa il governo ovvero dare assistenza: per esempio il cibo che non basta, come dicevo prima. Stanno anche dando supporto medico, altra cosa che il governo non fa, limitandosi a fare tamponi rapidi a coloro che in maniera volontaria entrano nel nuovo campo. Parliamo di 1.000 persone su 12.000. Il governo predispone tamponi per covid e basta, non dà assistenza. Quindi le organizzazioni, i volontari e gli attivisti, quel movimento che io ho definito in passato come “laboratorio solidale europeo” di giovani che arrivano da tutti i paesi stanno tenendo in piedi la situazione nella restricted zone, ovvero quella “zona rossa” dove ci sono circa 10mila persone accampate per strada. Il governo si limita a mettere dei blocchi della polizia agli ingressi e basta, non fa nient’altro.

Parlando ancora di ONG, nei giorni scorsi Giorgia Linardi – portavoce in Italia della Sea Watch – ha denunciato lo stop imposto dall’Enac ai voli di monitoraggio civile sul Mar Mediterraneo da parte di Moonbird, l’aereo della organizzazione tedesca. “Lo Stato italiano ha chiuso i nostri occhi sul Mediterraneo centrale” ha dichiarato Giorgia Linardi.

C’è una guerra alle ONG. In generale a chi fa solidarietà, quindi anche ai singoli attivisti o ai giornalisti che sul campo che cercano di raccontare in maniera indipendente quello che accade. Penso appunto a Moonbird, l’aereo di monitoraggio della Sea Watch, ma anche alle navi presenti nel Mediterraneo centrale che vengono sistematicamente bloccate (in questo momento la Sea Watch 3 è bloccata, la Sea Eye è tornata in mare dopo mesi di blocco, ma la Sea Watch 4 è a rischio di blocco, come anche la Open Arms).
Anche sulla rotta balcanica e sulle isole greche c’è una guerra alla solidarietà. Una settimana fa attivisti che fanno parte di una organizzazione che fa monitoraggio di violazione di diritti umani nel tratto di mare fra Lesvos e la Turchia, insieme all’equipaggio di Mare Liberum, sono stati fermati e portati in questura, dove la polizia ha sequestrato tutti i dispositivi elettronici. E’ stata un’intimidazione. Penso anche a Refugee Rescue, un’altra realtà che opera a Nord di Lesbo, a Skala Sikamineas, che faceva search and rescue. In questo momento hanno fermato la loro missione proprio perché più volte hanno avuto problemi con la guardia costiera greca, che invece fino a poco tempo fa era una stretta collaboratrice. Esattamente come capita con la guardia costiera italiana, che fino al 2017 coordinava le ONG poi Minniti ha deciso che queste erano brutte e cattive, e quindi andavano fermate. Quindi sì, c’è una guerra alla solidarietà.

– Leggi l’articolo di Valerio Nicolosi su Altreconomia.it
Quel che resta di Moria. A Lesbo per i rifugiati inizia un’altra detenzione

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Questa pagina raccoglie tutti gli articoli e il testo di promozione della campagna.
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Avv. Arturo Raffaele Covella

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Sono impegnato da anni nell’ambito della tematica del diritto dell’immigrazione, con particolare attenzione alla protezione internazionale e alla tutela dei lavoratori stranieri. Collaboro con diverse associazioni locali che si occupano di migrazioni. Scrivo per diverse riviste.

Eleonora Sodini

Studio sociologia presso l'Università Ca' Foscari e sono attivista presso il Laboratorio occupato Morion di Venezia. Mi occupo di immigrazione.