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Al di là del bene e del mare: la criminalizzazione della solidarietà e i respingimenti illegali sulla Eastern Route

Intervista a Philipp Hahn - capitano e capo missione della Sea Watch e di Mare Liberum

Philipp Hahn

traduzione di Mara Degiorgi

Lesvos, 14 ottobre 2020 – “Ho voluto darvi appuntamento qui perché è proprio qui che i fascisti ci hanno attaccato”. Philipp Hahn – capitano e capo missione della Sea Watch e di Mare Liberum ci accoglie sulla spiaggia di Skala Loudron. Le grandi lettere bianche risaltano sul fianco metallico rimandano immediatamente ad uno dei primi libri sul diritto internazionale. E’ l’unica imbarcazione ormeggiata, la “Mare Liberum“.

“Ciascuno è libero, per diritto delle genti, di viaggiare sul mare in quei luoghi e presso quelle Nazioni che a lui piaccia” – Ugo Grozio, Mare Liberum

Saliamo. La nave veniva utilizzata inizialmente per le operazioni di ricerca e soccorso, ma le piccole dimensioni e l’età dell’imbarcazione, che supera i cent’anni, hanno fatto sì che venisse destinata alle missioni di monitoraggio della cosiddetta “Eastern Route”, la rotta migratoria che collega la penisola turca alle porte dell’Europa.

Quello che però doveva essere un semplice lavoro di ricognizione, in breve tempo si è trasformato in un potente strumento di denuncia: la Mare Liberum infatti, è stata in grado di documentare le numerose pratiche inumane e illegali messe in atto dalla guardia costiera greca, dall’agenzia Frontex e persino dalla NATO. Sono almeno 7.300 persone le persone respinte al largo dallo scorso marzo. Il copione è sempre lo stesso: i gommoni, dopo aver raggiunto faticosamente le acque territoriali greche, vengono intercettati dalle navi militari europee, privati del motore e spinti in mano alle autorità turche.

A rendere ancora più turbolenta la stretta lingua di mare che divide la Grecia dalla Turchia è la prassi grottesca che le autorità greche hanno messo a punto durante i mesi estivi.

Una volta intercettati i gommoni, la guardia costiera ellenica stipa i migranti all’interno delle zattere di salvataggio, spingendoli alla deriva fino alla presa in consegna da parte della Turchia.

Lo stesso procedimento viene messo in atto anche quando le precarie imbarcazioni di migranti riescono ad attraccare sulle coste greche, con la polizia che dà vita a una vera e propria caccia all’uomo e che termina con il solito epilogo: l’abbandono in mezzo al mare e la riconsegna alla Turchia.

Nelle ultime settimane la criminalizzazione delle ONG attive nel supportare i migranti nelle isole dell’Egeo nord-orientale, si è fatta sempre più pressante.

Il 5 settembre la Mare Liberum è stata fermata e perquisita dalle autorità di polizia di Atene, che hanno sequestrato computer e cellulari dell’equipaggio. Quindici giorni dopo, una conferenza stampa della polizia di Mitilene ha reso noto che 35 persone, di cui 33 membri di quattro diverse ONG, erano indagati per una serie di reati gravissimi che spaziano dal traffico di esseri umani allo spionaggio, associazione a delinquere, violazione di segreti di Stato e del codice dell’immigrazione.

A fianco delle persecuzioni giudiziarie si trovano anche le aggressioni messe in atto dai neofascisti sull’isola. Durante il mese di febbraio gruppi di estremisti hanno inseguito l’equipaggio fino al porto in cui la nave era ormeggiata, lanciando pietre e minacciando di bruciare l’imbarcazione. Nonostante la recente condanna di Alba Dorata le aggressioni di stampo nazifascista, non accennano a diminuire e risultano essere tuttora all’ordine del giorno.

Non di soli pushbacks vive però l’Unione Europea.

La frontiera dell’Europa fortezza si dilata nel tempo e nello spazio, criminalizzando gli attivisti e peggiorando sempre più le condizioni di vita delle persone che dopo l’agognato sbarco finiscono nei campi.
Quanto è accaduto dopo l’incendio di Moria ne è la conferma.

Il nuovo campo governativo allestito sulla spiaggia, in meno di una settimana è finito allagato due volte. Ogni angolo risulta completamente militarizzato, con pattuglie in assetto antisommossa che si alternano giorno e notte per controllare le 8000 persone che vivono all’interno.

Esempi virtuosi di prima accoglienza vengono invece gradualmente smantellati: il campo di Kara Tepe – gestito dalla municipalità di Mitilini – entro la fine dell’anno dovrà essere chiuso mentre Pikpa, il campo autogestito dall’organizzazione Lesvos Solidarity, sta vivendo la minaccia di sgombero imminente. Sebbene le intenzioni del governo siano chiare ed inequivocabili, la determinazione degli attivisti e dei solidali di tutto il mondo riescono ad aprire alcuni spiragli di speranza.

Mercoledì 14 ottobre è giunta la notizia che il ministero ha temporaneamente sospeso le operazioni di evacuazioni in seguito alle numerose pressioni ricevute: “Per il governo non può esistere un’accoglienza senza polizia e filo spinato. Per noi invece è possibile. – hanno dichiarato gli attivisti – e per questo continueremo a lottare“.

#Lesvoscalling

Una campagna solidale per la libertà di movimento
Dopo il viaggio conoscitivo a ottobre 2019 a Lesvos e sulla Balkan route, per documentare e raccontare la drammatica situazione sull'isola hotspot greca e conoscere attivisti/e e volontari/e che si adoperano a sostegno delle persone migranti, è iniziata una campagna solidale lungo la rotta balcanica e le "isole confino" del mar Egeo.
Questa pagina raccoglie tutti gli articoli e il testo di promozione della campagna.
Contatti: lesvoscalling@gmail.com