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Ceuta, un limbo sociale e giuridico

Intervista a Reduan Mohamed Jalid di Dignum, associazione che si batte per il diritto all'educazione di donne e bambini migranti

Photo credit: Reduan Mohamed Jalid

Ceuta è una città in miniatura, un fazzoletto di terra di 19 km², delimitata a sud-ovest dal confine terrestre con il Marocco, a sud-est dal Mar Mediterraneo e a nord dallo Stretto di Gibilterra, che la separa dalla Penisola iberica. Sullo Stretto, in territorio marocchino, si erge una montagna, il nome arabo è Jebel Musa, quello spagnolo la “mujer muerta” (la donna morta). Le sue vette, che ricordano il profilo di una donna addormentata, sono perfettamente visibili da Benzù, una frazione di Ceuta. Nel paesaggio c’è un elemento fuori posto: sul fianco della montagna è costruita una duplice fila di reticolato, che si srotola fino allo Stretto, disegnando una linea artificiale tra il mare e la terraferma.

La mujer muerta, vista da Benzù - ph: Reduan Mohamed Jalid
La mujer muerta, vista da Benzù – ph: Reduan Mohamed Jalid

Più a sud, vicino all’omonimo valico di frontiera con il Marocco, c’è la spiaggia di El Tarajal. Qui la recinzione si allunga per qualche metro nel mare. Il 16 febbraio 2014 un gruppo di persone, nel tentativo di circumnavigare il molo e nuotare fino alla spiaggia, veniva raggiunto dai proiettili di gomma e dai gas lacrimogeni della Guardia Civil, che causavano quattordici morti e decine di feriti.

La barriera con il Marocco è stata costruita alla fine degli anni novanta, con l’intensificarsi dei flussi migratori lungo la rotta subsahariana. Lo scorso anno sono iniziati i lavori per la sostituzione del filo spinato, istallato nel 2005, con una struttura in acciaio di forma cilindrica, che rende difficile la presa. Così facendo il muro è stato innalzato di tre metri e adesso arriva a sfiorare i dieci metri d’altezza; dal lato del Marocco, però, il filo spinato non è stato rimosso. Oltre il muro, si intravedono gli accampamenti militari delle forze ausiliarie marocchine, la cui presenza al confine è stata di recente rafforzata.

Sullo sfondo gli accampamenti militari delle forze ausiliarie marocchine - ph: Reduan Mohamed Jalid
Sullo sfondo gli accampamenti militari delle forze ausiliarie marocchine – ph: Reduan Mohamed Jalid

Le persone fermate nel tentativo di scavalcare vengono immediatamente respinte in Marocco. Un trattamento simile viene riservato ai migranti che tentano di accedere a Ceuta via mare. La prassi dei respingimenti immediati, in spagnolo “devoluciones en caliente”, per anni è stata praticata in un contesto di sostanziale impunità, finché ha trovato un fondamento giuridico nella Ley de Seguridad Ciudadana del 2015. Da allora alle enclavi spagnole si applica un regime speciale. La legge prevede che gli stranieri fermati mentre tentano di superare, in gruppo, gli strumenti di contenimento di frontiera, per attraversare irregolarmente il confine con Ceuta e Melilla, possono essere respinti ai fini di impedirne l’ingresso illegale in Spagna.

Per garantire ai richiedenti asilo l’accesso alla protezione – e, implicitamente, giustificare i respingimenti immediati in tutti gli altri casi – nel marzo 2015 veniva inaugurato un ufficio per l’asilo al valico di frontiera del Tarajal. Per cinque anni l’ufficio è rimasto inoperativo; fino ad un mese fa non era stata registrata neppure una domanda di asilo. A ciò va aggiunto che per i cittadini di origine subsahariana l’accesso all’ufficio per l’asilo è quasi impossibile, proprio per l’opera di contenimento realizzata sul versante marocchino, che rende difficile anche solo avvicinarsi al valico di frontiera.

Ceuta è una realtà complessa, dove i flussi migratori si intrecciano a problematiche di natura sociale, ancora irrisolte. L’emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del Covid-19 ha aggravato ulteriormente la situazione dei diritti umani. Il numero dei positivi al virus sta crescendo; mentre il centro di permanenza temporanea (CETI) di Ceuta è stato a poco a poco decongestionato e parte dei suoi ospiti trasferita in Penisola, nel CETI di Melilla la situazione resta tragica.

Di seguito l’intervista a Reduan Mohamed Jalid, attivista di Ceuta e membro di varie organizzazioni tra cui Alarm Phone Internacional e Dignum. Nato e cresciuto a Ceuta, da anni monitora la situazione della frontiera meridionale, denunciando sistematiche violazioni dei diritti.
L’intervista è stata curata e tradotta da Alessandra Pelliccia.

La mujer muerta, vista da Benzù - ph: Reduan Mohamed Jalid
La mujer muerta, vista da Benzù – ph: Reduan Mohamed Jalid

Per iniziare ti chiedo, qual è la situazione dei diritti umani nella frontiera di Ceuta?
Ti direi che i diritti umani nella frontiera di Ceuta o non esistono o non esistono nella pratica, solo sulla carta.

A cosa fai riferimento?
Le violazioni dei diritti umani, da una parte e dall’altra della frontiera, sono tante e sistematiche. Adesso più che mai, per via delle politiche di esternalizzazione delle frontiere e del trasferimento di denaro da parte dell’Europa a Paesi terzi come il Marocco, l’Algeria, la Libia e la Tunisia.

Infatti nel 2019 si è registrato un calo degli arrivi a Ceuta e Melilla. In che modo le politiche europee di esternalizzazione delle frontiere influenzano le relazioni tra Spagna e Marocco?
Sì, gli ingressi dal muro di Ceuta e Melilla sono diminuiti in volume ed intensità, per via del blocco che si sta realizzando in Marocco e lungo tutta la rotta migratoria dell’Africa Subsahariana fino al Marocco. L’Europa sta pagando questi Paesi terzi per il controllo, il contenimento e la riammissione dei migranti.

Adesso parliamo della tua attività come membro di Dignum Ceuta. Quali progetti realizzate a livello locale?
La sigla Dignum significa “per la dignità delle donne e dei bambini”. I suoi utenti sono lavoratrici transfrontaliere e minori non scolarizzati; che non vuol dire minori non accompagnati. I minori non scolarizzati lo sono per causa amministrativa. Perciò dico che i diritti umani, nella loro pratica, qui non arrivano e muoiono nello Stretto. Non arrivano ad essere esercitati così come sono riconosciuti sulla carta. Ad esempio, il diritto all’educazione. Qui i bambini con i loro genitori, non trovandosi in posizione regolare o non avendo la documentazione a posto, come l’empadronamiento, un contratto di locazione o di lavoro formale, regolare, non  accedono all’istruzione. Non li si vuole educare nelle scuole per evitare il presunto “effetto chiamata”, affinché non continuino ad arrivare donne marocchine, alla ricerca di un affitto o di un lavoro, per stabilirsi qui e cominciare una nuova vita per loro e per i loro figli, come abitanti qualsiasi di Ceuta. Ciò non è possibile.

Per questo Dignum ha quattro progetti. Ad esempio, per quanto riguarda l’istruzione, contrattiamo professori, istruttori, educatori che facciano lezione, diano una copertura scolastica a questi bambini. Inoltre, Dignum realizza progetti di alfabetizzazione per le donne che lavorano nel settore domestico qui nelle case di Ceuta, prestando loro assistenza in attesa che regolarizzino la loro posizione. Realizziamo anche progetti di aiuto umanitario, distribuzione del cibo o di vestiti che raccogliamo nel corso del tempo attraverso donazioni da parte di organizzazioni e privati.

Sei anche membro di Alarm Phone International. Vorrei quindi chiederti, quali attività realizza Alarm Phone al confine ispano-marocchino?
Alarm Phone International è un’organizzazione di attivisti per i diritti umani che si batte per aiutare le persone che si trovino in una situazione di emergenza o difficoltà nel mare. È composta da quasi 155 persone, per la maggior parte si tratta di teleoperatori che ricevono le chiamate di persone in pericolo in mare.
Alarm Phone opera anche sul terreno, per quella che è la mia esperienza all’interno del gruppo, nella sensibilizzazione e nella distribuzione delle schede con il numero di telefono, affinché le persone che attraversino il mare e si trovino in una situazione di pericolo siano informate e possano chiamare. 

Adesso parliamo delle conseguenze della chiusura della frontiera dovuta al Covid-19. Qual è la situazione adesso a Ceuta e come è stata gestita l’emergenza sanitaria nei CETI?
Al momento le conseguenze del Covid sono drammatiche tenuto conto della densità di popolazione di Ceuta e del poco spazio che abbiamo nella città, chiusa tra la frontiera con il Marocco, da un lato, e con lo Stretto, dall’altro. Siamo bloccati qui. Grazie all’apertura dello Stretto, le navi continuano a venire da un lato all’altro trasportando merci, così la città può sostenersi. Però sul piano della pandemia la situazione è disastrosa. Il numero dei positivi era sotto controllo, poi c’è stata una nuova ondata. Adesso sta aumentando. E tutto questo che riflesso ha avuto sull’immigrazione? Ha avuto un riflesso importante per via della chiusura della frontiera. Non vi è stato movimento migratorio, non sono state praticate devoluciones en caliente, inoltre sono stati messi a disposizione alcuni alberghi per i minori non accompagnati che vivevano per strada, un’altra struttura per coloro che entrano per mare, si tratta di un vecchio ospedale che prima era chiuso e adesso viene utilizzato per la quarantena.

Anche nel CETI (centro di permanenza temporanea) la situazione è tragica perché le persone vivono in condizioni che non sono delle migliori. Adesso a Ceuta ci sono approssimativamente 250 persone però in alcuni momenti il centro è stato saturo. Oltre al rispetto della distanza di sicurezza, anche l’attenzione all’igiene è stata carente, adesso stanno decongestionando il centro, stanno mandando, un poco alla volta, le persone in nave verso la Penisola. La maggior parte dei subsahariani già è fuori Ceuta e coloro che rimangono si sentono discriminati rispetto agli altri collettivi di migranti. Perlopiù si tratta di marocchini e algerini, i quali, a causa degli accordi con i loro Paesi di origine, sono trattenuti più tempo qui a Ceuta. Ad esempio, nel CETI di Melilla  ci sono tra i 600 e 700 tunisini con un provvedimento di espulsione. L’unica cosa è che le procedure di espulsione sono state rallentate dalla pandemia. Però l’intenzione è quella di espellerli, invece di cercare una soluzione e creare vie legali e sicure e dare a queste persone il laissez-passer verso la Penisola, decongestionando il centro a rischio Covid. Al momento, a Melilla le persone contagiate sono una cinquantina.

Un altro argomento di cui volevo parlare con te, Reduan, è l’ufficio per l’asilo inaugurato nel marzo 2015 nel passo di frontiera del Tarajal che, dopo essere rimasto non operativo per cinque anni, ha registrato le prime domande di asilo in agosto. Tuttavia, per i subsahariani l’accesso all’Ufficio è quasi impossibile. Perché?
È vero che l’ufficio per l’asilo è entrato in funzione solo poco tempo fa. Come prima volta è stato utilizzato per intervistare alcuni utenti del CETI che avevano presentato domanda di protezione internazionale, grazie anche alla pronuncia del Tribunale Supremo che ha aperto l’accesso dei richiedenti asilo a tutto il territorio nazionale. Prima della decisione del Tribunale Supremo, nel loro permesso per richiesta di asilo (“tarjeta roja”)  veniva scritto che non potevano attraversare frontiere, ovvero che da Ceuta non potevano raggiungere Algeciras, dovendo passare per lo Stretto di Gibilterra. Adesso stanno consentendo l’uscita di queste persone da Ceuta, anche se i requisiti che gli stanno chiedendo sono difficili da soddisfare. Alcuni sì, hanno familiari, amici fuori da Ceuta che gli danno il cibo, che gli mandano un contratto di affitto o una lettera di invito. Ma ci sono alcuni che vivono in nero, sono invisibili e non possono inviare a familiari o amici alcuna lettera di invito, così che questi ultimi continuano a vivere nel CETI in condizioni di penuria.

Un’ultima domanda. Con la pronuncia del 13 febbraio di quest’anno, la Grande Camera della Corte di Strasburgo ha fatto marcia indietro in tema di devoluciones en caliente. A tuo parere, quale sarà l’impatto di questa pronuncia?
Sta avendo e ha già avuto un impatto drammatico. Non si sta rispettando il diritto internazionale in materia di protezione internazionale o asilo umanitario. Prima dell’arrivo della pandemia si praticavano respingimenti a caldo, immediati e continuativi.

Che cosa intendi con respingimenti continuativi?
Che continuamente le persone venivano trattenute, ad esempio nei CIE (Centros de Internamiento de Extranjeros) di Barcellona o Madrid e poi rispedite in aereo direttamente a Casablanca e negli altri Paesi di origine, come il Congo, il Camerun, il Senegal.

Mille grazie Reduan per la tua testimonianza.
Un piacere. Spero sia stato utile e che sia dia visibilità e voce a quello che sta succedendo qui. 

Alessandra Pelliccia

Mi sono laureata in Giurisprudenza all'Università di Bologna, dove ho poi frequentato un corso di alta formazione in pratiche sociali e giuridiche nell'accoglienza ed integrazione dei migranti.
Sto svolgendo il tirocinio forense presso uno studio specializzato in diritto dell'immigrazione.
Provo a raccontare con parole semplici (ma senza semplificazioni!), mettendo sempre al centro le storie delle persone.