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Uno sguardo su Lampedusa

Intervista a Claudia Vitali, operatrice di Mediterranean Hope sull'isola

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A Lampedusa Mediterranean Hope ha attivato dal 2014 un Osservatorio Permanente sulle migrazioni, che svolge un lavoro di primissima accoglienza, mediazione, informazione e ricerca. Ci puoi raccontare delle vostre attività sull’isola?
Mediterranean Hope è il programma rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, è presente a Lampedusa dal 2014 con un Osservatorio sulle migrazioni che analizza, interpreta e poi comunica tutto ciò che concerne i flussi migratori, sia dai luoghi di partenza, quindi di origine delle persone migranti, sia ciò che succede nel Mediterraneo e anche poi nelle zone di frontiera e quindi a Lampedusa.

Siamo presenti inoltre al momento degli sbarchi con un’autorizzazione concessa anni fa dal ministero per garantire un’accoglienza degna e per provvedere alle prime necessità delle persone che arrivano spesso stremate e in condizioni abbastanza precarie, quindi ci facciamo trovare con acqua, coperte termiche, con dei succhi e qualcosa da mangiare. Inoltre il nostro ufficio svolge una funzione che noi chiamiamo di “Internet Point”, perché ci siamo resi conto negli anni che l’esigenza primaria delle persone ospiti nell’hotspot di Lampedusa era quella di comunicare con le famiglie, quella di dire ad esempio “Ciao mamma, sono vivo!” e quindi il nostro ufficio è diventato, in modo anche un po’ spontaneo, un luogo dove le persone potessero comunicare con le loro famiglie.

Con questa occasione poi si stringono rapporti, si ascoltano storie che spesso sono di violenze, di guerre e quindi quelli diventano anche momenti in cui poter fare dell’informativa, spiegare i diritti e i doveri di un richiedente asilo in Italia, quali sono le politiche migratorie in Italia e in Europa, quindi all’internet point si affianca anche un’attività di informativa legale. È importantissimo anche il ruolo che abbiamo all’interno della comunità, soprattutto grazie e con il forum Lampedusa Solidale, che nasce nel 2015 ed è un gruppo informale di persone, cittadini e cittadine, volontari, associazioni e organizzazioni disposti a impegnarsi nella realizzazione di un modello alternativo di accoglienza ma anche di solidarietà a tutto tondo, quindi con un focus non solo migratorio, ma stando attenti ai bisogni di questa comunità. Quindi grazie al forum e con il forum in questi anni siamo riusciti a intervenire e a rispondere a molte vulnerabilità ed esigenze dei lampedusani stessi.
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Ci potresti parlare più in generale di MH?
Mediterranean Hope nasce in seguito al terribile naufragio del 3 ottobre 2013 in cui di fronte alle coste di Lampedusa sono morte 368 persone.
Siamo presenti a Lampedusa con un osservatorio sulle migrazioni, i nostri uffici principali e quindi di coordinamento nazionale si trovano a Roma, che tra le tante attività svolgono quella di accoglienza dei beneficiari dei corridoi umanitari. Infatti un altro nostro progetto per noi importante è quello in Libano, da dove facciamo partire i corridoi umanitari con i rifugiati siriani, ormai dal 2015.
Siamo presenti anche a Scicli, in provincia di Ragusa, con un housing sociale, un luogo di seconda accoglienza. Da circa un anno siamo anche nella Piana di Gioia Tauro con un progetto sociale rivolto ai braccianti sfruttati negli agrumeti della zona. Qui collaboriamo con molte realtà locali, anche cooperative che lavorano nello specifico nelle filiere solidali con produttori etici e biologici, lottando per salari equi e diritti dei lavoratori.
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Il vostro è un osservatorio privilegiato. In merito agli arrivi sull’isola, quali sono i cambiamenti che avete potuto vedere negli ultimi mesi?
Il nostro osservatorio a Lampedusa svolge un lavoro di raccolta dati sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo. Quindi la nostra presenza costante, tutto l’anno sull’isola ci permette anche di compiere l’analisi dell’evoluzione in generale dei flussi migratori. Quello che abbiamo visto negli ultimi mesi è un aumento dei flussi, seppur comunque più bassi rispetto all’anno scorso e gli anni passati. Un aumento di piccole imbarcazioni provenienti dalla Tunisia, anche se gli sbarchi dalla Libia non si sono arrestati. Quindi un aumento della tipologia dei Paesi d’origine, come ad esempio, appunto, la Tunisia e non più solo giovani ragazzi in cerca di fortuna, ma famiglie intere, quindi donne e bambini e questo è senz’altro un fenomeno diverso e nuovo rispetto agli altri anni.
Inoltre con l’arrivo delle navi quarantena la permanenza dell’hotspot, finita la fase più rigida del lockdown, è più breve, normalmente le persone vengono trasferite quasi subito sulle navi quarantena a svolgere lì quindi la quarantena. Anche se l’hotspot ha comunque vissuto giorni e settimane di totale sovraffollamento e quindi una situazione di disagio e pressione perché contiamo che ha ufficialmente 195 posti, tra luglio e agosto ci sono state in media 1.000 persone al suo interno, quindi è facile immaginare quale sia stata la situazione lì dentro. Inoltre non si sono fermati gli arrivi dalla Libia, che vedono composizioni abbastanza eterogenee: ultimamente ci sono persone anche dal Bangladesh o dal Pakistan, sono riprese le provenienze dal Corno d’Africa come Somalia, Sudan ed Eritrea, ma anche tutta l’Africa centrale e l’Africa occidentale, quindi senz’altro dalla Libia arrivano gli arrivi più numerosi, cioè le imbarcazioni hanno più persone rispetto ai piccoli barchini che arrivano dalla Tunisia e con provenienze geografiche molto eterogenee.
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La ministra Lamorgese ha parlato di 5 navi quarantena con 2338 persone a bordo. Come viene gestita la quarantena sulle navi e quante sono queste navi quarantena?
Come Mediterranean Hope, non essendo direttamente coinvolti dal punto di vista logistico e pratico sulla questione delle navi quarantena, è molto difficile poterle raccontare, anche perché fisicamente si trovano in mezzo al mare e quindi lontane da occhi e orecchie. Tuttavia è chiaro che è una soluzione che sin da subito ci ha interrogati e preoccupati perché è l’ennesima soluzione pensata in via emergenziale, di breve periodo, con un obbligo di quarantena per persone che spesso l’hanno già iniziata nell’hotspot di Lampedusa e che poi la continueranno nei centri di accoglienza siciliani. Proprio pochi giorni fa tre persone si sono buttate in mare al largo del porto di Augusta, una persona è ancora dispersa, quindi è chiaro che è una soluzione del tutto temporanea e non pensata nel lungo periodo. Per noi sono importanti i trasferimenti rapidi su Lampedusa, ma anche un’accoglienza diffusa in tutta Italia e che quindi veda corresponsabile l’Italia e anche l’Europa, partendo dal presupposto per noi fondamentale di necessità di vie legali, corridoi umanitari, che noi portiamo avanti ormai da cinque anni, perché è l’unica alternativa per sconfiggere sia il traffico di esseri umani, sia le morti in mare e le soluzioni del tutto precarie ed emergenziali.
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Mediterranean Hope fa parte del forum Lampedusa solidale, quali sono le attività di questa rete?
Il Forum Lampedusa solidale nasce nel 2015 dall’incontro e dalla necessità di Mediterranean Hope, della parrocchia di Lampedusa ma anche di tutti i cittadini e le cittadine di Lampedusa di interrogarsi e dare risposte in nome della solidarietà e per assistere vulnerabilità non solo delle persone migranti che approdano sull’isola, ma anche della comunità intera che senz’altro soffre di una serie di mancanze dovute anche a un aspetto pratico e geografico dell’isola. Con il Forum Lampedusa solidale andiamo al molo a fare accoglienza, quindi a garantire un dignitoso approdo, che comunque è estremamente militarizzato e pieno di uomini in divisa. Lo facciamo abbracciando le persone, seppur adesso in tempo di Covid ovviamente è sospeso, guardandole negli occhi e offrendo loro acqua, the caldo, cibo, coperte termiche, insomma per dare un benvenuto diverso da quello che altrimenti verrebbe fatto. Con il forum siamo coinvolti anche nelle attività con la biblioteca di Lampedusa, con il centro diurno che è un centro per utenti con malattie psichiatriche, in progetti socio-ambientali, un insieme di attività che spaziano e che hanno un’attenzione per chiunque degli abitanti dell’isola e delle persone migranti abbia necessità.

Un’attività molto importante quella di Mediterranean Hope e dei suoi operatori e operatrici, che si inserisce in un contesto sociale e politico in cui la buona accoglienza diventa sempre più difficile, ma anche altrettanto necessaria.

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