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Ventimiglia, la solidarietà alle persone in transito non si ferma

Intervista a Giuseppe Lione, attivista del Progetto 20K

Fotografie del Progetto 20k

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Abbiamo letto e pubblicato il vostro ultimo report dove denunciate che con la fine dell’estate la situazione al confine non cambia: continuano i respingimenti da parte della polizia francese con modalità sempre più brutali, una media di 70 persone al giorno, con ben 130 respingimenti giornalieri nel fine settimana. Potete spiegarci come avvengono i respingimenti?

Come molti Stati in Europa, anche la Francia adotta il sistema dei respingimenti come pratica per impedire il passaggio alle persone in transito. Possono avvenire in vari modi: quello più lampante, possiamo dire più “spettacolare”, è quello che si può vedere tutti i giorni nella stazione di Menton-Garavan, che è la prima stazione oltre il confine francese. Qui la polizia francese sale sui treni compiendo dei controlli su base etnica. Nel momento in cui vengono individuate delle persone aventi tratti non europei o apparentemente non europei, queste vengono controllate e poi richiesti i documenti o qualunque altro genere di titolo idoneo per l’ingresso in Francia. Nel caso in cui le persone non hanno la possibilità di mostrarglieli vengono trattenute e trasferite all’interno degli uffici della polizia francese e delle volte sono obbligati a dormire in dei container in cui le condizioni sono degradanti ed estremamente precarie. Infatti non vengono rispettate in alcun modo le norme di sicurezza e le norme igieniche basilari.

All’interno di questi uffici la polizia francese si è spesso resa responsabile di numerosi atti contrari alle normative vigenti. Nel senso che sono state falsificate le date di nascita delle persone minorenni fermate che non potrebbero essere respinte, oppure sono stati sottratti i documenti che possono attestare l’idoneità all’ingresso in Francia. E questi appunto sono i meccanismi che si ripetono costantemente tutte le volte e a tutte le ore del giorno.

I respingimenti, inoltre, avvengono non solo sui treni ma anche in tutte le zone in cui si delinea il confine, quindi anche sui sentieri di montagna che partono dall’Italia e arrivano in Francia, e nelle strade. Oltre alla gendarmerie e alla polizia francese vengono utilizzati corpi come la legione straniera.

Avete visto cambiare negli ultimi mesi il flusso delle persone in transito e la loro nazionalità?

Con la riapertura successiva al lockdown, c’è stato un aumento considerevole di persone che si sono rimesse in moto e che tentano tutti giorni di oltrepassare il confine. Le nazionalità di queste persone sono principalmente: Afghanistan, Pakistan, Iraq, Kurdistan e nord Africa anche se abbiamo avuto riscontri anche di presenze di persone provenienti dalla Libia o comunque da altre zone dell’Africa. Quindi diciamo che le provenienze sono sicuramente variegate, la maggioranza sono uomini giovani, dai 18/19 anni in su.

Negli ultimi mesi c’è stato però anche un nuovo aumento di situazioni di estrema vulnerabilità, come minori stranieri non accompagnati, addirittura di 12 anni, molte donne sole e famiglie totalmente abbandonate dalle istituzioni, lasciate spesso in strada nell’attesa di poter oltrepassare il confine.

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Ora che il campo Roja a Ventimiglia è stato definitivamente chiuso, le persone dove dormono e di quali servizi istituzionali possono usufruire?

Il campo Roja era un campo gestito dalla Croce Rossa e aperto dalla Prefettura per far fronte all’arrivo considerevole delle persone sul territorio di Ventimiglia. E’ stato un campo che non rappresentava un’alternativa credibile per le persone in transito, in quanto era un campo molto militarizzato e con condizioni igieniche precarie, un campo in cui venivano prese le impronte. Quindi spesso le persone preferivano al campo il dormire in strada.

Fatta questa sintetica premessa, poteva essere comunque un luogo utile per le situazioni di estrema vulnerabilità, per esempio donne e famiglie che almeno in periodi più complicati dal punto di vista climatico potevano avere un punto di appoggio dove poter dormire e ripararsi. In questo momento questa possibilità non c’è più e le persone non hanno sostanzialmente alcuna alternativa, se non dormire in strada.

Le istituzioni non stanno fornendo alcun genere di alternativa dopo la chiusura del campo Roja. Ci sono dei progetti in cantiere che stanno provando a realizzare con le ONG, sono però complessi da concretizzare in breve tempo. In questo momento il meccanismo che sta funzionando meglio, e che sta in parte risolvendo la questione dell’ospitalità per le persone con maggior vulnerabilità, è una rete di ospitalità informale che si è sviluppata nel territorio. Singole persone che mettono a disposizione i propri spazi per dare un tetto alle persone che in questo momento hanno la strada come unica opzione.

Dalla vostra pagina facebook avete lanciato un crowdfunding per sostenere il Progetto 20K. Quali sono le necessità più urgenti che avete?

Sicuramente c’è estrema urgenza di abiti pesanti, sacchi a pelo, tende. Insomma tutta quella attrezzatura e quegli indumenti che possono permettere alle persone di passare la notte e sopravvivere a climi o a temperature sempre più rigide.

Poi il crowdfunding (clicca qui) è finalizzato a far fronte alle numerose spese che tutti i giorni siamo costretti a sostenere per poter mantenere le nostre attività: dal mantenimento del nostro van, che funge da infopoint mobile, che ci garantisce di portare avanti attività di distribuzione di beni di prima necessità, di carica dei cellulari e di diffusione di materiale informativo (https://borderguide.info); ai costi giornalieri che ci consentono di garantire pratiche di ospitalità degna nei confronti di persone vulnerabili.

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Voi ed altre 10 organizzazioni in 11 paesi europei avete avviato una partnership con l’obiettivo di denunciare e contrastare l’uso illegale di respingimenti e altre violazioni dei diritti alle frontiere europee. “End Pushbacks”, il nome di questa rete europea, vuole documentare e denunciare il crescente numero di respingimenti. Quali sono i compiti delle diverse organizzazioni in questa nuova rete?

L’obiettivo della campagna di End Pushbacks è quello di denunciare e portare alla luce quelle che sono le pratiche illegali di respingimento che avvengono con frequenza lungo le frontiere europee. Pratiche illegali perché molto spesso non essendoci una legislazione uniforme per quanto riguarda la regolamentazione di questa pratica, si lascia campo libero alle forze di polizia che compiono degli abusi per “meglio riuscire” nel loro intento di respingimento massivo e respingimento diffuso. Queste violazioni di fatto contrastano la possibilità di autodeterminazione delle persone, costringendole anche a subire atroci violenze fisiche e psicologiche, oppure rischiare la vita. Da un punto di vista economico, poi i respingimenti sono molto costosi e per niente risolutivi, perché le frontiere dopo vari tentativi comunque vengono oltrepassate. Assunto questo, sarebbe interessante un’inversione di tendenza e investire i soldi spesi in queste pratiche securitarie per agevolare l’inclusione delle persone migranti nei territori.

Tuttavia, alla luce degli ultimi accordi tra gli Stati, sembra evidente come questa tendenza di apertura non sia minimamente presente nell’agenda europea. I rimpatri sono all’ordine del giorno e vogliono essere intensificati, quando invece se si volesse lavorare e ragionare in un’ottica lungimirante bisognerebbe contrapporsi fermamente a quelle che sono delle situazioni inaccettabili come i campi in Libia, per esempio, e bisognerebbe garantire la possibilità di accedere nel territorio europeo in modo sicuro, con canali di accesso legali e canali umanitari, oppure con decisi passi in avanti come l’introduzione del permesso di soggiorno europeo. Nel momento in cui una persona entra in un Paese dell’Unione europea dovrebbe avere la possibilità di regolarizzarsi istantaneamente, senza creare o comunque costruire delle barriere amministrative per cui questo diventa complicato o quasi impossibile.

Quali sono in questo momento le associazioni attive in città e nella zona di confine, anche in Francia, che possono fornire un minimo di supporto?

La componente solidale nel territorio di Ventimiglia ha subito una diminuzione rispetto agli anni precedenti. Prima erano presenti numerose ONG mentre ora si sono ridotte a due o a tre al massimo; nonostante ciò ci sono dei gruppi informali che ostinatamente provano a garantire un supporto alle persone in transito per un periodo che sia il più lungo possibile. Oltre a noi di Progetto 20k, segnalo Kesha Niya un gruppo con base in Francia che ormai da anni si occupa di garantire a cadenza giornaliera, soprattutto la sera, i pasti nelle zone con accampamenti informali a Ventimiglia, e che nei pressi della frontiera ha istituito un presidio dove vengono distribuiti beni di prima necessità, cibo, acqua e fornite informazioni riguardo la permanenza in città. Poi ci sono gruppi locali che danno un supporto concreto a seconda della loro possibilità.

Sul versante francese c’è sicuramente il Roya Citoyenne e molti gruppi della limitrofa Val Roja, che oltre al supporto materiale con beni di prima necessità e la distribuzione di cibo serale nei pressi degli accampamenti informali, offrono supporto legale e contribuiscono agli atti di denuncia pubblica.

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Carla Congiu

Sono una studentessa magistrale in European and Global Studies all'Univeristà di Padova.
Ho collaborato con Amnesty International Padova nella realizzazione di progetti di educazione in diritti umani indirizzati alle scuole elementari, medie e superiori.