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Intrappolate a Ceuta

Donne senza un reddito (per impossibilità di lavorare), senza assistenza sociale né alloggio

Photo credit: Antonio Sempere

Ceuta è un carcere enorme, e lo è sempre stato. Da quando nel 1415 il Regno del Portogallo si stabilì nel territorio, fortificandolo e convertendolo in una città presidio, la sua funzione è rimasta la stessa. Sebbene in termini giuridici Ceuta non possa essere definita una prigione, lo è sicuramente in termini simbolici. Da qui, infatti, proviene una delle frasi più ricorrenti tra le persone migranti: “Ceuta è un carcere a cielo aperto”.

Ma vediamo la questione più da vicino. Ceuta è inserita in una disposizione aggiuntiva del Trattato di Schengen: ciò significa che si può considerare spazio Schengen oppure no, in base alla valutazione di un giurista. La sua frontiera con il Marocco, per i transfrontalieri del Marocco settentrionale e per i turisti dei paesi facoltosi confinanti, è permeabile; per chi, invece, è in transito o per i migranti, è impenetrabile – o aspira a esserlo. Questo perché i primi assicurano un beneficio economico per la città (sia come manodopera a basso costo, sia come spesa diretta per le aziende con sede a Ceuta); mentre i secondi non generano alcun tipo di profitto per la città.

Facciamo un passo avanti. Se le persone migranti riescono a entrare a Ceuta, non vengono rinchiuse in un Centro de Internamiento para Extranjeros (Centro di accoglienza per stranieri – CIE) – anche perché a Ceuta, così come a Melilla, non esistono CIE – ma finiscono in un Centro de Estancia Temporal para Inmigrantes (Centro di accoglienza temporaneo per immigrati – CETI).

Sebbene possa apparire come una banale questione semantica, non lo è. Non lo è, in primo luogo, perché sottolinea la distinzione tra straniero e immigrato, e non lo è – in secondo luogo – soprattutto perché le persone detenute nel CIE vengono private della libertà (giuridicamente, i CIE non sono prigioni, ma è come se lo fossero); dal CETI, invece, si può uscire. Perché? Semplice. Ceuta è un carcere: da dove dovrebbero scappare?

Dove dovrebbero fuggire le persone detenute? Giusto riflettere un attimo: le Isole Canarie hanno una geografia simile a quella di Ceuta. Sono extra peninsulari e sono luoghi dove si verificano sbarchi di migranti; nelle Isole Canarie ci sono i CIE, ma non i CETI.

Non sorprende, quindi, la situazione di Ceuta dopo la chiusura del confine di Tarajal, avvenuta il 12 marzo, da parte del Regno del Marocco. Sono approssimativamente 30.000 i transfrontalieri che si spostano quotidianamente per andare a lavorare a Ceuta, provenienti dai comuni marocchini attigui al confine. Queste persone sono domestiche, facchine, lavoratori nell’ambito della ristorazione, dell’edile e sex worker. Non hanno bisogno del visto per entrare a Ceuta: a loro basta un passaporto valido. Lavorano in condizioni di semi-schiavitù, con giornate lavorative lunghissime e salario basso. Tra queste, sono le facchine e le domestiche a occupare l’ultimo scalino della gerarchia “immaginaria” dei transfrontalieri.

Dopo la chiusura inaspettata del confine, migliaia di persone, soprattutto domestiche – pagate 200 euro al mese – non hanno potuto far ritorno in Marocco. Si pensava che questa situazione sarebbe durata alcuni giorni, ma in realtà si è prolungata fino agli inizi di ottobre. Infatti, i primi rimpatri sono avvenuti la prima settimana di ottobre, cioè sette mesi dopo la chiusura della frontiera.

Per più di sei mesi, queste donne sono rimaste bloccate a Ceuta, senza sapere quando sarebbero potute ritornare a casa. Donne prive di reddito per impossibilità di lavorare, senza alloggio né assistenza sociale – non c’è ERTE (Expediente de Regulación Temporal de Empleo – Cassa integrazione, ndt) per chi vive nella più assoluta vulnerabilità. I servizi sociali e il tessuto associativo della città sono stati coloro che, in questi mesi, hanno provveduto alle esigenze alimentari e di vestiario di queste persone. Il governo della Città Autonoma di Ceuta, da parte sua, ha allestito centri sportivi e capannoni nella zona industriale di Tarajal come accampamenti di fortuna per queste donne. Capannoni che, però, non hanno la certificazione di agibilità né di minima sicurezza. Capannoni industriali che, fino a dopo lo stato di emergenza, si sono convertiti anche in una prigione, dentro la più grande prigione che è Ceuta.

Come APDHA consideriamo imprescindibile una riflessione sociale e politica sulla situazione che hanno subito le persone transfrontaliere, bloccate per sei mesi nella Città Autonoma di Ceuta. Il permanente limbo giuridico nel quale si trova la città, non può giustificare la violazione di diritti umani che si verifica sistematicamente in questo territorio spagnolo.

È arrivato il momento di riflettere sulle condizioni di lavoro dei transfrontalieri, senza che questa riflessione venga sporcata dagli interessi geopolitici tra Spagna e Marocco e tra Marocco ed Europa.