/

Lavoro e soluzioni abitative dei richiedenti asilo tra prassi umanitarie e atteggiamenti infantilizzanti degli operatori dell’accoglienza

Tesi di Laurea di Giulia Napolitano

Photo credit: Vanna D'Ambrosio

Università Ca’ Foscari
Venezia

Corso di Laurea magistrale
in Lavoro, Cittadinanza sociale, Interculturalità

Anno Accademico 2018 / 2019

Lavoro e soluzioni abitative dei richiedenti asilo tra prassi umanitarie e atteggiamenti infantilizzanti degli operatori dell’accoglienza

dsc_0193_tn-2.jpg

Introduzione

Con il presente lavoro di ricerca mi sono proposta di indagare tre principali aree tematiche riguardanti la vita degli immigrati richiedenti asilo e/o titolari protezione internazionale, vale a dire: le soluzioni abitative individuate, le strategie lavorative messe in atto, nonché la sperimentazione di possibili traiettorie di mobilità geografica.

Soltanto in un secondo momento l’indagine ha rivelato un dato inaspettato, ovvero l’ostruzionismo degli operatori incontrati nel corso dell’indagine, correlato all’esistenza di pratiche inferiorizzanti frequentemente riproposte nei confronti dei cittadini stranieri. E’ bene precisare che il fine non è quello di mettere in cattiva luce le prassi quotidiane degli operatori dell’accoglienza – che, tra l’altro, non costituivano oggetto di studio.

Ho elaborato una specifica traccia di intervista. La metodologia che ha mosso la ricerca è stata quella dell’intervista dialogica, pertanto ho cercato di mettere a punto delle domande che non fossero informative o inquisitive, correndo il rischio di costringere l’intervista ti a raccontarsi controvoglia ovvero di ingabbiarlo all’interno di specifiche categorizzazioni.

La ricerca sul campo, iniziata il 23 aprile e terminata il 6 novembre, è stata condotta in diverse località di due specifiche regioni: il Veneto e la Puglia. Le interviste sono state raccolte in italiano mediante un registratore digitale, e trascritte integralmente – intervenendo il meno possibile sul testo e tralasciando di propositi alcuni errori linguistici o grammaticali – al fine di prendevate un’immagine più autentica del contesto che ha fatto da sfondo alla ricerca. Le interviste sono state rivolte sia a professionisti dell’accoglienza che a persone immigrate. In totale, sono riuscita a realizzare 23 interviste (di cui 9 agli operatori sociali e 14 ai cittadini stranieri).

Le persone immigrate che hanno preso parte a questa ricerca provengono quasi tutte dall’Africa occidentale. La maggior parte degli intervistati è giunta in Italia percorrendo la fatidica rotta del mediterraneo centrale, i cui principali punto di snodo sono stati il Niger – passando per la città di Agadès – è la Libia, dove hanno transitato per un periodo di tempo diversificati prima di raggiungere il nostro Paese. L’ intercettazione dei testimoni privilegiati è stata piuttosto agevole. A livello temporale, le interviste con gli “addetti ai lavori” sono state effettuate più o meno contemporaneamente.

Al contrario, non è stato affatto semplice riuscire ad intercettare persone immigrate che dessero voce alle loro storie in quanto, nella maggior parte dei casi, vi è stato un lavoro di “intermediazione” degli operatori sociali. A differenza di quanto si potrebbe pensare, l’intervento degli operatori non ha sempre promosso condizioni favorevoli alla presentazione del lavoro e allo svolgimento dello stesso. Inoltre, presumo che i alcune circostanze esami abbiano attuato una scelta “pilotata” degli intervistando (dei richiedenti asilo “ideali”) da presentarmi.

In linea di massima, i testimoni privilegiati si sono mostrati piuttosto diffidenti e sfuggenti, poco collaborativo, restii nel concedermi la possibilità di interagire con potenziali intervistati. La maggior parte delle volte in cui ho chiesto agli operatori sociali se potessero darmi una nell’intercettare persone che volessero partecipare alle interviste, i più hanno esternato una certa riluttanza. Non è servito a molto permetterlo di visionare le domande che avrei posto agli immigrati, chiarendo i focus su cui stavo indagando ed assicurando il pieno rispetto della privacy di tutti i partecipanti. Le giustificazioni a cui gli operatori si sono appellati sono state ricondotte ad una condizione di estraneità e non fiducia tra me e i possibili immigrati da intervistare.

A mio avviso, però, le suddette rivendicazioni sono risultate un po’ troppo autoreferenziali, dettate, piuttosto, da un profondo senso di cura e maternage nei conformi di queste persone. Inoltre, laddove mi hanno offerto la loro collaborazione, il modo di agire ha spesso comportato talune difficoltà nel l’andamento e nella buona riuscita delle interviste, in quanto le risposte degli intervistati sono risultate superficiali e difficili da approfondire. A dispetto di quanto sostenuto dai più, tuttavia, non sono mancate occasioni in cui i richiedenti asilo o titolari protezione si solo listati entusiasti di partecipare alla ricerca.

Alla luce di tutto ciò, si potrebbe obiettare affermando che per molte persone è indubbiamente faticoso parlare della propria storia con un perfetto sconosciuto, a maggior ragione se si affrontano determinate tematiche e se si gode di uno status giuridico piuttosto instabile.

Inoltre, come previsto dal codice deontologico, è compito di qualsiasi assistente sociale salvaguardare i diritti degli utenti, tutelarne la riservatezza e proteggerli da ogni possibile indiscrezione, mantenendo il segreto professionale. Tuttavia, gli intervistati presi in riferimento per la presente ricerca sono stati costituiti sin dall’inizio da ex-beneficiari di un servizio, persone che avevano precedentemente fatto parte di un dato programma di ospitalità e integrazione, ormai fuori (o prossimi ad uscire) da qualsivoglia struttura di accoglienza. Alcuni operatori – a mio avviso – hanno manifestato una convulsa necessità di “tutela” (?) nei confronti di individui adulti, “ridotti a corpo biologico (sofferente, da curare o controllare)”, esercitando logiche tipiche del paradigma culturale umanitario, non riconoscendo agli individui alcuna capacità di autodeterminazione.

Ad ogni modo, la scelta di intervistare i testimoni privilegiati si è rivelata altresì strategica in quanto mi h dato la possibilità di osservare direttamente le interazioni che intercorrono tra costoro e le persone immigrate.

Dalle parole dei partecipanti all’indagine si è evinto che non vi è stata quasi mai un’unica e data motivazione che li abbia spinti a mettersi in cammino. Alla decisione di partire hanno concorso ragioni di varia natura: biografiche, familiari, lavorative, economiche etc. Sono molteplici le ragioni per cui si sceglie di emigrare. Alla luce di tutto ciò, andrebbero forse rilette in chiave meno analitica le categorizzazioni che è solita utilizzare la sociologia delle migrazioni, quali: profugo, richiedente asilo, migrante economico, persona vittima di tratta, rifugiato politico, immigrato irregolare,… esse altro non sono che il risultato di prerogative giuridiche e amministrative a seconda delle quali la persona immigrata ottiene o meno il riconoscimento della protezione internazionale e la possibilità di permanere in un Paese d’arrivo.

Dal momento stesso in cui i richiedenti asilo arrivano sul territorio nazionale, le regole da rispettare costituiscono per loro un monito costante affinché comprendano subito ed in maniera univoca di non poter avanzare troppe aspettative o ”pretese”.

In Italia – dove, rispetto ad altri Paesi europei, si è iniziato con ritardo ad affrontare la questione del diritto d’asilo -, l’accoglienza riservata a tali persone è pregna di “ambiguità e contraddizioni”, rese evidenti da un costante accavallamento di logiche di controllo e sentimenti di compassione. Molti professionisti incontrati nel corso della ricerca hanno mostrato di incorporare e riprodurre i costrutti sociali generati dalle politiche di governo, in grado di innescare un vero e proprio assoggettamento degli immigrati, trattati come dei bambini non ancora autonomi da rieducare.

La componente maggioritaria delle persone immigrate, ha descritto l’esperienza all’interno dei centri caratterizzata da profonde carenze, nonché da uno stato di continue attese ed incertezze che, in alcuni casi, hanno fatto emergere sensazioni di disagio profondo e sentimenti di sfiducia.

Indipendentemente dall’esatta tipologia dei centri, la vita dei richiedenti asilo viene organizzata secondo una serie di regole e pratiche che concretizzano gli immaginari prodotti su di loro. Al di là delle differenze di contesto o delle specifiche regole interne ed organizzative, in ambedue le Regioni prese in riferimento ho constatato l’esistenza di alcuni aspetti che hanno accomunato gran parte dei centri di accoglienza. In essi la libertà di movimento è apparsa fortemente circoscritta e limitata.

Una costante che si è frequentemente riproposta ha riguardato, poi, la quasi totale estraneità degli immigrati in merito a molteplici e fondamentali questioni che li riguardavano. In moltissimi casi, le informazioni di cui disponevano sono risultate piuttosto superficiali e non esaurienti ed alcuni protagonisti hanno biasimato l’espletamento delle funzioni di informazione ed orientamento degli operatori dell’accoglienza. Gli immigrati sono apparsi spesso estranei al linguaggio legale in cui sono formulati il dovere di ospitalità e il diritto d’asilo.

Il rapporto di dipendenza indotta che si viene ad instaurare tra operatori dell’accoglienza ed ospiti può assumere diverse sfaccettature, come, ad esempio, quella materiale. Di conseguenza, gli immigrati si trovano costretti ad attuare specifici comportamenti sociali che risultino attinenti alle numerose etichette con cui si è soliti indicarli – etichette che sorgono in numerosi contesti e non solo tra le mura dell’accoglienza. E i centri si impegnano al fine di creare un soggetto “idoneo” che possa giustificare la loro esistenza. La costante percezione degli immigrati intesi come individui da aiutare e da “civilizzare” ha causato la legittimazione delle pratiche assistenziali e di controllo nei loro confronti.

La maggior parte degli intervistati ha espresso considerazioni negative in merito all’accoglienza ricevuta nelle strutture di accoglienza. Ad affiorare sono stati soprattutto ricordi di comportamenti controversi posti in essere da alcuni operatori che hanno evidenziato l’esistenza di rapporti gerarchici tra coloro che fanno parte dello staff (coordinatori, operatori, educatori etc) e coloro che, invece, ricoprono il ruolo di ospiti.

Anche il linguaggio utilizzato dai professionisti sociali intervistati non è risultato esente da ambivalenze e contraddizioni. In nessun caso le parole sono neutrali, il linguaggio, alle volte, ha una potenza così intrinseca da risultare coercitivo. Spessissimo, ho constatato l’utilizzo del termine “ragazzi” che, puntualmente, tornava nei discorsi degli operatori sociali. Con questa specifica parola erano soliti riferirsi a tutte le persone immigrate, indipendentemente dall’età anagrafica.

Il pensare indistintamente a tutti gli immigrati come se fossero dei “ragazzi” lì racchiude in una specifica categoria e li spoglia di una propria soggettività, rendendoli delle “non persone”. Riferirsi o relazionarsi a soggetti adulti infantilizzandoli, significa concepirli come sub-persone.
Inoltre, alcune affermazioni sono risultate tese a rimarcare la dicotomia noi/loro.