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Le ambivalenti modifiche ai decreti sicurezza rispecchiano l’ordine del discorso della società civile italiana

La lettura del decreto è l’occasione per riflettere sullo stato di salute della società civile italiana che si occupa di politiche migratorie

Photo credit: Claudio Colotti (Roma, 10 novembre 2018)

Ha preso avvio l’iter parlamentare per la conversione in legge del decreto 130/20, emanato dal governo attualmente in carica per modificare la normativa introdotta dall’azione dell’ex Ministro degli Interni Salvini. Il decreto, nel complesso, ha carattere ambivalente.

Alcuni profili introdotti dal decreto 130/20 modificano, in maniera significativa, i decreti sicurezza emanati nel 2018 e nel 2019. Si pensi alle nuove disposizioni che sostituiscono – e per certi versi ampliano – la vecchia protezione umanitaria e alle novità introdotte nell’ambito del sistema di accoglienza: la discontinuità è significativa. Viceversa, altri profili – a cominciare dalle procedure applicabili in frontiera – sono sostanzialmente confermate.

La lettura del decreto 130/20 è l’occasione per riflettere sullo stato di salute della società civile italiana che si occupa di politiche migratorie. Si tratta di un variegato insieme di organizzazioni, associazioni, reti che sviluppa campagne e advocacy in tema di migrazioni. La società civile italiana si è mobilitata, nel corso degli ultimi due anni, affinché la normativa introdotta dal governo Conte I fosse modificata. Con il governo attualmente in corso le occasioni di confronto, interazione e dialogo si sono indubbiamente intensificate.

La società civile italiana è, con tutta evidenza, un mondo tutt’altro che omogeneo. Convivono posture, posizioni politiche, approcci e rivendicazioni anche molto diversificate. In questa sede si proverà a riflettere su qual è la risultante finale degli sforzi prodotti e delle parole evocate da questo insieme composito. É urgente farci i conti: l’insieme delle posizioni espresse dalla società civile italiana contribuisce infatti a strutturare il paesaggio discorsivo e anche normativo nel quale viviamo.

Da questa prospettiva, il contenuto del decreto 130/20 non è soltanto il prodotto della volontà dell’attuale maggioranza e delle sue complessità. Le campagne, le azioni, le iniziative e gli incontri promossi dalla società civile italiana si sono concentrati, in maniera ricorrente, su alcuni aspetti specifici della normativa introdotta a partire dal 2018. Altri temi sono stati sostanzialmente tralasciati o sono stati affrontati in maniera residuale. Da questa prospettiva, il decreto varato dall’attuale governo è anche il prodotto dello specifico ordine del discorso prodotto dalla società civile italiana.

Torna in campo l’umanitario

A partire dal 4 ottobre 2018 – giorno dell’entrata in vigore del primo decreto sicurezza – giurist*, avvocat*, attivist*, organizzazioni solidali, ecc, si sono mobilitati per raccontare la portata delle modifiche introdotte e provare a contrastare l’azione del governo. Nella narrazione dominante prodotta dalla società civile italiana, due argomenti sono stati maggiormente ricorrenti: la cd. abrogazione della protezione umanitaria e il superamento del sistema di accoglienza SPRAR.

Nonostante il decreto contenesse rilevantissime modifiche negli ambiti più disparati delle politiche migratorie, l’attenzione di gran parte delle ONG e delle associazioni si è concentrata sui due profili segnalati. Per contro, una parte molto rilevante delle modifiche introdotte dal primo decreto sicurezza – si pensi, a titolo di esempio, all’introduzione delle procedure accelerate in frontiera, alle molteplici previsione in tema di decisione accelerata delle domande di asilo, al trattenimento dei richiedenti asilo negli hotspot, al trattenimento nei luoghi nella disponibilità delle autorità di pubblica sicurezza delle persone destinatarie delle misure di espulsione, alle modifiche della disciplina della cittadinanza – è stata oggetto di attenzione residuale.

I temi altri rispetto alla cd. abrogazione della protezione umanitaria e alla dismissione dell’accoglienza SPRAR sono spesso stati collocati in coda nei documenti redatti, nelle richieste formulate, nell’elenco delle urgenze. Quando c’è da fare sintesi, sono spesso omessi o posti ai margini.

Non è in discussione l’importanza della cd. abrogazione della protezione umanitaria: si è trattato di una misura radicalmente peggiorativa del set di diritti a disposizione delle e dei richiedenti asilo. E anche le misure introdotte per dismettere il sistema SPRAR – si pensi, a titolo di esempio, dall’esclusione delle e dei richiedenti asilo da questa tipologia di accoglienza – sono state di inaudita gravità. É in discussione il trattamento differenziale riservato a molte delle altre novità introdotte nell’ambito del decreto 113/18.

Il decreto recentemente varato dal governo attualmente in carica rispecchia questa tendenza. Alcune delle novità più significative riguardano proprio la configurazione del sistema di accoglienza – ora SAI, sistema di accoglienza e integrazione – e le forme di protezione. Si registra una netta discontinuità. Viceversa, molti degli altri aspetti introdotti nell’ambito dei decreti sicurezza del 2018 e del 2019 sono stati modificati in maniera tutt’altro che sostanziale o sono stati addirittura confermati.

Specchiarsi nel decreto

L’attenzione specifica, da parte della società civile italiana, per la configurazione del sistema di accoglienza e per la tipologia di protezione riconoscibile è spiegabile alla luce di alcune caratteristiche macroscopiche di questo variegato mondo. Gli enti gestori dei progetti di accoglienza hanno, all’interno della società civile italiana che si occupa di migrazioni, un notevole peso specifico. Questa circostanza finisce, direttamente o indirettamente, per condizionare l’agenda delle rivendicazioni e per strutturare un ordine del discorso all’interno del quale i temi che hanno direttamente o indirettamente a che fare con l’accoglienza hanno la preminenza sugli altri.

Viceversa, nonostante il costante impegno di alcune organizzazioni solidali, alcuni movimenti e attivist*, nei confronti delle zone di frontiera e del loro paesaggio giuridico l’attenzione della società civile italiana è, nel complesso, piuttosto marginale. Le vicende degli hotspot – che hanno configurato e tuttora determinano una generalizzata contrazione del diritto di asilo e della libertà personale – è emblematica. Sono stati introdotti, implementati e successivamente riformati senza che l’importanza di questi luoghi fosse assunta nell’agenda della società civile italiana.

Non c’è da meravigliarsi se nonostante l’impegno di chi, nei luoghi di frontiera, si mobilita per monitorare il funzionamento degli hotspot e per contrastare la violazione dei diritti, le misure introdotte dall’ex Ministro Salvini con riguardo alle prassi di frontiera non sono state modificate, in maniera sostanziale, dall’attuale maggioranza. Nell’ordine del discorso della società civile italiana, i temi che hanno a che fare con le prassi di frontiera sono sostanzialmente ai margini.

Da questa prospettiva, per immaginare di segnare una complessiva discontinuità rispetto agli ultimi di contrazione generalizzata dei diritti delle e dei migranti, può essere utile intraprendere un percorso di critica e autocritica. Specchiandosi nel decreto, è possibile riflettere collettivamente sulle carenze e sulle omissione della società civile italiana e invertire la tendenza, in modo che ogni frammento della filiera delle politiche migratorie nel quale i diritti sono messi in tensione possa avere dignità discorsiva, sia adeguatamente rappresentato nell’agenda della trasformazione e possa essere attraversato dalle opportune mobilitazioni.

Francesco Ferri

Sono nato a Taranto e vivo a Roma. Mi occupo di diritto d'asilo, politiche migratorie e strategie di resistenza sia come attivista sia professionalmente. Ho partecipato a movimenti solidali e a ricerche collettive in Italia e in altri paesi europei. Sono migration advisor per l’ONG ActionAid Italia.