Macelleria nigeriana: ma le vite dei neri contano sempre o solo a certe latitudini?

Nell’indifferenza della comunità internazionale a Lagos la polizia spara in piazza uccidendo decine di persone

Tutti ricordiamo l’onda emotiva sollevatasi all’indomani della morte del quarantaseienne afroamericano George Floyd, assassinato da un agente di polizia a Minneapolis lo scorso 25 maggio. Il fortissimo sentimento di indignazione cresciuto nel giro di pochi giorni aveva contribuito a scatenare migliaia di proteste negli Stati Uniti e nel resto del mondo, sfociate poi nel consolidamento del “Black Lives Matter”, movimento che oltre ad attirare immediatamente la solidarietà di tante realtà sociali che fanno dell’antirazzismo una pratica quotidiana, aveva incontrato una certa simpatia, soprattutto in Europa, anche in un variegato schieramento di pezzi di classe politica, opinionisti, intellettuali, mondo dello sport e dello spettacolo.

Seppur con quel tipico approccio di maniera con cui la politica e la cultura mainsteam europea volge la propria attenzione ai diritti umani, quelle prese di posizione avevano tuttavia avuto il merito di ridestare l’attenzione assopita dell’opinione pubblica su temi fondamentali come le laceranti tensioni razziali radicate nella società americana e il dilagare del suprematismo bianco nella polizia statunitense, fenomeno cresciuto esponenzialmente durante l’Amministrazione Trump.

Purtroppo nulla di paragonabile è avvenuto in occasione dei recenti disordini in Nigeria, dove nell’indifferenza generale lo scorso 20 ottobre la capitale Lagos è stata teatro di una cieca repressione poliziesca ai danni di una pacifica manifestazione che aveva visto sfilare migliaia di persone contro i brutali metodi praticati dalla famigerata Special Anti-Robbery Squad (Sars), una brigata anticrimine largamente composta da estremisti di destra e personale corrotto, accusata da tempo di abusi, violenze e perfino esecuzioni sommarie ai danni della popolazione civile.

Insomma, una vera organizzazione criminale, peraltro sciolta proprio a seguito delle proteste delle ultime settimane ma immediatamente ricostituita, proprio a ottobre, senza alcuna discontinuità con la precedente organizzazione sotto il nome di Swat. Il bilancio, pesantissimo stando ai dati forniti da Amnesty International, parla di 38 persone uccise, alcune anche a sangue freddo, e centinaia di feriti.

Simili violenze non rappresentano una novità per la popolazione nigeriana, costretta da decenni a fare i conti con la corruzione ramificata in ogni piega della società, l’instabilità politica prodotta dal susseguirsi di autoritarie giunte militari e deboli governi civili, il terrorismo fondamentalista di Boko Haram e la povertà diffusa tra una popolazione per lo più composta da giovani e giovanissimi, in larga parte senza speranza e senza futuro in un paese paradossalmente ricchissimo.

Ma la carneficina del 20 ottobre rappresenta un allarmante salto di qualità non solo per il numero delle vittime, ma anche per le brutali modalità e il profilo istituzionale della repressione. Un’escalation che però, come si diceva, non ha turbato più di tanto
le coscienze democratiche, rimaste per lo più afone di fronte al massacro.

Prendiamo il caso dell’Italia, dove a parte i lettori di quelle poche riviste rimaste a tenere alta la bandiera dell’informazione libera e indipendente, e gli attivisti di alcune organizzazioni umanitarie, la notizia è arrivata al grande pubblico (si fa per dire) solo grazie al gesto di due semisconosciuti calciatori nigeriani: Victor Osimhen del Napoli e Simeon Tochukwu Nwankwo del Crotone, che nei rispettivi campi in cui erano impegnati con le loro squadre hanno esibito davanti alle telecamere una maglietta con la scritta “End police brutality in Nigeria”.

Come purtroppo spesso capita in occasione di questi gravi episodi di violenza nei Paesi africani soggetti a politiche neocoloniali, è difficile credere che il silenzio mediatico caduto sul massacro di Lagos sia estraneo alle strategia politico-comunicative poste a difesa degli interessi nazionali. Per restare in Italia, basti pensare all’invadente presenza dell’Eni in Nigeria e al suo vertiginoso giro di affari, i cui dati annui della produzione riferiti al 2019 parlano di 23 milioni di barili di petrolio, 32,2 miliardi di metri cubi di gas e 44 milioni di boe per gli idrocarburi. Cifre che spiegano abbastanza bene come in certi contesti questioni quali la democrazia, i diritti umani e la giustizia possano facilmente finire in secondo piano.

Di fronte a questo contesto, consolidato e apparentemente immutabile, difficilmente le cose potranno cambiare finché in Nigeria, come in tanti altri Paesi del continente nero, l’autoritarismo, la corruzione e la violenza foraggiati dall’Occidente continueranno a rappresentare per le oligarchie africane la garanzia della propria autoconservazione e un freno alla democrazia. Tutti elementi propedeutici allo sviluppo di accordi economici internazionali con governi e multinazionali a discapito delle popolazioni locali. Perché in fondo, diciamocelo, per le istituzioni politiche ed economiche occidentali, e forse anche per ampie fasce sociali, le vite dei neri contano, ma solo a certe latitudini.

Simone Massacesi

Vivo ad Ancona e mi sono laureato in Storia contemporanea all’Università di Bologna. Dal 2010 sono giornalista pubblicista.