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Dare un volto ai numeri degli arrivi sulle coste delle Canarie

La storia di Mbaye Babacar Diouf, infermiere a Bilbao

Nel 2003 Mbaye Babacar Diouf arriva alle Canarie a bordo di un barcone partito dal Senegal. Ha solo quindici anni. Per quanto la rotta atlantica sia una delle più pericolose al mondo, la parte più difficile del viaggio non è la traversata, ma tutto quello che viene dopo. Oggi Mbaye lavora come infermiere a Bilbao e, grazie alle attività della sua ONG, “Sunu Gaal”, realizza progetti in Senegal e per la popolazione migrante in Spagna. Nel corso dell’ultimo anno, oltre ventimila persone sono sbarcare sulle coste delle Isole Canarie; non si registravano numeri così alti dal 2006. La storia di Mbaye ci aiuta a dare un volto a questi numeri, a comprendere i motivi e le speranze riposte nella partenza e le difficoltà connesse al successivo percorso di integrazione, nel quadro di politiche migratorie di sostanziale “esclusione”.

La tua è una storia incredibile: dal Senegal alle Canarie, per arrivare a Bilbao. Perché hai deciso di lasciare il tuo Paese?

Quando ho deciso di andarmene ero un ragazzo, avevo quindici anni e andavo al liceo come qualsiasi altro ragazzo al mondo. Ho perso mio padre quando avevo sette anni e da quel momento è stata mia madre a portare avanti la famiglia. Ogni giorno la situazione andava sempre peggio, così ho deciso di cercare un modo per andare via e migliorare la vita della mia famiglia.
L’Europa veniva descritta come la soluzione a tutto, molte persone partivano e riuscivano a migliorare le loro condizioni di vita. Allora decisi di intraprendere anche io quel viaggio.
Non avevo i soldi né per pagare un viaggio in aereo, né in barca, così mi sono accordato con le persone che organizzavano le partenze, dicendo che li avrei pagati una volta arrivato in Spagna.

Adesso lavori come infermiere a Bilbao. Perché hai deciso di diventare infermiere? Puoi raccontarci di Juan Gill e di come quell’incontro ha cambiato la tua vita?

Il viaggio in gommone dal Senegal alle Isole Canarie è durato dieci giorni, durante i quali abbiamo sofferto la fame e la sete, il caldo e il freddo e alcuni di noi hanno riportato ustioni sulla pelle. Quando siamo arrivati alle Isole Canarie, siamo stati accolti dai volontari della Croce Rossa spagnola. In quel momento, vedendo come ci avevano assistiti, parlando con una delle infermiere dissi: “Mi piace il vostro lavoro, un giorno vorrei fare qualcosa del genere“. Da quel momento in poi, mi fu molto chiaro che volevo fare l’infermiere.
Prima di arrivare a Bilbao, sono stato in un centro per minori a Siviglia. Sono rimasto lì solamente per 15 giorni, perché volevo lavorare per pagare i debiti del viaggio e migliorare la vita della mia famiglia. Dunque, sono partito per Valencia, perché mi avevano detto che lì c’era lavoro. Ho iniziato a lavorare come bracciante stagionale raccogliendo arance e dormendo per strada. Così per sei mesi, poi sono andato a Murcia. La stagione però era terminata, per cui non ho trovato nessun lavoro e sono tonato a Valencia per fare il venditore ambulante. Nel 2006 sono andato a Bilbao e ho ricominciato da zero. Lì ho iniziato a pagare il debito del viaggio, fino al 2011, anno in cui ho estinto il debito e incontrato Juan Gill, che ora è mio padre.
Lavoravo ancora come venditore ambulante e lo incontravo spesso nei bar. Mi parlava, mi invitava a prendere qualcosa e un giorno mi ha offerto di fare una riparazione per lui. È stato in quell’occasione che abbiamo stabilito un rapporto di fiducia, così che finiti i lavori in casa continuava ad invitarmi a pranzo e a cena a casa sua, fino a propormi di andare a vivere con lui. La sua offerta, chiaramente, mi ha tolto un peso dalle spalle, perché così non dovevo pagare alcun affitto e potevo mandare molti soldi alla mia famiglia. Dopo avergli parlato del mio desiderio di studiare lui mi ha subito appoggiato e mi ha aiutato ad iscrivermi all’Università. Inutile dire che da quel momento la mia vita è totalmente cambiata.

Data la tua esperienza, oltre il viaggio, qual è stato l’ostacolo più grande? Cosa suggeriresti per rendere più umane le politiche migratorie?

Il viaggio in gommone è duro e rischioso, ma la parte più complicata e difficile è il processo di inclusione nel Paese ospitante. Si arriva in un posto in cui non si conosce nessuno, non si conosce la lingua, la gente ha altre abitudini e molte altre cose sono diverse rispetto al posto da cui si parte. Neanche le politiche di immigrazione contribuiscono all’integrazione nel Paese di arrivo. Ci si ritrova in una situazione di esclusione e si sente di non appartenere alla società. I migranti vogliono integrarsi, ma perché ci riescano, le politiche dovrebbero agevolare questo processo. Per esempio, non si può lavorare se non si hanno i documenti, ma se non si hanno i documenti non si ha nemmeno un lavoro. In questa situazione si finisce per lavorare come lavoratore stagionale per 3 euro l’ora e dormire per strada, perché regolarizzarsi e integrarsi è molto difficile.
Non tutti hanno la mia stessa fortuna di trovare una persona come mio padre, Juan Gill. È molto importante sensibilizzare l’opinione pubblica sulla reale situazione dei migranti ed evitare la diffusione degli stereotipi secondo cui gli immigrati vengono a rubare o a commettere crimini, perché tutto questo genera solo odio. La gente deve provare ad essere più empatica e pensare che se quelle persone fossero state bene nel loro Paese, non avrebbero avuto nessun motivo di andarsene, figuriamoci di rischiare la vita su un gommone.

Come hai fatto a regolarizzare la tua situazione?

Mi sono regolarizzato per “arraigo social1”, perché prima di incontrare Juan Gill, ho lavorato in un’accademia, insegnando francese e inglese e poi come cameriere. Ma una volta che Juan Gill mi ha adottato (nel 2013) ho ottenuto la nazionalità spagnola e il suo cognome.

Sei in contatto con qualcuno che è ancora nel tuo Paese?

Ho molti contatti in Senegal perché ho una ONG lì. A causa del Covid-19, sono diminuiti i viaggi via terra. La situazione è sempre più complicata: ci sono bambini che non vanno a scuola, perché non tutti hanno accesso all’istruzione. L’istruzione pubblica non è buona e non tutti possono permettersi l’iscrizione a scuole private. Per di più, molti non hanno accesso all’assistenza sanitaria, le risorse non sono le stesse per tutta la popolazione. Il mio augurio non è solo che la mia famiglia stia bene, ma che tutte le famiglie stiano bene e che i giovani in difficoltà non pensino di prendere un gommone e venire in Europa, perché è un viaggio molto rischioso e può succedere di tutto.

Qual è la situazione dei pescatori senegalesi?

Le navi cinesi e dell’Unione Europea stanno pescando in acque senegalesi, dopo aver fatto un accordo con il governo locale. I pescatori senegalesi che un tempo uscivano ogni giorno con le loro barche, pescando fino a mille chili di pesce per poi venderlo, ora pescano forse circa 300 chili. Molte famiglie in Senegal vivono di pesca e ora non hanno lavoro. La maggior parte delle persone che stanno arrivando alle Isole Canarie sono pescatori. Poiché la situazione in Senegal è diventata insostenibile, non vedono altra alternativa se non quella di uscire in mare e guadagnarsi da vivere. L’accordo che è stato firmato tra il governo del mio Paese e l’Unione Europea favorisce l’Occidente ma è dannoso per gli africani, in questo caso il Senegal. I giovani africani muoiono in mare e quelli che raggiungono le Canarie finiscono per essere deportati. Questa è una situazione insostenibile. Avrebbe dovuto esserci un po’ più di empatia per capire la situazione che i pescatori senegalesi stanno vivendo.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Continuare a lavorare in ospedale. Inoltre, ho creato una ONG chiamata “Sunu Gaal” – in wolof significa “la nostra barca“. L’obiettivo è quello di aiutare i giovani uomini e le giovani donne in Senegal e garantire che i loro bisogni primari siano soddisfatti, che ricevano un’istruzione adeguata e che abbiano accesso ai loro diritti fondamentali, primo fra tutti il diritto alla salute. In questo modo, forniamo loro gli strumenti per potersi sviluppare all’interno del proprio paese, in modo che non si sentano obbligati a migrare in Spagna e ad attraversare il deserto per andare in Europa. Pertanto, insieme ai miei colleghi, lavoriamo affinché tutte queste persone abbiano i loro bisogni essenziali coperti; così che un giorno, forse, potranno prendere in considerazione un altro modo di migrare in Europa, non salendo su un gommone. Se progredisco nel mio Paese, forse posso considerare un altro modo di visitare l’Europa, non rischiando la mia vita in mare.

Può dirci qualcosa di più sulle attività della ONG?

Nel mio paese portiamo avanti progetti per l’educazione di ragazze e ragazzi. Inoltre, ogni anno facciamo viaggi di cooperazione in Senegal, con programmi di educazione sanitaria, effettuando consulenze e interventi chirurgici per la popolazione che non ha accesso all’assistenza sanitaria. A Bilbao, lavoriamo anche nell’accoglienza della popolazione migrante, diamo consigli, la accompagniamo, la indirizziamo ai centri di formazione professionale, per facilitare il loro inserimento sociale e lavorativo nella società, e aiutiamo chi ne ha bisogno. Ad esempio, per chi non ha documenti cerchiamo di aiutarlo a regolarizzare la sua situazione; per chi invece ha i documenti, ma ha difficoltà ad accedere al lavoro, cerchiamo aziende dove può essere formato e quindi ottenere un lavoro. Poi organizziamo qui dei workshop nel campo dell’educazione sanitaria per la popolazione migrante, risolviamo tutti i dubbi che possono avere a causa della lingua o perché hanno problemi di accesso al medico o sulla situazione di emergenza sanitaria che stiamo vivendo.

Negli ultimi anni la legge spagnola sull’accesso all’assistenza sanitaria è stata più volte riformata. Cosa prevede adesso?

Chi non ha i documenti deve aver isieduto in Spagna per almeno un anno per poter acquisire la tessera sanitaria. Durante questo periodo non si può accedere all’assistenza sanitaria come il resto della popolazione. Quindi la maggior parte degli immigrati in situazione irregolare non ha accesso al sistema sanitario. Dipende da ciò che si prevede a livello locale. Si può avere accesso al sistema sanitario presto o tardi, a seconda della Comunità Autonoma in cui si vive. Tutto questo fa parte di una politica di esclusione sociale della popolazione migrante. In altre parole, la popolazione migrante deve superare molti ostacoli per accedere a una serie di servizi essenziali che il resto della popolazione non deve superare.

  1. La normativa spagnola sull’immigrazione prevede che possono chiedere il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi di integrazione (“arraigo social”) i cittadini stranieri che soddisfino i seguenti requisiti: dimostrino di risiedere in Spagna da almeno tre anni consecutivi; presentino un contratto di lavoro della durata di almeno un anno – la cui efficacia è subordinata al rilascio del permesso di soggiorno; abbiano legami familiari in Spagna o comunque dimostrino di essere integrati all’interno della società.

Radio Melting Pot

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Alessandra Pelliccia

Mi sono laureata in Giurisprudenza all'Università di Bologna, dove ho poi frequentato un corso di alta formazione in pratiche sociali e giuridiche nell'accoglienza ed integrazione dei migranti.
Sto svolgendo il tirocinio forense presso uno studio specializzato in diritto dell'immigrazione.
Provo a raccontare con parole semplici (ma senza semplificazioni!), mettendo sempre al centro le storie delle persone.

Serena La Marca

Laureata in Giurisprudenza, con l'ambizione di poter dare un contributo concreto circa la gestione del fenomeno migratorio.
Attualmente sono operatrice volontaria presso il SAI Casa Makeba, presente sul territorio di Bologna.
Svolgo anche volontariato per Avvocato di Strada ODV a Bologna, dove gestisco, insieme ad altr* volontar*, un help desk immigrazione.