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In Italia, l’opaca espulsione delle persone migranti tunisine

Un'inchiesta di Arianna Poletti per Inkyfada, 26 novembre 2020

In una cantina umida vicino al vecchio porto di Lampedusa, l’essere in pensione non impedisce a Giovanni di continuare a cucire le sue reti da pesca. “I miei genitori si trasferivano a Sousse in estate per la pesca del pesce azzurro. In inverno tornavano sull’isola”, racconta. Le famiglie che vivevano tra Lampedusa e le città della costa tunisina come quella di Giovanni erano numerose. “Poi hanno tracciato i confini”, conclude l’ex pescatore, “e oggi questi mari sono diventati impraticabili”.

Più vicina alla Tunisia che alla Sicilia, l’isola di Lampedusa, a soli 135 chilometri dalla città di Mahdia, è uno dei punti più meridionali d’Europa, dove naufragano i sogni appena realizzati delle persone migranti tunisine. In base a un accordo bilaterale tra Italia e Tunisia, Roma rimpatria sistematicamente le persone con cittadinanza tunisina che arrivano via mare. Ogni settimana almeno due voli charter, ciascuno con a bordo circa 30 migranti, decollano da diverse città italiane (Roma, Milano, Palermo) e atterrano con discrezione all’aeroporto di Enfidha-Hammamet.

Dopo la prima ondata di Covid-19, con l’acuirsi della crisi sociale ed economica, l’Italia ha registrato un nuovo aumento degli arrivi di tunisini: tra gennaio e ottobre, 11.212 harraga 1 sono entrati nei confini dell’Europa, con la speranza di rimanervi. Mentre la stampa italiana riporta un “nuovo afflusso” di migranti, a Lampedusa queste persone sono invisibili. Le operazioni di sbarco effettuate dalla guardia costiera, alla presenza degli operatori dell’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), si svolgono con discrezione sulla banchina del porto, in una zona militare inaccessibile, lontana dagli occhi dei turisti che affollano il centro città.

Con il bel tempo, la maggior parte delle persone migranti tunisine non ha bisogno di chiedere aiuto, poiché riesce a raggiungere le spiagge in modo autonomo. La mattina presto, un furgone della polizia fa il giro di quest’isola di appena venti chilometri quadrati per andarli a prendere. Incastrate tra gli scogli, le loro barche abbandonate vengono rinvenute sulle spiagge nel sud di Lampedusa, vicino alle mete del turismo stagionale, prima di essere recuperate e accumulate in un “cimitero” di barche.
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A Lampedusa, le imbarcazioni abbandonate dalle persone migranti vengono portate in un “cimitero delle barche”. A giugno 2020 un incendio doloso ha distrutto un deposito a qualche chilometro dalla città: questa barca è l’unica rimasta

A Lampedusa, la lunga attesa

Dopo lo sbarco, i tunisini vengono identificati e ricevono un modulo che ha valore di informazione legale. È a questo punto che hanno il diritto di chiedere asilo, ma nessuno spiega loro qual è lo scopo del documento. Viene mostrato lo spazio per la firma, e questo è tutto. È così che la maggior parte delle persone tunisine viene registrata come ‘migrante economico’ a propria insaputa“, spiega Sami Aidoudi, un assistente legale e mediatore dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) che ha assistito molti dei nuovi arrivi. Da anni l’organizzazione denuncia il trattamento discriminatorio nei confronti delle persone migranti tunisine, in nome di una procedura di espulsione semplificata, ben funzionante ma poco trasparente.

L’ASGI ha presentato diversi ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo per violazioni dei diritti nelle procedure di espulsione delle persone tunisine.

Ayoub* è uno di loro. Originario del sud della Tunisia, è arrivato alla fine di settembre via mare e vive nell’incertezza e nell’attesa, seduto nel cortile dell’hotspot con i suoi compagni di viaggio. Sul suo profilo Facebook, una foto del Colosseo e una bandiera italiana. Gli amici e le amiche si congratulano con lui. Per il ventenne non è la prima volta in Italia. Espulso all’inizio dell’estate, ritorna qualche mese dopo, e si interroga sulle ragioni del suo rimpatrio: “Non avevo precedenti, non ho fatto niente. Perché sono stato espulso?” Nessuno gli ha mai spiegato i suoi diritti o le sue procedure.
Ma l’espulsione non gli ha impedito di ripartire. Ayoub conosce le condizioni dell’hotspot dell’isola: “Qui non c’è l’acqua e le luci sono staccate. A volte le accendono. Subiamo un trattamento davvero pessimo, non sappiamo quale sarà il nostro destino nei giorni a venire“.

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Gli oggetti abbandonati dopo il viaggio: uno stivale, una coperta, un cartone di latte vuoto. Dopo lo sbarco, gli e le harraga lasciano rapidamente la barca. Una camionetta della polizia fa il giro dell’isola per recuperarlə.

Una volta che tornano nell’hotspot, non li rivediamo più“, dice Claudia Vitali, operatrice di Mediterranean Hope, l’unica associazione presente durante le operazioni di sbarco. Inaccessibile a operatori e operatrici umanitariə, ai giornalisti e alle giornaliste, controllata dall’esercito e gestita da una cooperativa privata sotto l’occhio vigile del Ministero dell’Interno, l’ex caserma trasformata in centro di accoglienza è costantemente sovraffollata.

In teoria, ai migranti non è permesso lasciare questa struttura, chiusa tra due colline alla periferia della città. “È un modo per evitare contatti tra locali e migranti!” esclama Antonino Taranto, residente di Lampedusa e fondatore dell’Archivio Storico dell’isola, che vuole sostenere iniziative in senso opposto. In realtà, fino a qualche tempo fa alcune persone migranti riuscivano comunque ad uscire dalla recinzione e a raggiungere a piedi il centro della città per comprare un pacchetto di sigarette e qualche genere alimentare al supermercato. Ma con la situazione sanitaria dovuta al Covid-19, i controlli sono stati rafforzati.

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Chiusa tra due colline, la vecchia caserma di Contrada Imbriacola funge da hotspot. Controllata dai militari, il centro può ospitare fino a 328 persone ma è costantemente sovraffollato.

La quarantena, un nuovo ostacolo

Molte persone tunisine si recavano nella sede centrale di Mediterranean Hope per usufruire della connessione internet, o semplicemente per parlare con operatori e operatrici. “Per loro questo periodo è psicologicamente molto difficile perché sanno che molto probabilmente saranno rimpatriati“, racconta Claudia Vitali. La sensazione di incertezza è aumentata dall’introduzione in aprile dei periodi di quarantena, che dovrebbero durare due settimane, ma che spesso superano questa durata. Di notte, dei traghetti affittati dallo Stato italiano a compagnie di navigazione private attraccano a Cala Pisana, fuori dalla città di Lampedusa. Restano in porto non più del tempo strettamente necessario a far salire le persone migranti, prima di ripartire per fare tappa nei porti del sud Italia. Come riportato in un comunicato del Ministero dei Trasporti, Roma spende 4.037.000 euro per ogni nave-quarantena.

Penso sempre al mio destino, ho paura che l’espulsione si ripeta. Non so se sarò rilasciato dopo la quarantena. Sono psicologicamente esausto, ma non ci lasciano scendere“, ci dice Ayoub, che continua il suo viaggio su un traghetto-quarantena da cui, in lontananza, può scorgere Palermo.

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Il tragitto di Ayoub mostra le diverse tappe delle persone migranti tunisine in Italia. Partito da Gabes, Ayoub è stato rinchiuso in un hotspot a Lampedusa e messo su una nave-quarantena. È stato poi mandato a un centro per i rimpatri prima di essere espulso in Tunisia via aereo.

A maggio, il soggiorno in questi non luoghi è costato la vita a Bilal Ben Messaoud, un tunisino di 22 anni che si è buttato dalla nave Moby Zazà per provare a raggiungere la Sicilia a nuoto. Qualche mese dopo, anche un minore ivoriano, il quindicenne Abou Dakite, è morto per non aver ricevuto in tempo l’assistenza medica di cui aveva bisogno.

Numerosi video condivisi da harraga illustrano le loro precarie condizioni di vita su queste navi, dove l’evacuazione dei positivi sulla Covid-19 avviene solo in caso di malattia. All’inizio di ottobre, un gruppo di tunisini, trattenuti per più di un mese sulla nave Augusta nonostante due test PCR negativi, ha iniziato uno sciopero della fame per chiedere il proprio rilascio. Imed Soltani, presidente dell’associazione Terre pour tous, che rappresenta le famiglie delle persone scomparse in mare, raccoglie e condivide foto e video delle violazioni subìte dalle persone migranti. Ad agosto la sua associazione ha organizzato un sit-in davanti all’Ambasciata d’Italia in Tunisia. “Chiediamo semplicemente il rispetto del diritto internazionale, che non consente espulsioni collettive. Le richieste di asilo dei tunisini devono essere prese in considerazione“, afferma.

Anche il Garante italiano per i detenuti, Mauro Palma, ha sottolineato questo fallimento giuridico: “Le persone a bordo non possono chiedere asilo, e le vittime della tratta o i minori non accompagnati non sono protetti“, ha denunciato in un comunicato.

Se la maggior parte delle persone tunisine si ritrova di nuovo in mezzo al mare, questa volta in quarantena, non è così per tutte. Espulso in agosto, Ahmed ripercorre le tappe di un viaggio concluso nello stesso salone di parrucchiere che aveva lasciato, alla ricerca di un lavoro migliore. “Al tempo della quarantena, i tunisini erano separati dagli altri. Abbiamo viaggiato ventisei ore su un autobus dalla Sicilia al nord Italia, per poi essere rinchiusi in un centro di accoglienza vicino Torino“, racconta. Per capire dove si trovasse, Ahmed aveva fatto diversi screenshot di Google Maps. “Nessuno ci ha spiegato cosa sarebbe successo dopo. Abbiamo firmato diversi documenti, ma non avevamo scelta. Non sapevo di cosa si trattasse“. L’assistente legale dell’ASGI Sami Aidoubi conferma che, alla fine della quarantena, ai tunisini viene chiesto di firmare l’ordine di espulsione che porterà al loro rimpatrio.

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Al porto di Lampedusa, le imbarcazioni arrivate dalla Libia o della Tunisia, confiscate dalle autorità, restano in attesa, si arrugginiscono e le loro storie si confondono. Questo battello ha trasportato più di 300 persone fino alle coste siciliane.

Avviso di espulsione, lo scenario migliore

Ultimo passo prima della deportazione: i Centri per i rimpatri (CPR), dove si attende la partenza. Passato per il CPR di Torino, Ahmed lo considera “un vero e proprio carcere, dove la violenza è all’ordine del giorno“. Al momento della creazione di questi centri, nel 2017, l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti contava 715 posti, saliti a 1.085 nel 2019.

Tre anni dopo, il problema del sovraffollamento nei CPR è lungi dall’essere risolto. Come riportato da uno studio di Openpolis e ActionAid, l’Italia rimpatria solo il 20% di coloro che hanno ricevuto un ordine di espulsione, tra sovraffollamento dei centri e difficoltà burocratiche e strutturali. Per questo motivo, una minoranza di migranti tunisinə riceve un preavviso di espulsione di sette giorni: tornano così in libertà, ma con l’obbligo di lasciare il Paese in modo autonomo.

In assenza di una domanda di asilo, l’avviso di espulsione è l’unico modo per rimanere in Europa. Questo documento, che Ahmed chiama “il lasciapassare“, condanna chi lo riceve a una vita in clandestinità, in una situazione di irregolarità, di paura dell’espulsione in Tunisia. Questa possibilità, che riguarda solo una minoranza, alimenta tuttavia le speranze della maggioranza. “Ho degli amici che sono a Parigi, mentre io sono tornato al paesello. Perché? Appena avrò i soldi, me ne andrò di nuovo”, promette Ahmed, che sogna di raggiungere un cugino in Francia via Lampedusa, perché “la traversata è meno rischiosa“, ma soprattutto “più economica” (circa 4.000 dinari secondo diverse testimonianze). L’assistente legale Sami Aidoudi conferma che, per accelerare le partenze verso la Tunisia, “coloro che sono già stati espulsi prima non passano più attraverso i CPR, ma possono essere direttamente rimpatriati dopo la quarantena“.

Per questo mediatore ASGI, “dall’arrivo alla partenza, le persone migranti tunisine non conoscono né la la propria situazione né i propri diritti. Tutto viene fatto in modo non trasparente, con l’obiettivo di spingerli verso il rimpatrio. Quando una persona migrante presenta una domanda di protezione internazionale, spesso non riceve alcun documento che dimostri che essa è stata effettivamente presa in considerazione. Può finire in un CPR ed essere deportata“.

In mancanza di una procedura chiara e unitaria, anche le associazioni hanno difficoltà a seguire il processo dall’inizio alla fine. “Ecco perché, davanti ad un giudice di pace la maggior parte di loro non chiede asilo politico o protezione umanitaria“, sottolinea Aidoudi.

Anche Majdi Karbai, deputato del blocco democratico, eletto al parlamento tunisino nella circoscrizione italiana, segue da vicino il dossier migratorio: “Recentemente, due minori si sono trovati in un centro di rimpatrio, il che è illegale. Il 20 ottobre, un giovane è stato espulso prima del risultato del suo test PCR. Era positivo al Covid-19“, ricorda.

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Una piccola imbarcazione di migranti tunisinə viene intercettata dalla Guardia di finanza italiana per un’ispezione. Quest’isola che conta a malapena 5.000 abitanti viene pattugliata giorno e notte da centinaia di poliziottə inviatə a Lampedusa dal Ministro degli Interni.

Ritorno a tutti i costi

Nonostante queste difficoltà, l’espulsione delle persone migranti continua abbastanza rapidamente rispetto a quella di persone di altre nazionalità e il Ministero dell’Interno italiano ha appena annunciato il raddoppio del numero dei rimpatri. Ai soliti voli del lunedì e del giovedì se ne aggiungono ora di nuovi. Questa decisione si basa su un accordo bilaterale tunisino-italiano stipulato nell’aprile 2011 tra il governo di Béji Caïd Essebsi e il suo omologo italiano Silvio Berlusconi, firmato dagli allora Ministri dell’Interno Habib Essid e Roberto Maroni.

Nove anni fa, 55.000 persone di cittadinanza tunisina avevano raggiunto le coste italiane dopo la rivoluzione del 2011. “A quel tempo, mentre gli arrivi delle persone tunisine aumentavano, i migranti non venivano evacuati dall’isola. In aprile Berlusconi visitò l’isola e presentò la soluzione ai problemi di Lampedusa: l’accordo di espulsione“, ricorda Antonino dell’Archivio Storico dell’isola, dove conserva il video di quel giorno e alcune foto della collina, dove diversi migranti avevano montato le tende.

Da allora, l’accordo è stato costantemente rinnovato nonostante i problemi che pone dal punto di vista giuridico, soprattutto perché consente espulsioni collettive che contraddicono le convenzioni internazionali sullo status delle persone rifugiate.

Come spiega il direttore regionale di Avocats Sans Frontières, Antonio Manganella, “questo accordo rappresenta un’anomalia. Diversi accordi bilaterali di questo tipo sono stati conclusi, ma sono passati prima dal Parlamento“. Non è stato così per questo accordo, in Tunisia come in Italia. “In assenza di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Tunisina, il contenuto di tale accordo rimane opaco. È quindi difficile stimare il percorso di ratifica appropriato che avrebbe dovuto seguire. Tuttavia, trattandosi di un accordo che può pregiudicare il rispetto dei diritti del popolo tunisino, avrebbe dovuto essere oggetto di un dibattito parlamentare“, continua.

A seguito della visita di rappresentanti del governo italiano in Tunisia e della decisione di aumentare il numero di espulsioni, le associazioni Avocats Sans Frontières, ASGI e il Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) hanno presentato richieste di accesso agli archivi ai governi italiano e tunisino. In un comunicato stampa congiunto si può leggere il loro obiettivo: la pubblicazione dei contenuti dell’accordo concluso il 17 agosto 2020.

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La città di Lampedusa dietro il filo spinato intorno all’aeroporto.

Quest’ultimo accordo prevede un sostegno economico di 11 milioni di euro per il rafforzamento dei controlli alle frontiere. “Ancora una volta, questo denaro non contribuirà allo sviluppo di progetti utili alla comunità, né alla creazione di posti di lavoro nelle regioni emarginate“, ha commentato il deputato Majdi Karbai.

Ahmed lo sa bene. Di nuovo al punto di partenza, la casa dei suoi genitori, lavora a giornata e aspetta. Del suo viaggio in Europa gli è rimasta solo una pila di fogli accartocciati. Il giorno della sua espulsione, scortato da due agenti di polizia e ammanettato, come tutti i suoi compagni di viaggio, ha percorso la penisola nella direzione opposta, da Torino a Palermo. In Sicilia ha incontrato i funzionari del consolato tunisino per una identificazione rapida prima di decollare: “Mi hanno chiesto se ero tunisino, ho detto di sì“.

Due ore dopo, lasciava l’aeroporto di Enfidha-Hammamet. “Ho firmato un documento che mi impedisce di attraversare i confini dell’Unione Europea per cinque anni. Ma me ne andrò il prima possibile” dichiara. Per lui l’espulsione è solo una tappa di un viaggio che si ripeterà in un loop due, tre, quattro volte, fino a quando non potrà rimanere in Europa, a qualunque costo.

  1. Parola che indica le o i migranti tunisine/i che attraversano illegalmente il Mediterraneo