La realtà alternativa del governo greco. Tra repressione del dissenso, violenza e respingimenti

di Giulio D’Errico, storico e ricercatore indipendente *

Foto twitter @b9AcE

Atene – In buona parte della Grecia negli ultimi giorni ha piovuto, tanto. E le previsioni danno temporali e piogge torrenziali anche per i prossimi giorni. In sé, questa non dovrebbe essere una notizia. La Grecia ospita però il più alto numero di campi profughi in Europa e tra questi vi è il campo di Kara Tepe, sull’isola di Lesbo. Aperto come soluzione temporanea a settembre dopo gli incendi che hanno distrutto l’hotspot Moria, il campo ora ospita circa 7.000 persone ed è conosciuto come Moria 2.0.

Come nota Parwana Amiri, richiedente asilo nel campo di Ritsona, poetessa e autrice delle Lettere al mondo da Moria, più che 2.0, è Moria 0.2. Ma non per il ministro delle migrazioni e dell’asilo Notis Mitarakis. Per il ministro, in visita al campo sabato 28 novembre, “la struttura non ha paragoni con il caos di Moria. Una struttura pulita, una struttura con ordine e sicurezza”. Gli studi per la qualità del suolo sono stati completati, i lavori per la protezione dalle inondazioni e per la ‘winterizzazione’ sono in via di completamento.
Due settimane dopo questa è la situazione:

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(foto 1-5, Moria 2.0 sabato 12 e domenica 13 dicembre via Arash Hampay, Parwana Amiri (2), NoBorders )

In ordine di tempo, questo è solo l’ultimo esempio della distanza che separa la realtà dalla propaganda delle autorità greche. Una distanza che stanno cercando di aumentare giorno dopo giorno da quando la destra di Nea Democratia ha vinto le elezioni nel luglio 2019 e Kyriakos Mitsotakis è diventato Primo Ministro. Coccolato e lodato da istituzioni europee e internazionali, Mitsotakis è stato presentato come esponente di una destra moderata, capace di salvare la Grecia dal “populismo di sinistra” dei governi precedenti. La realtà si è rivelata molto diversa. Usando la pandemia come strumento di controllo, le autorità elleniche hanno ridotto la libertà di stampa nel paese, portando sotto la supervisione diretta dell’ufficio del primo ministro la televisione e l’agenzia di stampa pubbliche. Tramite un’estensione indefinita delle misure di lockdown negli hotspot e nei campi profughi (mentre nel resto della Grecia si apriva la stagione turistica) hanno di fatto trasformato l’accoglienza in detenzione. Hanno approvato norme che limitano la libertà di parola ai lavoratori sanitari in prima linea nell’affrontare la seconda ondata di covid e a lavoratori e volontari delle ONG e associazioni che lavorano con i migranti nei campi, da settimana scorsa obbligati a firmare un accordo di non divulgazione su quanto succede all’interno delle strutture di accoglienza.

Sulla falsariga delle accuse dei governi italiani alle ONG, da ottobre è partita una campagna diffamatoria contro gruppi e associazioni attivi nel monitoraggio delle coste delle isole greche. Tra gli altri, gruppi come Josoor, Alarm Phone, Aegean Boat Report e Mare Liberum sono stati accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Negli ultimi giorni il ministro Mitarakis ha pubblicato un video in cui un richiedente dichiara che i trafficanti gli avrebbero detto di contattare l’associazione Aegean Boat Report prima di raggiungere le coste greche. Oltre a non dimostrare alcun reato, le modalità di ripresa e pubblicazione del video hanno scatenato diverse critiche, specialmente per la sicurezza e la privacy di chi chiede asilo e viene invece filmato e trasmesso in chiaro su canali televisivi e piattaforme online.

La colpa più grave di queste associazioni è quella di essere testimoni delle azioni delle autorità di confine greche al largo delle isole dell’Egeo orientale. Per tutto l’anno i pushback – i respingimenti illegali oltreconfine – si sono susseguiti nel silenzio assoluto della stampa. Colpi sparati contro le barche in arrivo, speronamenti, confronti tra la guardia costiera greca e quella turca. Secondo diversi video e testimonianze, alcuni respingimenti sono partiti dalle stesse isole greche. Gruppi di migranti, dopo essere approdati, invece di essere portati nelle strutture di accoglienza, sono stati rimessi in mare su gommoni e zattere di salvataggio e trainati fino alle acque territoriali turche. Come dimostrato da recenti investigazioni, Frontex, il cane da guardia della Fortezza Europa, ha supportato o quantomeno avvallato diversi respingimenti.

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Grafico pushback (fonte Mare Liberum e.V)

Lontano dalla frontiera, la situazione non è migliore. Dal 7 novembre un secondo lockdown nazionale è stato esteso a tutto il paese. Come in primavera, le istituzioni di welfare pubblico hanno chiuso i battenti, lasciando gruppi solidali, collettivi e associazioni ad occuparsi degli strati più vulnerabili. Ad Atene, le proteste di Platia Victoria sono scemate dopo numerosi sgomberi. Invece di appartamenti e soluzioni dignitose, gli occupanti sono stati smistati nei vari campi sulla terraferma.
L’autunno ateniese sembrava aprirsi con una nota positiva il 7 ottobre. Decine di migliaia di persone hanno accolto la sentenza dello storico processo (di primo grado) contro Alba Dorata. Il partito neo-nazista è stato dichiarato un’organizzazione criminale e l’intera leadership è stata condannata. Diversi membri del partito sono stati condannati per l’omicidio di Pavlos Fyssas.

Pochi minuti dopo la sentenza, la polizia caricava la folla di manifestanti. La diffusione delle ideologie neo-fasciste tra le forze di polizia e l’esercito greco è ben nota, così come la vicinanza e la complicità con Alba Dorata. A novembre, alla vigilia delle ricorrenze per la rivolta del Politecnico del 1973, che ha segnato la fine della dittatura dei colonnelli, il governo ha irrigidito le norme anti-covid, impedendo ogni assembramento di oltre 4 persone. Migliaia di persone hanno sfidato questo divieto in diverse città e sono state “accolte” da schieramenti imponenti di polizia in assetto anti sommossa, picchiate e arrestate.

In ultimo, domenica 6 dicembre era l’anniversario dell’omicidio di Alexis Grigoropoulos, 15 anni, ucciso nel quartiere di Exarchia di Atene da un agente di polizia. Nel 2008, la morte di Alexis fu la scintilla che diede vita alla rivolta di dicembre. Quest’anno solo ad Atene, 160 persone sono state fermate o arrestate nella giornata di domenica (374 in tutto il paese).

Ipocrisia è, dopotutto, una parola greca”, ha scritto Manos Moschopoulos, attento osservatore della situazione nel paese, in risposta alle dichiarazioni di alcuni dei detenuti, che parlano di ottanta persone detenute in una singola cella per aver infranto una regola che vieta gli assembramenti. Eppure, il giorno successivo i mercatini di Natale sono stati aperti in tutto il paese.

Tra i fermati, rappresentanti di associazioni anti-razziste, consiglieri comunali e due avvocati impegnati nella causa civile contro Alba Dorata. Video diffusi sui social mostrano agenti di polizia arrestare singoli cittadini mentre cercano di portare fiori alla lapide posta nel luogo dell’omicidio di Alexis, distruggere quegli stessi fiori, inseguire piccoli gruppi di manifestanti, lanciare granate stordenti all’interno di palazzine residenziali e caricare giornalisti e fotografi.

La Grecia che si affaccia verso il 2021 è un terreno di coltura perfetto per populismo, nazionalismo e militarismo. Usando la minaccia turca e la pandemia come strumenti di consenso e controllo, il governo di Atene ha ingaggiato una vera e propria guerra verso soggetti e comunità di indesiderati e sta costruendo una narrazione propagandistica che trasforma chiunque avanzi critiche in nemici della patria. Le autorità europee stanno a guardare e applaudono la Grecia per il ruolo di contenimento della “minaccia migrante” e di difesa dei bastioni esterni dell’Europa. I valori liberali tornano utili solo quando fanno comodo. Le critiche recentemente rivolte verso governi autoritari come quello ungherese o quello polacco, che stanno bloccando l’approvazione del bilancio dell’UE, non sono mai dirette alla Grecia, fedele cerbero ai cancelli dell’Unione.

Giulio D'Errico

Giulio D'Errico è nomade, ha lasciato Milano tempo fa per il Galles, dove si è dottorato in storia, per poi scappare nella più soleggiata Grecia. Lì lavora come bibliotecario per la biblioteca mobile ECHO, si destreggia ai fornelli della cucina sociale di Khora e scrive e traduce di storia sociale, migrazioni e altre cose.