Lo stato attuale dei diritti umani in Mali

Fotografia di un paese in crisi

Photo credit: Norwegian Refugee Council

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La crisi in Mali è iniziata nel 2012, quando i separatisti Tuareg e gli jihadisti affiliati ad Al-Qaeda, che avevano combattuto l’anno precedente nella guerra civile in Libia al fianco dell’allora presidente Muammar Gheddafi, si sono uniti, prendendo il controllo di ampie parti del Azawad, il territorio desertico del Nord del paese, al confine con l’Algeria e il Niger. Le aree governate dai jihadisti furono costrette a seguire rigidissime regole religiose, e molti tesori storico culturali di Timbuctu furono distrutti.

Nel gennaio 2013 è intervenuta una forza multinazionale a guida francese, su mandato ONU, per frenare l’avanzata verso la capitale dei gruppi ribelli e per ristabilire la sovranità del Mali sui territori sahariani settentrionali. Le truppe francesi sono state supportate da altre forze internazionali e nell’aprile 2013 è stata decisa, con Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la missione di pace MINUSMA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali) che si è insediata dal successivo luglio 2014, per aiutare il processo politico di transizione e la stabilizzazione del paese.
Questi interventi militari hanno ripristinato una parvenza di controllo del territorio, ma di fatto nelle regioni settentrionali e centrali del Mali è come se la guerra non fosse mai finita. 

Il presidente Ibrahim Boubacar Keïta, in carica dal 2013 (riconfermato nel 2018 nonostante la perdita di parte del consenso e pure nel marzo 2020, grazie all’intervento della Corte Costituzionale che ha ribaltato il risultato delle urne) non è riuscito, infatti, a mantenere al sicuro la popolazione dai continui attacchi terroristici, né a sconfiggere la corruzione nella classe politica né tantomeno a risolvere la crisi economica. Nell’agosto 2020, dopo mesi di proteste dell’opposizione, l’esercito ha deciso di porre fine al governo. La mattina del 18 agosto un gruppo di militari partito dalla base di Kati a pochi chilometri dalla capitale Bamako, su dei pick-up, si è diretto verso la residenza del presidente e lo ha arrestato insieme al suo primo ministro. I militari hanno l’appoggio dei giovani della capitale e di buona parte dell’opposizione che ritengono Keita responsabile di aver trascinato ancora di più nel caos quello che era già uno Stato fantoccio.

Attualmente, in vaste zone del paese si assiste a livelli di violenza senza precedenti: attacchi terroristici, violenza tra comunità, atti di criminalità comune, violazione di diritti umani. Nel 2019 secondo i dati raccolti dall’ONG ACLED (Armed Conflict Location & Event Data Project) sono morte 2.500 persone vittime di conflitti o violenza (di cui 1.500 nella regione di Mopti e le altre distribuite tra Gao, Segou, Timbuktu, Bamako, Koulikoro, Sikasso, Menaka).

Inoltre, il cambiamento climatico in atto produce fenomeni metereologici estremi che si abbattono su vaste aree del paese, distruggono i raccolti e minacciano la sopravvivenza della popolazione che è costretta in masse a spostarsi all’interno dei confini nazionali o negli Stati limitrofi. Quest’anno poi, l’emergenza sanitaria creata dalla diffusione del virus Covid-19, si prevede avrà, nel prossimo futuro, effetti economici e sociali devastanti sul paese in cui la povertà e l’insicurezza alimentare sono piaghe endemiche.

La situazione sta diventando sempre più complessa, trasformandosi in una crisi umanitaria che non può essere ignorata. Secondo la revisione del Piano di risposta umanitaria di luglio 2020 di OCHA, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, in Mali 6,8 milioni di persone sono bisognose di assistenza umanitaria 1 e nelle comunità isolate più del 15% dei bambini è gravemente malnutrito, ma per le Ong per motivi di sicurezza (presenza di esplosivi sulle strade, attacchi da parte di gruppi armati, rapimenti) è diventato impossibile operare e fornire gli aiuti umanitari necessari.

L’esperto indipendente delle Nazioni Unite, Mrs. Alioune Tine, in un comunicato stampa del 10 maggio 2019, osserva che il paese sta affrontando sfide complesse e sfaccettate, dalla questione della sicurezza all’economia, dalla crisi politica a quella umanitaria, sociale ed ecologica e che il nuovo esecutivo deve dare la priorità alla sicurezza dei civili e al buon governo. 2

In verità, il problema della sicurezza e l’incolumità delle persone si è aggravato ulteriormente nell’ultimo anno. Colpisce, soprattutto le regioni del Nord e del centro del paese, ma lambisce in misura minore anche la capitale Bamako ed il Kayes, mettendo in pericolo il diritto alla vita dei civili.

Nell’arco del 2019 sono stati registrati numerosi attentati ad opera di terroristi islamici alleati di Al-Qaeda e di altri gruppi affiliati allo stato islamico, contro l’esercito maliano e le forze di pace internazionali presenti sul terreno, con enormi perdite in termini di vite umane tra i militari ma anche tra i civili, che sono vittime collaterali.
Il 3 settembre 2019 una bomba artigianale, posizionata lunga la strada Douentza – Boni, nella zona di Mopti e destinata a colpire le truppe del MINUSMA (missione integrata multidimensionale delle Nazioni Unite) ha invece colpito un pullman, che trasportava civili, uccidendo almeno 15 persone, tra cui donne e bambini, e ferendone altre 30.

Altre volte sono i civili il target esclusivo di azioni terroristiche, soprattutto nelle regioni centrali del paese (Gao, Timbuktu, Menaka, Mopti). Qui gruppi armati di estremisti terrorizzano gli abitanti delle zone rurali, rapiscono persone, decapitano leader religiosi (marbout), ma distruggono anche i raccolti e rubano il bestiame. Sono attacchi preordinati a colpire i mezzi di sostentamento e mettere a rischio la sicurezza alimentare e la sopravvivenza di interi villaggi.
I fondamentalisti sfidano anche il potere politico: minacciano e uccidono leaders locali, bruciano edifici pubblici. Addirittura il 25 marzo scorso, a 2 giorni dalle elezioni, il leader nazionale dell’opposizione Soumalia Cissè, è stato preso in ostaggio da un gruppo affiliato ad Al-Quaeda, nella città di Niafounke, nella regione di Timbuktu, mentre stava facendo campagna elettorale.

Questi episodi danno l’idea della debolezza dello Stato che non riesce a proteggere nemmeno i suoi più importanti esponenti politici e dimostrano che, di fatto, gli islamisti hanno ancora il pieno controllo di parte del territorio.

Dall’altro lato, anche le forze di sicurezza maliane e i soldati di MINUSMA, non sono esenti da colpe. Hanno commesso gravi violazioni di diritti umani nel contesto di operazioni antiterrorismo quali esecuzioni sommarie, sparizioni forzate, arresti illegali, torture e maltrattamenti a danno di persone sospettate di appartenere a gruppi terroristici o di aver partecipato ad attacchi esplosivi. E hanno perso, così, la simpatia ed il sostegno della gente.

Un’altra minaccia grave per la popolazione civile è la criminalità comune. Le rapine a mano armata, furti, danneggiamenti di automezzi, rapimenti, soprattutto nelle regioni di Gao, Menaka, Timbuktu e Mopti sono all’ordine del giorno ed impediscono il regolare svolgimento delle attività lavorative. Anche le ONG impegnate in campagne di vaccinazione ed aiuti umanitari (Medici senza frontiere, Croce Rossa ed altri) sono state oggetto di attacchi e quindi costrette a sospendere i loro progetti. Il 13 Ottobre 2019, 2 membri dello staff dell’organizzazione umanitaria CARE International sono stati rapiti nel villaggio di Koakrou.

Scarsi progressi sono stati fatti dal governo per assicurare giustizia alle vittime di violenza ed abusi e restaurare lo stato di diritto. Si sono formati, pertanto, dei gruppi armati di autodifesa che si sostituiscono allo Stato: arrestano e detengono individui sospetti di aver commesso dei delitti, dopo averli giudicati davanti a tribunali tradizionali o rapiscono persone nell’ambito di azioni di lotta al terrorismo da loro organizzate.

Nelle zone centrali del paese (soprattutto nella regione di Mopti) esiste inoltre, un altro problema atavico: la violenza tra comunità, avviluppata in una spirale inarrestabile di ritorsioni reciproche.
I Dogon, una comunità dedita all’agricoltura stanziale, si contrappongono ai Fulani (denominati anche Pehul) che sono tradizionalmente pastori nomadi.
La violenza tra comunità nasce per ragioni di accesso alle risorse naturali e ai pascoli e per una percepita simpatia filo governativa da un lato e filo estremista dall’altro.

Esiste da centinaia di anni in Mali, ma l’estensione e la ferocia che ha assunto negli anni recenti non ha precedenti” dice l’esperto Indipendente delle Nazioni Unite.
Gli attacchi più letali sono stati perpetrati dai miliziani Dogon, i quali hanno commesso i fatti più atroci della recente storia del Mali come il massacro del 23 Marzo 2019 di 150 civili (tra cui molte donne e bambini) nel villaggio di Ogossagou.

L’intensificarsi della violenza, in tutte le sue forme (conflitti tra comunità, attacchi terroristici, criminalità comune), produce un sentimento di insicurezza e paura che induce enormi masse di persone a spostarsi, per cercare protezione altrove. Secondo il Norvwegian Refugee Council gli sfollati interni nel 2019 sono stati 208,000 e 172,948 i profughi maliani 3, fuggiti nei paesi vicini, Burkina Faso, Mauritania e Niger. Cifre aumentate di circa 6 volte rispetto a quelle dell’anno precedente 4.

Nell’anno in corso, secondo quanto riportato da OCHA, il numero degli sfollati interni è ancora superiore e nel mese di agosto 2020 si arriva già a 266.000 individui. 5
Le condizioni di vita degli sfollati interni sono dure. La maggior parte dei bambini non frequenta la scuola e gli adulti non hanno accesso ai servizi sanitari e agli aiuti umanitari.

In questo quadro di violenza, insicurezza e sfollamenti interni, si inserisce la crisi climatica che sta investendo il Mali come tutto il Sahel, la vasta area semidesertica, tra il deserto e la savana, che attraversa il continente africano da est a ovest.
Il Sahel è il posto dove le temperature stanno aumentando 1,5 volte più velocemente che nel resto del mondo, nonostante la regione produca bassissimi livelli di emissione di gas serra 6. Per il surriscaldamento si verificano fenomeni metereologici estremi. Già ora si assiste ad un’alternanza di inondazioni e periodi di siccità che influiscono sulla produzione e la disponibilità di cibo. Ciò porta all’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e al rischio di disordini sociali, conflitti e migrazioni forzate. 7

USAID, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale, che sta aiutando a rafforzare la resilienza al cambiamento climatico delle famiglie e comunità in Mali, afferma che nel paese la siccità estrema e l’avanzare della desertificazione mette in pericolo la sicurezza alimentare dell’80% della popolazione occupata in agricoltura, che dipende dalle risorse naturali 8

Nell’agosto 2020, in ampie aree del Burkina Faso, Ciad, Mali e Niger, sono cominciate fortissime piogge. Pare che siano le peggiori da oltre un decennio. Più di 700.000 persone sono state colpite da devastanti inondazioni. Le case sono andate distrutte, le coltivazioni sommerse dagli allagamenti, aggravando la carenza di scorte alimentari e le vulnerabilità degli agricoltori e delle loro famiglie, le cui possibilità di sostentamento dipendono dai raccolti. Le strutture sanitarie sono state danneggiate e questo ha condizionato anche la risposta all’emergenza Covid-19 e la capacità di assicurare trattamenti per altre malattie, quali malaria e morbillo 9.

Dati i livelli di contaminazione delle fonti di approvvigionamento idrico e gli allagamenti dei servizi igienici, si teme una possibile epidemia di colera. In Mali, nel 2020, le inondazioni hanno colpito più di 26.000 persone di cui 5.400 sono sfollate nelle regioni di Gao, Mopti, Ségou, Kayes, Timbuctu, Ménaka e Kidal 10. L’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite è impegnato nel fornire assistenza alle popolazioni sfollate in seguito alle inondazioni che necessitano con urgenza di riparo, acqua potabile e assistenza sanitaria. 11

Oltre alle inondazioni, un’altra emergenza preoccupante, in questo annus horribilis è quella sanitaria. Il Covid-19 è arrivato anche in Mali. I casi di contagio totali dall’inizio dell’epidemia ad oggi (27.11. 2020) sono 4.505, 00, e 148 i morti, mentre l’incremento quotidiano è di 44 nuovi casi 12.

Il sistema sanitario nazionale è affetto da difficoltà sistemiche. Gli ospedali pubblici sono sovraffollati e carenti di tutto. I medici hanno salari bassissimi che a volte non vengono pagati per mesi e per questo sono costretti a scioperare. All’inizio della pandemia, c’erano solo 56 respiratori artificiali e 40 posti disponibili in rianimazione in tutto il paese. Troppo pochi a fronte di una popolazione totale di 18 milioni di persone. Successivamente, il governo ha stanziato altri 5,5 milioni di euro per l’acquisto di materiale sanitario per contenere l’epidemia, e ulteriori 60 respiratori artificiali che comunque non sono sufficienti ad aumentare in maniera decisiva la capacità di assorbimento del sistema 13.

E’ stato osservato che nella regione del Sahel, l’attuale pandemia di Corona virus offre l’opportunità ai gruppi estremisti di rafforzarsi. I gruppi forniscono protezione e assistenza sanitaria in luoghi dove lo stato è assente ed in cambio ottengono consenso e supporto dalle comunità locali 14.

Nel luglio 2019 UNHCR, nel documento di aggiornamento sulla sua posizione sui rimpatri in Mali 15, dichiarava che le persone che fuggono dai conflitti in corso, con ogni probabilità possiedono i requisiti per ottenere la protezione internazionale.

UNHCR invitava, altresì, gli Stati a non rimpatriare forzatamente in Mali nemmeno le persone che risultano prive di tali requisiti ma che provengono da alcune determinate aree del paese, almeno fino a che la sicurezza, lo stato di diritto e la situazione dei diritti umani in Mali sarà migliorata in maniera significativa, in modo tale da consentire un ritorno sicuro e dignitoso.

Alla luce del preoccupante deterioramento della sicurezza e della situazione umanitaria in Mali, a cui si aggiungono nell’anno in corso, l’emergenza climatica e sanitaria, ed il golpe militare, le parole di UNHCR risuonano ancora più vere e cogenti.

  1. https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/Rapport%20de%20situation%20-%20Mali%20-%2028%20ao%C3%BBt%202020.pdf
  2. https://www.ohchr.org/en/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=24595&LangID=E
  3. https://www.nrc.no/countries/africa/mali/
  4. https://www.hrw.org/world-report/2020/country-chapters/mali
  5. https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/Rapport%20de%20situation%20-%20Mali%20-%2028%20ao%C3%BBt%202020.pdf
  6. https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/HNRO%20Sahel%20May%202020.pdf
  7. https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/HNRO%20Sahel%20May%202020.pdf
  8. https://www.climatelinks.org/countries/mali
  9. https://www.unhcr.org/it/notizie-storie/comunicati-stampa/lunhcr-assicura-assistenza-alle-famiglie-sfollate-nel-sahel-colpite-dalle-inondazioni
  10. https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/Rapport%20de%20situation%20-%20Mali%20-%2028%20ao%C3%BBt%202020.pdf, pagina 3
  11. https://www.unhcr.org/it/notizie-storie/comunicati-stampa/lunhcr-assicura-assistenza-alle-famiglie-sfollate-nel-sahel-colpite-dalle-inondazioni
  12. Dati dell’O.M.S. (Organizzazione Mondiale della sanità) https://covid19.who.int/region/afro/country/ml
  13. https://aspeniaonline.it/mali-e-senegal-casi-diversi-e-in-bilico
  14. Violent extremism in West Africa, 2020 The Danish Immigration Service, Pag. 5, https://coi.easo.europa.eu/administration/denmark/PLib/COI_brief_report_Violent_Extremism_in_West_Africa_June_2020.pdf
  15. https://www.refworld.org/docid/5d35ce9a4.html

Alessia Riva

Ho una laurea in giurisprudenza e un master in diritti umani e democratizzazione. Mi interesso di immigrazione ed asilo dal 2014 ed ho operato a vario titolo in contesti difficili come la jungle di Calais, gli sbarchi di migranti nei porti dell’Italia meridionale, tra i rifugiati urbani di Bangkok. Sono stata osservatrice elettorale in missioni internazionali per OSCE-ODHIR.