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Perché la rotta Atlantica nel corso del 2020 si è “riaperta”?

Intervista a Sara Prestianni di EuroMed Rights

Photo credit: SaraPrestianni - Uno dei nuovi campi costruiti nella scuola di León, nel quartiere di El Lasso, a Las Palmas de Gran Canaria (https://euromedrights.org/canaries-report/)

Sara Prestianni è la responsabile del programma migrazione e asilo di EuroMed Rights, una rete di organizzazioni per il monitoraggio dei diritti umani nel Mediterraneo.
Si è più volte occupata della rotta Atlantica: quella che, dalle coste Occidentali dell’Africa, consente di raggiungere le Isole Canarie, e di accedere quindi al territorio dell’Unione Europea. Di ritorno dal suo ultimo viaggio alle Canarie le abbiamo chiesto di parlarci delle possibili cause e conseguenze della “riapertura” della rotta Atlantica, oltre che della situazione che attende i migranti una volta arrivati nelle isole

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Nel punto più vicino, le Canarie distano circa 100 km dalle coste del Marocco e per questo fin dagli anni ’90 sono state considerate un punto di accesso al territorio europeo. Tu sei stata testimone del momento di picco degli sbarchi nel 2006, quando circa 36.000 persone hanno raggiunto le Isole. Che cosa innescò la c.d. “crisi dei cayucos” (dal nome delle imbarcazioni tradizionali usate per compiere questi i viaggi) e qual è stata, in quel caso, la strategia del governo spagnolo per tamponare la crisi?
 
Nel 2006 abbiamo visto l’aumento delle partenze verso le Canarie, prima da Sud del Marocco, poi dalla Mauritania, dal Senegal e dal Gambia.
Il motivo principale era il rafforzamento della frontiera a nord con il Marocco.
Nel 2004-2005 abbiamo assistito a quelli che poi sono stati definiti i “salti della valla”, cioè salti della frontiera: i migranti con delle scale di fortuna si arrampicavano sulle barriere delle enclavi di Ceuta e Melilla per arrivare in territorio spagnolo.
Si è assistito ad un rafforzamento di questa frontiera, così come ad un rafforzamento dei controlli nello stretto di Gibilterra, che hanno portato i migranti a scegliere altri punti di partenza, sempre più verso il Sud.
C’è anche un altro motivo che spiega l’aumento delle partenze dal Senegal e Mauritania, direttamente legato alla politica economica europea: la pesca industriale, che grazie agli accordi firmati dall’UE permetteva a grandi navi di entrare nelle acque senegalesi, ha fatto perdere il lavoro a centinaia di pescatori che erano dediti alla pesca artigianale.
Questa forte crisi economica ha portato ad un aumento delle partenze.
Quindi fondamentalmente si tratta di due macro ragioni: una legata alla politica di rafforzamento del controllo – e la storia della migrazione ce l’ha insegnato, chiudere un accesso ne apre un altro, spesso più pericoloso in termini di vite umane -, un’altra legata all’impatto della politica estera dell’UE sull’impoverimento di alcune aree.

Oggi sembra di rivivere la situazione del 2006. Infatti, quest’anno 20.000 persone hanno raggiunto le Canarie. Gli arrivi hanno cominciato a crescere dal mese di agosto e sono aumentati esponenzialmente fino a raggiungere le 7.000 persone nel solo mese di novembre. Al contrario gli arrivi sulle coste continentali spagnole sono diminuiti nettamente. Quali sono le cause per cui si è tornati a preferire questa rotta?
 
Innanzitutto un ulteriore rafforzamento della frontiera di Ceuta e Melilla, all’epoca si era passati ad aumentare la frontiera di qualche metro, adesso è arrivata a 10 m di altezza e quindi è praticamente impossibile da attraversare.
Poi, un rafforzamento delle capacità di controllo della frontiera nord da parte del Marocco, grazie anche a supporti e finanziamenti europei.
Di fatto, a differenza del 2006, quest’anno l’80% delle persone che hanno fatto questa traversata provengono dalle coste marocchine, e dalla città di Dakhla.
Vi è molto probabilmente una forma di strumentalizzazione del fenomeno da parte del Marocco, che vede nella migrazione uno degli elementi della trattativa con l’UE.
Il problema è che gli elementi di questa trattativa sono uomini, donne e bambini che rischiano la loro vita in mare.
È una forma di strumentalizzazione che non è nuova nel gioco dell’esternalizzazione del controllo delle frontiere: lo abbiamo visto nel 2011, quando Gheddafi, all’epoca dell’operazione NATO contro di lui, utilizzò i barconi partiti dalle coste libiche per fare pressione sull’UE, e anche recentemente, nel febbraio 2020, quando Erdogan ha aperto le frontiere durante le trattative per il rinnovamento degli accordi UE-Turchia.

Quello che in realtà è l’elemento di maggiore similitudine tra quanto successo nel 2006 e quello che sta succedendo ora, è la risposta data sia dalla Spagna che dall’UE.
In entrambi i casi la reazione è stata innanzitutto quella di rafforzare i sistemi di controllo nei Paesi di provenienza. Abbiamo visto, ad esempio, il tentativo di riattivare la famosa operazione Hera dell’agenzia europea Frontex, che già nel 2006 aveva chiuso questa rotta bloccando i migranti all’interno delle acque senegalesi, in violazione dell’art. 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani per cui ogni persona ha diritto di lasciare il suo Paese e farvi ritorno.
In secondo luogo, si è cercato di convincere i Paesi di provenienza ad accettare espulsioni direttamente dalle Canarie.
Nel 2006 si trattò con Wade, che allora era Presidente del Senegal in fase di rielezione, e quindi aveva tutto l’interesse a venire incontro alle volontà della Spagna.
In cambio di supporto per una difficile campagna elettorale accettò non solo i senegalesi ma tutti i cittadini di altre nazionalità partiti dalla costa senegalese, esattamente come sta facendo ora la Mauritania.
La stessa pressione si sta facendo sul Marocco: il 20 novembre c’è stata una visita del Ministro degli Interni spagnolo a Rabat, cui è seguita una visita della Commissaria europea per gli Affari Interni, con la minaccia di ridurre i visti se il Marocco non avesse accettato un aumento del numero degli espulsi. Sembra che il Marocco abbia risposto positivamente e che ci sia stato almeno un volo che da Gran Canaria è partito alla volta di Laayoune.

Le due crisi quindi, pur con una serie di variabili geografiche diverse (nel 2020 un aumento soprattutto dal Marocco, mentre nel 2006 dalle coste dell’Africa subsahariana), hanno ragioni strutturali simili, come il rafforzamento della frontiera a nord e una strumentalizzazione del fenomeno migratorio dal punto di vista geopolitico, e soprattutto hanno suscitato un’identica risposta:

una focalizzazione quasi ossessiva sulle politiche di rimpatrio.

Dal momento che nelle isole Canarie molti centri di identificazione sono stati chiusi nel 2018, in questi mesi per gestire i flussi si sono allestiti dei campi provvisori, tra cui quello di Arguineguin definito il “campo della vergogna” e recentemente chiuso in seguito alle denunce delle organizzazioni umanitarie. Quali soluzioni sono state trovate per la ricollocazione dei migranti e come si svolgono le procedure di identificazione e accoglienza?
 
Quello che abbiamo visto, la vergogna del muelle di Arguineguin, a Gran Canaria, è durato fino a fine novembre. I migranti arrivavano e venivano stipati nel porto, venendo costretti per giorni a dormire al suolo senza le condizioni minime per il rispetto dei diritti fondamentali, subendo trattamenti inumani e degradanti.
Se non in possesso di mezzi per partire né ancora richiedenti asilo, venivano poi trasferiti in strutture di prima emergenza, alcuni alberghi nella zona sud di Mogàn.
Le condizioni dei migranti dentro questo porto erano molto gravi e vi era anche difficoltà di accesso alla richiesta di asilo e a tutta una serie di informative.
Ora la procedura è la seguente: sbarcano sempre nel porto di Arguineguin, però vi rimangono solo poche ore, per un primo check sanitario.
Da lì vengono trasferiti al CATE di Barranco Seco, nella parte nord dell’isola, una struttura che ricorda un hotspot, in cui vengono effettuate procedure di screening, identificazione e analisi delle rotte da parte delle autorità spagnole con il supporto di Frontex.
Qui dovrebbero essere detenuti per massimo 72 ore.

Questa struttura è sicuramente meglio del porto di Arguineguin perché almeno ha dei letti, ma non è una struttura in cemento, si tratta di un accampamento militare.
Quindi, se ci sono state delle piccole migliorie rispetto all’accesso degli avvocati e al fatto che non dormono al suolo ma nelle brandine militari, diciamo che l’accoglienza non prende proprio in considerazione le vulnerabilità delle persone, soprattutto dopo un viaggio così pericoloso (ricordiamo che per chi parte dal Senegal sono 8-9 giorni di traversata, e per chi parte dal Marocco 3 giorni). All’interno di questi centri si possono trovare anche donne e minori.

In seguito a queste 72 ore, i minorenni vengono smistati in centri per minori, e i maggiorenni fino al 31 dicembre andranno nelle strutture di emergenza di cui parlavo prima, gli alberghi di Mogàn, dove fanno 14 giorni di quarantena e possono uscire.
Dal 31 dicembre in poi, queste strutture verranno chiuse e si apriranno altri centri annunciati dal governo spagnolo, per un totale di 7.000 posti in tutte le isole Canarie.
Gran Canaria, l’isola in cui mi trovavo, ospiterà 3 centri.
Noi ne abbiamo visti due, dall’esterno, perché non ancora in funzione.
Le strutture ci pongono dei dubbi rispetto al concetto di accoglienza: si tratta di tende precarie, installate in contesti militari o nei quartieri più poveri e disagiati della città, in mezzo al nulla.

L’altro problema è la questione dei trasferimenti alla penisola spagnola.
Il problema che caratterizza isole come Lampedusa, Lesbos e le Canarie è che c’è la tendenza a confinarvi la gestione della migrazione da parte degli Stati.
In realtà queste isole sono non solo frontiere nazionali, ma anche frontiere europee e quindi dovrebbero servire per un trasferimento immediato.
Questo ufficialmente non succede. Ufficiosamente ci sono persone con il passaporto, che, nonostante abbiano un ordine di espulsione, vengono lasciate partire in aereo dalle Canarie verso la penisola. Chi non ha un passaporto, né i soldi per pagarsi un biglietto, rimane con il suo foglio di espulsione (redatto in spagnolo, quindi difficilmente comprensibile) sulle isole, in attesa che qualche cosa si sblocchi.

Uno studio dell’UNICEF ha affermato che nei prossimi anni, 50 milioni di africani si troveranno in situazione di estrema povertà a causa dell’impatto economico del covid19, costringendo probabilmente sempre più persone a partire verso l’Europa.
Il nuovo patto europeo sulla migrazione e l’asilo prevede delle misure adeguate a questo nuovo push-factor o continua a concentrarsi sulla messa in sicurezza ed esternalizzazione delle frontiere? A tuo parere eventualmente quali misure dovrebbero essere adottate?

No, purtroppo il patto va in tutt’altra direzione, noi di EuroMed Rights lo abbiamo denunciato attraverso varie analisi.
La prima grande problematica del patto, di cui le Canarie sono una specie di laboratorio nonostante non sia ancora stato approvato, è questa idea del pre-screening alle frontiere.
Con queste strutture quasi extra-territoriali dentro al territorio nazionale (come gli accampamenti militari), e questa procedura accelerata per tutti quelli che hanno un tasso di riconoscimento inferiore al 20%, l’elemento che caratterizza il patto è quello di una detenzione che andrà a moltiplicarsi.
Noi abbiamo fatto una simulazione:

se il patto venisse adottato così com’è stato proposto dalla Commissione UE, l’Italia sarebbe costretta ad aumentare di 7.5 volte i suoi posti di detenzione sul territorio nazionale.

Nell’altro caso previsto, una situazione di “crisi migratoria”, l’Italia dovrebbe aumentare fino a 50 volte i posti di detenzione, quindi immaginatevi quale potrebbe essere lo scenario futuro.
Rispetto invece all’apertura di vie legali e sicure di accesso al territorio, che sono, di fatto, l’unica soluzione perché le persone non rischino la vita in mare, esse sono assolutamente carenti nel patto.
Quindi no, non c’è nessuna risposta reale rispetto al possibile aumento delle partenze.
Anzi, vediamo che le politiche di rimpatrio, assi portanti del patto, vengono condizionate ai visti: gli Stati membri dovranno inviare alla Commissione europea una lista rispetto alle performance degli Stati terzi con cui avranno collaborato nelle politiche di riammissione, spiegando se questi abbiano accettato o meno i migranti. In funzione di questo ci potrà essere una vera e propria sanzione, riducendo i visti per quel Paese.
Quindi la logica del patto, ma anche del budget europeo 2021-2027, è quella di rafforzare la politica di rimpatri, rafforzare la detenzione e rendere residuali le uniche politiche che permetterebbero alle persone di non rischiare la loro vita in mare, condizionandole ai rimpatri in questa logica di trattative e negoziazione sulla pelle delle persone.
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Il reportage fotografico realizzato da Sara Prestianni e Elena Bizzi presso le isole Canarie è stato pubblicato da EuroMed Rights il 18 dicembre, in occasione della ventesima Giornata internazionale per i diritti dei migranti, con lo scopo di denunciare l’ennesimo contesto in cui la protezione delle frontiere europee è passata in primo piano rispetto alla tutela dei diritti fondamentali delle persone.

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Chiara Zannelli

Chiara Zannelli, studentessa di Scienze Politiche all'Università di Padova. Interessata al tema delle migrazioni. Faccio parte della redazione di Radio Melting Pot.