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Respingimenti illegali e violenze ai confini. Regione balcanica, ottobre 2020

Il rapporto di Border Violence Monitoring Network (traduzione integrale)

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Sommario generale

Ad ottobre, il Border Violence Monitoring Network (BVMN) ha pubblicato 40 segnalazioni di respingimenti e violenze della polizia alle frontiere dell’Unione europea. Questi casi, che raccontano l’esperienza di 1003 migranti, testimoniano i brutali sistemi di confine in vigore alle frontiere interne ed esterne dell’UE. Gli intervistati hanno subito una serie di violenze fisiche, psicologiche e strutturali, esaminate in dettaglio in questa relazione.

Nel caso della Croazia, oltre 200 persone registrate da BVMN in ottobre sono state espulse illegalmente in Bosnia-Erzegovina. In questa pubblicazione sono descritti episodi di estrema violenza fisica da parte di agenti di polizia nella zona di Cetingrad e persino casi di violenza sessuale. Nel frattempo, le espulsioni a catena avviate da Italia e Slovenia rappresentano un contesto aggiuntivo in cui i gruppi di migranti si trovano a rischio in Croazia.

Per quanto riguarda le frontiere esterne, dove i gruppi vengono espulsi violentemente, ad ottobre si è registrato anche un deterioramento delle condizioni in Serbia e Bosnia-Erzegovina. I respingimenti dall’Ungheria nell’area di Subotica sono descritti insieme agli spostamenti interni a sud della Serbia e l’azione fascista nelle principali città. Si discute anche degli alloggi e della loro mancanza nel cantone di Una Sana, dove il sostegno a coloro che si trovano fuori dal sistema formale dei campi è stato interrotto il mese scorso.

La dimensione media dei gruppi di migranti registrata lungo il percorso è stata di 39 persone a settembre, fino a 25 persone nel mese di ottobre. Ciò riflette in parte le tipologie di attraversamenti registrate di recente da BVMN, con treni e traghetti commerciali che richiedono gruppi di dimensioni inferiori. I rischi sono stati tragicamente evidenziati con il caso della morte di sette persone in un container partito dalla Serbia; i corpi delle vittime non sono stati scoperti fino all’arrivo della spedizione in Paraguay. Il presente report prende in considerazione alcuni viaggi precari, a piedi o con mezzi di trasporto, che le persone intraprendono mentre l’autunno va avanti, come quelli sui traghetti passeggeri che attraversano il mare Adriatico dalla Grecia all’Italia. In Grecia, i recenti dati raccolti da BVMN mostrano la persistenza dei respingimenti effettuati dall’interno del Paese, in particolare dai campi e dagli spazi urbani. Questo si unisce alla crescente violenza negli spazi di detenzione e all’instabilità a Lesbo a seguito dell’incendio di Moria.

A livello politico, BVMN ha recentemente pubblicato una nuova analisi approfondita del patto di migrazione dell’UE, contestando le proposte retrograde riguardanti il pre-screening, la detenzione, la valutazione dei minori, il diritto di ricorso, il monitoraggio indipendente delle frontiere e il paese di origine sicuro. Le prove presentate in questo rapporto ricordano che le violazioni sistemiche sono pratiche radicate alle frontiere dell’UE e che le nuove proposte non faranno altro che peggiorare la situazione.

BVMN è una rete di organizzazioni di controllo attive in Grecia e nei Balcani occidentali tra cui: No Name Kitchen, Rigardu, Are You Syrious, Mobile InfoTeam, Josoor, [re:]ports Sarajevo, InfoKolpa, Escuela con Alma, Centre for Peace Studies, Mare Liberum, Collective Aid e Fresh Response.

Sommario generale
Generale
Rete di testimonianze
Metodologia
Terminologia
Abbreviazioni
Tendenze nella violenza alle frontiere
• Attacchi brutali vicino a Cetingrad
• Respingimenti nell’Adriatico
• Violazioni al confine italo-sloveno
• Continui respingimenti nell’entroterra della Grecia
• Pratiche di frontiera dell’Ungheria
Aggiornamento sulla Situazione
Serbia
Azione di Stato fascista a Šid
Sgombero di alloggi informali e dei campi
Persone rimaste uccise nei container
Bosnia-Erzegovina
Divieto generale del lavoro di solidarietà
Persone scomparse sulla rotta balcanica
Croazia
Violenza sessuale da parte della polizia croata
Repressione contro gli attivisti della solidarietà
Grecia
I respingimenti nell’Egeo di Frontex
Rapporto sulla violenza interna
Situazione nei campi a Lesbo
Italia
Proteste anti-migranti a Trieste
Glossario dei report, ottobre 2020

Generale

Rete di testimonianze
BVMN è un progetto collaborativo tra più organizzazioni di base e ONG che lavorano lungo la rotta dei Balcani occidentali e in Grecia, documentando le violazioni perpetuate ai confini contro i migranti. I membri delle organizzazioni utilizzano un database comune come piattaforma per raccogliere testimonianze di respingimenti illegali collezionate attraverso interviste.

Terminologia
Il termine pushback è una componente chiave della situazione che si è venuta a creare lungo i confini dell’UE (Ungheria e Croazia) con la Serbia nel 2016, dopo la chiusura della rotta balcanica. Pushback descrive l’espulsione informale (senza giusto processo) di un individuo o di un gruppo verso un altro paese. È in contrasto con il termine “deportazione”, che è condotta all’interno di un quadro giuridico. I pushback sono diventati una parte importante, anche se non ufficiale, del regime migratorio dei paesi dell’UE e di altri paesi.

Metodologia
Il processo metodologico delle interviste sfrutta lo stretto contatto sociale che i nostri volontari sul campo hanno con rifugiati e migranti per monitorare i respingimenti ai confini. Quando gli individui tornano con lesioni significative o storie di abusi, uno dei volontari addetti alla segnalazione delle violenze si siede con loro per raccogliere una testimonianza. Anche se la raccolta di testimonianze in sé si rivolge di solito ad un gruppo non più grande di cinque persone, i racconti possono riguardare anche gruppi di 50 persone. Le interviste hanno una struttura standardizzata che unisce la raccolta di dati reali (date, geo-localizzazioni, descrizioni degli agenti di polizia, foto di lesioni / referti medici, ecc.) a testimonianze aperte delle violenze.

Abbreviazioni
BiH – Bosnia-Erzegovina
HR- Croazia
SRB – Serbia
SLO – Slovenia
ROM – Romania
HUN – Ungheria
ITA – Italia
MNK – Macedonia del nord
ALB – Albania
GRK – Grecia
TUR – Turchia
EU – Unione Europea

Tendenze nella violenza alle frontiere

Attacchi brutali vicino Cetingrad
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Mappa dei luoghi dei respingimenti nel comune di Cetingrad (Fonte: NNK/BVMN)

Nel mese di ottobre, BVMN ha registrato il violento respingimento di oltre 200 persone dalla Croazia alla Bosnia Erzegovina. Molti di questi casi erano in linea con i recenti attacchi brutali verificatisi intorno al comune croato di Cetingrad, al confine con Šiljkovača e Velika Kladuša. Alcune divisioni della polizia croata sono direttamente implicate con il denudamento, pestaggio e umiliazione dei migranti, e le azioni si sono intensificate nel periodo autunnale.
Gli intervistati hanno dichiarato che gli agenti, vestiti di nero e con indosso maschere, hanno ordinato loro di spogliarsi prima di attaccarli con manganelli e rami d’albero. Una vittima dell’assalto (vedi 5.4) racconta:

Abbiamo dovuto consegnare agli agenti tutto quello che avevamo: telefoni, power bank, vestiti, scarpe, zaini, cibo e contanti”.

In un’indagine in cui sono stati utilizzati filmati ripresi da gruppi di migranti nella zona di confine a ovest di Velika Kladuša, BVMN è stata in grado di analizzare la posizione, l’ora e i dettagli giuridici di uno di questi respingimenti (vedi 5.11). In alcune riprese effettuate dopo l’accaduto, i migranti mostrano le loro ferite alla telecamera, profonde ecchimosi causate da armi contundenti (manganelli / bastoni), e abrasioni superficiali dove le armi hanno toccato la pelle nuda. Le lesioni corrispondono a molti resoconti già raccolti nel database BVMN, e a casi simili pubblicati dal Guardian in collaborazione con il Consiglio danese per i rifugiati.

La presenza ricorrente di lividi laterali sul busto suggerisce che gli agenti sono soliti sferrare colpi da una posizione verticale, mentre le persone si trovano a terra. Questo è stato confermato dalle testimonianze di ottobre, in cui diversi intervistati hanno spiegato di essere stati obbligati a sdraiarsi prima di essere attaccati dalla polizia. Nell’ambito di questa pratica, resoconti recenti suggeriscono che è stato utilizzato un metodo nuovo e umiliante per aggregare i gruppi di migranti nei siti di respingimento. Gli agenti hanno ordinato alle persone di sdraiarsi semi-nude una sopra l’altra. (vedi 5.9). Ciò serve per prendere meglio la mira e colpire i migranti, e per causare il massimo dolore e umiliazione obbligando le persone a rimanere semi-nude.
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Ferite causate dagli attacchi ella polizia croata (fonte: NNK/BVMN)

Respingimenti nell’Adriatico
Ad ottobre i volontari di No Name Kitchen, membro di BVMN, si sono trovati di fronte ad una situazione paradossale; l’aumento esponenziale dei pattugliamenti del porto di Patrasso e l’aumento simultaneo di arrivi in Italia di persone provenienti dalle fabbriche abusive del porto. Dal 5 ottobre circa in poi, il numero di poliziotti greci che pattugliano l’uscita dalle fabbriche e l’ingresso al porto è raddoppiato o triplicato nei giorni con alto traffico marittimo. Non solo le auto della polizia si trovano ogni 40 metri tra le prime due recinzioni che circondano il porto, ma c’è anche un agente sul tetto che avvisa gli agenti a terra di qualsiasi movimento.

Di conseguenza, BVMN ha recentemente registrato un elevato numero di respingimenti nel mare Adriatico. La maggior parte segue una tendenza simile: il migrante riesce a nascondersi con successo all’interno di un camion che viaggia verso Italia su un traghetto, ma all’arrivo viene trovato dal camionista o dagli agenti che pattugliano il porto. In quasi tutti i casi la persona viene poi trattenuta e i suoi effetti personali vengono confiscati, cellulare, documenti e persino le scarpe (vedi 7.3), mentre gli agenti informano che “è impossibile scappare“. In alcuni casi, i clandestini non sbarcano neppure in Italia, sono trattenuti sulla nave per il viaggio di ritorno, e non vengono rilasciati fino a quando la nave non attracca di nuovo a Patrasso. Un intervistato ha riferito che un traduttore delle Nazioni Unite è entrato nella nave nel porto di Venezia dove egli era detenuto per comunicargli che sarebbe stato rimpatriato in Grecia (vedi 7.6).
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Ragazzo che si nasconde dalla polizia vicino al porto di Patrasso. (Fonte: NNK)
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Mappa della rotta dei respingimenti secondo un testimone (Fonte: NNK/BVMN)

Quando i migranti sono detenuti nei porti italiani, vengono raccolte informazioni personali e le impronte digitali vengono prese con la forza, come segnalato in diversi casi in ottobre. Quando ci si rifiuta, viene usata violenza fisica o coercizione, come è accaduto ad un uomo di 20 anni che è stato picchiato dalla polizia locale italiana nel porto di Ancona (vedi 7.5). Due delle sei persone respinte in ottobre sono state aggredite fisicamente, mentre un altro caso ha coinvolto tre guardie di sicurezza che sono salite a bordo di una nave e hanno attaccato un minore (vedi 7.3).

Le persone vengono regolarmente respinte utilizzando lo stesso traghetto passeggeri commerciale su cui sono arrivate. Sono bloccate in quella che di solito è descritta come una piccola stanza buia da qualche parte al piano più basso della nave, molto vicino ai motori. Le testimonianze evidenziano regolarmente le temperature estremamente fredde della stanza (vedi 7.4), l’assenza di coperte, cibo, servizi igienici o acqua corrente. All’arrivo in Grecia, i detenuti vengono sbarcati a Patrasso o Igoumenitsa. In un caso la polizia greca ha persino minacciato di respingere direttamente l’intervistato in Turchia, una pratica che si è verificata da Igoumenitsa a maggio di quest’anno. La violenza nei porti italiani e greci è quindi ora resa più drammatica dal rischio di respingimenti a catena in Turchia.

Violazioni al confine italo-sloveno

Come evidenziato in un articolo di Trieste Prima di fine ottobre, il fenomeno che le autorità italiane chiamano “riammissioni informali” continua, e un gran numero di persone vengono rimpatriate in Slovenia senza una base giuridica (pratica comunemente nota come pushback).

In una recente testimonianza raccolta da BVMN, un gruppo di sei persone provenienti dal Bangladesh e dall’Algeria ha descritto una procedura molto organizzata, simile ai precedenti casi di respingimenti a catena dall’Italia alla Bosnia (vedi 3.1). Quando sono arrivati in Italia, sono stati catturati dai militari e trasferiti a Fernetti, una località vicino a Trieste. Lì, un intervistato ha testimoniato la presenza di una:

Tenda militare per i processi di identificazione dei migranti e dei richiedenti asilo”.

All’interno c’erano circa 60 persone provenienti dall’Afghanistan, Bangladesh e Pakistan (compresi dei minori) e la polizia aveva diviso le persone per nazionalità. In un articolo per Rai News il giornalista ha riferito che questa area era stata originariamente creata a maggio per i migranti che dovevano osservare la quarantena per il COVID19. Tuttavia, la tenda è ad oggi usata per i processi di identificazione, e per accelerare i processi di “riammissione informale” verso la Slovenia, in violazione delle leggi nazionali ed internazionali.

Il gruppo è stato aggredito dagli agenti quando ha sollevato preoccupazioni circa la ventilazione. Questa violenza si sovrappone in modo globale all’apparato di respingimenti nei paesi vicini. Come sottolineato in questo caso, l’espulsione dall’Italia alla Slovenia è preceduta nella maggior parte dei casi dall’espulsione in Croazia, dove i gruppi sono soggetti a estrema violenza durante la loro deportazione in Bosnia.
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Foto di una tenda militare nell’area di Trieste (Fonte: TRIESTEPRIMA)

Inoltre, anche se il testimone aveva espresso chiaramente la sua volontà di chiedere asilo, gli è stata negata tale possibilità, e un agente di polizia ha anche mentito dicendogli che non sarebbe stato espulso da Trieste. Non era disponibile alcuna assistenza legale e l’intervistato ha anche messo in dubbio la validità della traduzione, e la coercizione utilizzata per fargli firmare i documenti presentati dalla polizia.

Quando ti espellono, ti fanno firmare questo documento, così da poter dire che accetti. E, naturalmente, lo firmi, chi si preoccupa di te? Ti dicono di firmare, e tu firmi, perché non hai potere, e non c’è nessuno che ti ascolta.”

Il testimone riferisce anche che ai detenuti è stata negata dignità e diritti fondamentali; niente cibo durante la detenzione prolungata e durante il trasferimento in Slovenia su un furgone.

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Il documento di identificazione che il testimone è stato obbligato a firmare (Fonte: BVMN)

Continui respingimenti dall’entroterra della Grecia

Da marzo, BVMN ha identificato una tendenza in corso di arresti e respingimenti dall’entroterra della Grecia, soprattutto nella zona di Salonicco. Spesso le persone che sono in possesso della carta per richiedenti asilo (comunemente indicata come “white card” o “Ausweis“) vengono detenuti arbitrariamente e poi espulsi in massa attraverso il fiume Evros verso la Turchia. Questi sviluppi sono stati recentemente trattati in un articolo completo del The New Humanitarian, che ha fornito ulteriori prove.

I migranti vengono fermati per le strade di Salonicco, spesso con il pretesto di controllare i documenti, o vengono direttamente radunati dal campo di Diavata, alla periferia della città. Una testimonianza riferisce che degli agenti di polizia in borghese sono arrivati nelle prime ore del mattino e hanno arrestato un grande gruppo di persone (vedi 8.5). Il testimone ha ricordato la natura traumatica di tali arresti:

Non ci hanno spiegato. Ci hanno traumatizzato, ci hanno spinto dentro il furgone e ci hanno dato dei calci. Non si può immaginare come sia duro essere preso con la forza dal letto mentre dormi.”

Il gruppo è stato poi portato al quartier generale della polizia di Salonicco, uno dei cinque spazi di detenzione il cui utilizzo è stato testimoniato nel mese di ottobre. Altri casi riguardano la detenzione notturna nella stazione di Kalamaria (vedi 8.1) e la raccolta delle impronte digitali, e poi il trasferimento nel comune di Liti, nella periferia nord di Salonicco (vedi 8.6). A Liti, al testimone è stato ripetutamente negato l’accesso al suo avvocato, come ad altri testimoni, che sono stati tenuti prigionieri rispettivamente nella stazione di polizia di frontiera di Agiou Athanasiou (vedi 8.12) e nella stazione di polizia di Piazza della Repubblica nel centro di Salonicco (vedi 8.5) e non hanno ricevuto cibo o acqua per l’intera durata della loro detenzione.

Durante la detenzione, il trattamento da parte degli agenti di polizia ha incluso percosse, insulti ed offese razziali, e la distruzione di effetti personali e documenti. Le richieste di asilo sono state ripetutamente ignorate e i migranti non sono stati informati della loro posizione o della procedura in corso. Per prassi consolidata, i trasferimenti dall’entroterra sono proseguiti con grandi autobus blu della polizia dotati di rete metallica sopra i finestrini, o con veicoli non segnati, come un furgone bianco guidato da un agente in abiti civili (vedi 8.12). L’esito di questi arresti alimenta la tendenza in corso al confine terrestre greco-turco.
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Mappa delle stazioni di polizia nell’area di Salonicco (Fonte: BVMN)

BVMN ha documentato il respingimento di 729 persone in 14 incidenti separati al confine di Evros nel mese di ottobre. Nel contesto di questa nuova analisi della violenza della polizia cittadina e della detenzione arbitraria, i respingimenti sono nuovamente messi in luce, con la loro natura strutturale e la loro violenza.

Pratiche di frontiera dell’Ungheria

Con il calo delle temperature e l’avvicinarsi dell’inverno, c’è ancora un alto numero di persone che cercano di raggiungere l’UE da Vojvodina, in Serbia, prima che le rigide temperature rendano le rotte ancora più pericolose, bloccandole per diversi mesi. Anche se le squadre sul campo testimoniano che ci sono stati meno attraversamenti al confine settentrionale della Serbia rispetto all’estate, il numero di persone che segnalano respingimenti dall’Ungheria rimane una preoccupazione.

Non ti abbiamo picchiato stavolta

Secondo le testimonianze che i migranti hanno condiviso con le squadre sul campo nel mese di ottobre, i respingimenti dall’Ungheria spesso seguono uno schema. In due casi (vedi 1,1 e 1,2), le persone sono state costrette a rimanere sedute in posizione accovacciata dopo la cattura, spesso per ore, senza accesso al cibo o all’acqua. Nella maggior parte dei casi i migranti sono stati sottoposti a percosse, nudità forzata o insulti da parte di funzionari di frontiera, o sono stati minacciati verbalmente di violenza. Un altro schema che può essere rilevato in diverse testimonianze è la pratica di trasportare le persone al confine serbo in auto non marcate o furgoni prima di farle tornare in Serbia attraverso dei cancelli nella recinzione di confine. Se l’accesso all’asilo sul territorio ungherese è stato effettivamente eliminato con una modifica legislativa di quest’anno, queste pratiche di respingimento si collegano a un sistema di espulsioni collettive risalente al 2015.

Aggiornamenti sulla situazione

Serbia
Azione di stato fascista a Šid

I volontari di Šid (SRB) stanno affrontando crescenti vessazioni da parte di individui locali e delle autorità. Un gruppo giovanile fascista chiamato “Omladina Shida” (Gioventù di Šid), ha recentemente chiesto l’allontanamento dei volontari di No Name Kitchen (NNK) dalla città, e l’espulsione dei migranti. Come riportato dal giornale serbo Danas, il 1 novembre 2020 il gruppo giovanile ha organizzato una protesta per chiedere che i militari tornassero nella zona e che tutti i migranti venissero trattenuti nei campi. Hanno anche chiesto che fosse vietato il ritorno in Serbia alle persone respinte dalla Croazia o dall’Ungheria, citando la paura per il COVID-19.

Le persone che una volta si recavano nel centro di Šid regolarmente per acquistare cibo e altri beni essenziali, ora riferiscono di aver paura. I rapporti con la gente del posto e la polizia sono peggiorati, e un giovane che vive in un insediamento informale ha condiviso con BVMN il timore di ricevere violenza fisica:

Se andiamo in città ci picchieranno.”

I volontari di NNK hanno segnalato un drammatico aumento della pressione da parte sia della gente del posto che della polizia. Foto e video di volontari, scattati senza consenso, sono apparsi su Facebook e Instagram. La polizia ha anche partecipato e interrotto le distribuzioni di cibo, ha consegnato a diversi volontari documenti di espulsione, dando loro sette giorni per lasciare il paese. NNK ha organizzato un evento comunitario domenica 8 novembre 2020 come risposta alla protesta del gruppo giovanile e al fine di costruire legami con la popolazione locale. Sono stati insultati dagli spettatori e cacciati dalla polizia. Nel clima di grandi manifestazioni fasciste a Belgrado, e di risposte locali contro i tassisti che trasportano migranti, questi sviluppi si inseriscono in una tendenza preoccupante di estrema destra e violenza della polizia.

Sgombero di alloggi informali e dei campi

Nelle prime ore di mercoledì 28 ottobre 2020, i membri di BVMN hanno ricevuto messaggi da migranti da Subotica, Serbia settentrionale. Come riportato dal membro della rete Are You Syrious? (AYS), c’è stato un raid della polizia sia negli alloggi informali che nel campo ufficiale, e i migranti sono stati condotti ai veicoli. Circa 300 persone sono state chiuse in sei-otto autobus per un viaggio di 10 ore verso il campo di Preševo, nel sud della Serbia. Non c’era accesso al cibo o all’acqua durante il viaggio. Un uomo che era su uno degli autobus ha chiesto dove sarebbero stati portati. Gli agenti serbi hanno risposto che sarebbe stato espulso in Turchia.

All’arrivo al campo, i migranti sono stati portati dalla polizia serba in grandi stanze con il divieto di uscire. Secondo il resoconto pubblicato da AYS alcune delle persone erano “estremamente provate e timorose di venir respinte in Macedonia, cosa che avrebbe innescato un respingimento a catena che alla fine le avrebbe condotte in Turchia.” Per il momento, nessuno ha subito questo destino, ma è noto che i respingimenti a catena verso la Grecia si sono verificati regolarmente ad aprile e maggio di quest’anno, e che quindi si tratta di una minaccia molto realistica. Per ora però, si parla in generale di detenzione, con persone che riferiscono di dover svolgere diverse ore di lavoro per i funzionari del campo per poter avere l’opportunità di visitare la città vicina, e quindi tornare a nord. Ma con il numero di migranti in Serbia che supera la capacità dei campi, questo ciclo di trasferimenti e violenza è destinato a continuare.

Persone rimaste uccise nei container

Alla fine di ottobre, la BBC e il Guardian hanno pubblicato l’orribile notizia di sette persone trovate morte in un container in Paraguay. Alcuni degli uomini rimasti uccisi sembrano essere di origine egiziana e marocchina. È probabile che fossero entrati nel container, pieno di fertilizzanti, in Serbia, a luglio. Speravano che sarebbe stato spedito in Croazia o in Europa occidentale. Invece, gli uomini sono morti soffocati mentre il container attraversava mezzo mondo. Quando i loro corpi sono stati trovati mesi dopo in Paraguay, erano già in decomposizione.

Questo incidente somiglia ai molti tentativi mortali di transito nei camion di raffreddamento avvenuti nel corso degli ultimi mesi e anni. Nel 2015, 71 migranti sono morti soffocati in un camion refrigerato diretto dall’Ungheria all’Austria. Al tempo, la morte di questo gruppo di migranti è servita come importante giustificazione morale per fornire un passaggio sicuro alle persone attraverso i Balcani occidentali. Ma negli anni successivi, con il percorso sorvegliato da filo spinato e da una legislazione ostile, sempre più persone sono morte in veicoli mal ventilati mentre cercavano di aggirare la frontiera esterna dell’UE. Proprio l’anno scorso 39 vietnamiti sono morti in un camion nel Regno Unito, e a settembre le autorità austriache hanno trovato 38 migranti vicini all’asfissia in un camion rumeno.

Tutti questi casi illustrano un fenomeno simile. Senza percorsi sicuri (o legali) aperti per l’Europa occidentale, i migranti sono costretti a ricorrere a viaggi sempre più pericolosi per attraversare le frontiere militarizzate dell’UE. Troppo spesso, che si tratti di un’autostrada ungherese, del mare tra Libia e Italia, o di un container diretto verso l’altra parte del mondo, il risultato è mortale.
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Container scaricato in un porto in Paraguay (Fonte: BBC)

Bosnia-Erzegovina

Divieto generale del lavoro di solidarietà

Dopo la chiusura del campo di Bira a Bihać alla fine di settembre, il numero di persone che dormono nelle strade, nei campi informali, e negli edifici abbandonati è aumentato. Nonostante l’arrivo dell’inverno e le precarie condizioni delle persone costrette a vivere al di fuori dei Centri di Accoglienza Temporanea, le autorità del cantone di Una Sana (USC) hanno emesso un divieto generale di assistenza al di fuori dei campi, che vieta il lavoro delle squadre mobili di tutte le ONG presenti in USC. Di conseguenza, alle persone è stato negato l’accesso agli aiuti umanitari, come la distribuzione di vestiti e confezioni alimentari. Tale divieto è stato rivolto non solo alle organizzazioni di distribuzione alimentare, ma anche alle organizzazioni responsabili della protezione dei minori non accompagnati e dell’assistenza medica. Un’ordinanza di quest’anno aveva già vietato ai locali e ai gruppi di solidarietà indipendenti di assistere la comunità in transito, quindi questo recente divieto rappresenta l’eliminazione graduale di ogni sostegno alle persone al di fuori dei campi.

In seguito a questa decisione, il 26 ottobre, il gruppo di coordinamento delle migrazioni dell’USC si è riunito, insieme ai rappresentanti dell’OIM e dell’UNHCR, e ha accettato di rafforzare il divieto di accesso ai trasporti pubblici per i migranti e il divieto a riunirsi nelle aree pubbliche. Il divieto dei trasporti ha solo contribuito a alimentare le entrate dei taxi in modo esorbitante, restringendo la mobilità delle persone dentro e fuori i campi. In base alle nuove disposizioni, la Croce Rossa USC è stata anche incaricata di monitorare e coordinare le attività umanitarie dell’OIM, dell’UNHCR e di tutte le squadre di sensibilizzazione di altre organizzazioni, sotto la specifica supervisione dell’Ufficio del Servizio per gli Affari Stranieri (SFA).

All’interno dei campi ufficiali sono state prese iniziative per accorpare i residenti in centri più grandi, ma ancora mal equipaggiati. Con la chiusura di Bira a fine settembre, è stato vietato anche l’ingresso di nuove persone al campo Miral di Velika Kladusa, con lo scopo principale di chiuderlo gradualmente. Al Ministero della Sicurezza è stato chiesto di ampliare la capacità dei centri di accoglienza al di fuori dell’USC per accogliere le persone attualmente residenti a Miral. Il ministero è inoltre in trattative per assumere la gestione del campo di Lipa e ha richiesto un sostegno finanziario all’UE per i costi dell’acqua e dell’elettricità. L’OIM è stata incaricata del trasferimento di container da Bira a Lipa, ma questo non cancella il fatto che Lipa sia una sistemazione del tutto inadatta all’imminente inverno.
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Alloggio a Lipa dove dormono i migranti (Fonte: BVMN)

Persone scomparse sulla rotta balcanica

Le persone muoiono o scompaiono ogni anno lungo la rotta balcanica; annegate nei fiumi o soggette ad altre lesioni mortali nei campi e alle frontiere. I loro amici e familiari a volte non vengono mai a sapere quello che è successo. Quelli che fanno domande, come i volontari locali e i compagni della comunità di migranti, sono troppo spesso ignorati dalle organizzazioni governative e dalle istituzioni. Queste morti, molte delle quali crudeli ed evitabili, sono raramente riportate dai media tradizionali. Recentemente, un caso ha attirato una particolare attenzione: il 19enne afghano Aziz è caduto, o è stato spinto, da un ponte vicino al campo di Sedra fuori di Bihać. Le persone all’interno del campo hanno chiamato la polizia e implorato le autorità del campo (cioè l’OIM) di intervenire. Non hanno ricevuto alcun sostegno e hanno quindi chiamato un volontario che conoscevano.

Questo volontario, insieme al fratello di Aziz, Nassier, che vive in Germania, ha contattato le autorità di polizia tedesche, che hanno fatto un verbale, ma che hanno detto che non era possibile intervenire ulteriormente. Nassier è andato a Sarajevo, in Bosnia. I volontari lo hanno incontrato e lo hanno accompagnato in una stazione di polizia. È stato ascoltato a Sarajevo, ma la polizia gli ha detto che non poteva aiutarlo con un caso del cantone di Una Sana.

Ha viaggiato da Sarajevo a Bihać e ha incontrato i volontari di No Name Kitchen, che lo hanno portato a parlare con la polizia. La polizia ha ascoltato i dettagli, ma ha rifiutato di essere coinvolta. Nassier ha cercato di accedere ai filmati di un bar vicino a dove suo fratello presumibilmente è morto, i gestori gli hanno detto che potevano solo mostrarli alla polizia, ma la polizia ha dichiarato che la telecamera era rotta. Allo stesso modo, la Croce Rossa di Una Sana ha raccolto le informazioni, ma non ha prestato alcun aiuto. Nassier e alcuni residenti di Sedra hanno parlato anche con l’OIM e l’UNHCR, ma ancora una volta nessuno è stato disposto ad aiutare con la ricerca di Aziz o di informazioni sugli eventi che hanno portato alla sua scomparsa. Infine, Nassier si è rivolto ai media raccontando la storia di suo fratello, sperando di scoprire quello che è successo.

La sua storia è ormai ampiamente conosciuta, ma Aziz è ancora disperso, uno degli innumerevoli presunti morti lungo la rotta balcanica. Casi come questo hanno un collegamento fin troppo evidente con la precaria rotta creata dall’UE per i migranti. Transbalkanska Solidarnost ha recentemente allestito una pagina commemorativa in cui vengono celebrati i caduti e viene ricordato al mondo che si tratta di vite umane, piene di vivacità e ambizione, con famiglie, amici e una propria storia. La storia di Nassier è un necrologio commovente della vita di suo fratello, e un triste atto d’accusa nei confronti dell’UE e dei suoi partner attuatori in Bosnia, che hanno mostrato tanta indifferenza.
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Memoriale di persone uccise sulla rotta balcanica. (Fonte: Transbalkanska Solidarnost)

Croazia

Violenza sessuale da parte della polizia croata
[Avviso: il testo seguente contiene descrizioni di stupro]

Due atroci casi di violenza sessuale sono stati segnalati dal Consiglio danese per i rifugiati (RDC) in ottobre, atti perpetrati dalle autorità croate durante i respingimenti in Bosnia. In articoli pubblicati sul Guardian, si descrive il modo in cui singoli membri del gruppo sono stati aggrediti sessualmente con rami di alberi, atti pari allo stupro.

Prima di queste aggressioni sessuali gli agenti hanno picchiato i gruppi di migranti con manganelli e li hanno fatti spogliare. Un intervistato ha riferito che la polizia croata gli ha rivolto domande omofobiche, chiedendogli ripetutamente “sei gay?”, prima di usare un ramo d’albero per abusare sessualmente di lui. Il Dottor Mustafa Hodžiće, che ha esaminato uno dei sopravvissuti all’ospedale di Velika Kladuša, ha dichiarato che erano presenti:

inconfondibili segni di violenza sessuale.

Nelle dichiarazioni fornite alla RDC, gli individui hanno riferito che gli agenti indossavano uniformi nere e passamontagna, come le divisioni di polizia di intervento schierata nelle aree croate di confine. Precedenti relazioni su questa divisione di polizia hanno messo in luce l’uso di pratiche estreme simili alla tortura, come l’uso di vernice sulle teste dei migranti e il cibo messo nelle ferite aperte.

Questi abusi sono ora oggetto di denunce penali lanciate dal Center for Peace Studies membro di BVMN, con sede a Zagabria. Dodici mesi fa, BVMN ha anche documentato un caso in cui gli agenti hanno usato un ramo di un albero per toccare i genitali di una famiglia siriana obbligata a rimanere in biancheria intima. Se le recenti aggressioni sessuali testimoniano un livello di abusi senza precedenti, le pratiche sono collegate ai terribili metodi sviluppati da funzionari croati nella zona di confine.

Repressione contro i lavoratori della solidarietà

Negli ultimi mesi si è intensificata la pressione dello Stato contro i lavoratori delle ONG e le loro famiglie. Nell’ultima fase della campagna di criminalizzazione, il Ministero degli Interni croato (MUP) ha preso di mira il partner di Tajana Tadić, program manager di Are You Syrious (AYS), un membro di BVMN con sede a Zagabria.

Il partner di Tadić, un iracheno arrivato in Croazia il 26 aprile 2017, ha ricevuto lo status di rifugiato l’anno successivo. Durante questo periodo ha iniziato a fare volontariato per AYS, assistendo nelle traduzioni e nei programmi di integrazione dell’organizzazione. Il MUP ha iniziato a prenderlo di mira nel 2019, convocandolo in una stazione di polizia a Zagabria dove è stato interrogato tra le altre cose sulla sua relazione con Tadić. In seguito, gli è stata fatta pressione per diventare un informatore della polizia, e successivamente hanno minacciato di revocarli lo status di rifugiato per non aver collaborato. Gli agenti hanno poi confiscato illegalmente il suo permesso di soggiorno e lo hanno restituito solo dopo l’intervento della compagna.

A maggio di quest’anno il MUP ha revocato lo status di rifugiato dell’uomo, definendolo una “minaccia per la sicurezza nazionale“, anche se né a lui né al suo avvocato sono state fornite prove relative a questa falsa accusa e il MUP ha negato la richiesta di accesso agli atti. La revoca del suo status di asilo è stata impugnata dinanzi al Tribunale amministrativo il 5 novembre e ora l’uomo attende una decisione e si trova di fronte alla prospettiva di essere espulso in Iraq nonostante la Croazia sia stata la sua casa per gli ultimi tre anni.

AYS e altre organizzazioni croate come il Centre for Peace Studies sono state oggetto di una crescente criminalizzazione e intimidazione dal 2015. Questo clima repressivo è stato recentemente descritto in un rapporto di BVMN intitolato “Shrinking Spaces” relativo ai vincoli imposti sul lavoro di solidarietà. Le ultime azioni contro i sostenitori dei diritti umani e le loro famiglie rientrano in questo contesto e sono sforzi vergognosi da parte dello Stato croato per mettere a tacere le voci contrarie alla sua agenda di destra sulla migrazione.

Grecia

I respingimenti nell’Egeo di Frontex

Nelle testimonianze raccolte negli ultimi mesi da BVMN, si suggeriva che l’Agenzia europea per le frontiere e la guardia costiera (Frontex), potrebbe essere stata coinvolta in respingimenti marittimi nel Mar Egeo. Tuttavia fino ad ora, non c’erano prove sufficienti che la implicavano direttamente.
Questo mese, Bellingcat, Lighthouse Reports e Der Spiegel hanno pubblicato un rapporto che:

dimostra per la prima volta che gli agenti di Frontex sono a conoscenza delle pratiche illegali delle guardie di frontiera, e che la stessa agenzia è a volte coinvolta nei respingimenti.

Si concentrano su diversi incidenti chiave in cui Frontex era chiaramente presente o direttamente coinvolta nei respingimenti, a volte in collaborazione con la Guardia Costiera Ellenica. Il 28 aprile, un aereo di Frontex è passato due volte sopra un’imbarcazione di migranti in fase di respingimento. Frontex non è intervenuta. Il 15 agosto, una nave Frontex rumena era di nuovo presente in un caso di respingimento per mano della Guardia Costiera Ellenica. La nave rumena MAI 1102 si trovava a poche centinaia di metri da un’imbarcazione soggetta a respingimento, e può essere chiaramente identificata nei filmati ripresi da una nave della Guardia costiera turca.

Una nave della marina tedesca impegnata in una missione della NATO ha osservato l’incidente e lo ha segnalato al governo tedesco. L’8 giugno, un’altra imbarcazione Frontex rumena (MAI 1103) è stata filmata dalla guardia costiera turca mentre bloccava direttamente un gommone di migranti; successivamente è passata vicino all’imbarcazione a tutta velocità per creare grandi onde. Contattata da Der Spiegel, Frontex non ha negato gli incidenti ed ha piuttosto dichiarato che “i funzionari hanno protetto i diritti fondamentali dei migranti e hanno rispettato il diritto al non-refoulement“. Il governo greco continua a negare categoricamente i respingimenti. Frontex ha inoltre avviato un’indagine interna sulla questione, scoprendo convenientemente che: “non sono stati trovati documenti o altre prove che confermino le accuse di violazioni della legge o del codice Frontex di condotta da parte dei funzionari coinvolti.

Uno sviluppo potenzialmente interessante arriva tuttavia con l’introduzione del controverso Nuovo Patto per la Migrazione che prevede la creazione di uno strumento di monitoraggio indipendente delle frontiere. Ad oggi, nonostante gli appelli dei gruppi per i diritti umani, tra cui l’UNHCR, Human Rights Watch, Refugee Rights Europe e BVMN, per creare strutture indipendenti di monitoraggio delle frontiere, poco è stato fatto a livello statale e internazionale. Se il percorso per creare e mantenere questi meccanismi di monitoraggio rimane poco chiaro, e sarà probabilmente una questione controversa per i governi dell’Europa centrale e sud-orientale, potrebbe in ogni caso essere uno sviluppo significativo. Parlando a BIRN, il difensore civico greco Andreas Pottakis ha riferito:

E’ un riconoscimento positivo del bisogno di un monitoraggio indipendente sulle operazioni di accoglienza e di controllo dei confini… Ciò pone ancora una volta in primo piano la questione di un deficit di vigilanza indipendente sulle operazioni in cui l’UE è sempre più coinvolta, questione che secondo gli attuali accordi rimane irrisolta.”

Attualmente in Grecia, dove si continua a negare che i respingimenti si stiano addirittura verificando, e dove la Guardia Costiera Ellenica (e gli alleati di Frontex) ha commesso atti di violenza contro i migranti in piena impunità, l’idea dell’istituzione di validi meccanismi di monitoraggio delle frontiere indipendenti rimane piuttosto speculativa, ma questo resta da vedere con l’entrata in vigore del nuovo Patto per la migrazione.
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Nave di Frontex ripresa durante un pushback (Fonte: Der Spegel)

Rapporto sulla violenza interna

Nel mese di ottobre, BVMN ha pubblicato il suo primo rapporto sulla violenza interna, incentrato sugli abusi fisici e verbali subiti dai migranti all’interno dei confini greci. Nei prossimi mesi, BVMN pubblicherà altre relazioni specifiche sull’argomento.
La relazione dimostra che i migranti sono esposti a violenze extragiudiziali non solo durante i respingimenti: in tutto il paese la polizia greca e gruppi di vigilanti attaccano violentemente e derubano i migranti senza trattenerli o espellerli illegalmente. Il report mostra inoltre che la violenza alle frontiere non è utilizzata esclusivamente per le espulsioni, e i rapporti da Patrasso indicano che le autorità greche e le forze di sicurezza private esercitano violenza anche solo per dissuadere le persone a entrare nel paese.

Infine, si descrive la violenza perpetrata all’interno delle strutture di detenzione, dove i migranti sono spesso trattenuti per molti mesi, in attesa che la loro richiesta di asilo venga processata o in attesa di essere espulsi dal paese. Oltre alla mancanza di servizi di base (cibo, acqua, medicinali e dispositivi igienici), gli intervistati hanno riferito di aver ricevuto percosse, abusi verbali e sessuali a Paranesti (Grecia nord-orientale) e a Petrou Ralli (Atene). Pratiche analoghe hanno già attirato critiche da parte del Comitato del Consiglio europeo per la prevenzione della tortura e di trattamenti o punizioni inumani o degradanti (CPT), che ha invitato le autorità greche ad adottare “azioni rigorose per contrastare gli atti di maltrattamento“.

Dopo la stesura del rapporto la situazione si è aggravata, con due tentativi di suicidio nel centro di detenzione di Amygdaleza che hanno portato a uno sciopero della fame tra un gruppo di donne detenute di diverse nazionalità. Queste azioni dimostrano la disperazione di persone il cui status rimane ancora incerto dopo molti mesi di prigionia. Le donne credono fermamente che le autorità non prenderanno alcuna azione per chiarire il loro status finché non succederà qualcosa di drammatico.
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Report sulla violenza interna (Fonte: BVMN)

Situazione nei campi a Lesbo

Un mese dopo gli incendi che hanno distrutto il campo di Moria e costretto gli abitanti in un nuovo campo temporaneo vicino a Kara Tepe, a Lesbo la situazione continua a deteriorarsi. Il nuovo campo è stato descritto come “peggiore di Moria” da molti migranti, e manca di servizi essenziali, come adeguate strutture igienico-sanitarie, cibo, e cure mediche. Tutti coloro che vivono lì sono alloggiati in tende di tela, completamente inadatte ad affrontare le condizioni climatiche, e dove spesso manca l’elettricità. Già a fine settembre e ottobre, forti piogge hanno inondato il campo in diverse occasioni.

Con l’arrivo dell’inverno, la situazione rischia di peggiorare. L’UNHCR ha sostenuto gli sforzi guidati dal governo fornendo ghiaia per ridurre il rischio di inondazioni, kit per l’isolamento, pancali e fogli di compensato per pavimentare le tende. Tuttavia, da una riunione a cui BVMN ha partecipato con il capo dell’UNHCR per la Grecia, è venuto fuori che non esiste un piano chiaro da parte delle autorità nazionali o internazionali per un’ulteriore preparazione del campo per il periodo invernale.

Intanto sembra che stiamo entrando lentamente in azione i piani per chiudere tutte le altre strutture abitative al di fuori del nuovo campo di Kara Tepe. Dopo quasi due settimane di incertezze e rinvii, il 30 ottobre il campo profughi di Pikpa è stato sgomberato. Durante lo sgombero è stato impiegato un massiccio dispiegamento di polizia greca, che ha trasferito con la forza i 74 residenti vulnerabili nel vecchio campo di Kara Tepe (processo che ha già causato un ricovero in ospedale). Inoltre, gli avvocati e gli operatori del supporto psicosociale non sono stati ammessi nella zona. Nel frattempo, rimangono in atto ulteriori piani per chiudere il campo per famiglie di Kara Tepe entro il 31 dicembre.

Italia

Proteste anti-migranti a Trieste

Ogni giorno in Piazza della Libertà, la piazza principale di Trieste, Linea dʼOmbra e Strada Si Cura offrono assistenza, primo soccorso e solidarietà alle persone che arrivano dalla rotta balcanica. Se questa città nel nord-est dell’Italia era un tempo vista come un rifugio sicuro, dalla primavera di quest’anno è diventata anche sinonimo di respingimenti attraverso Slovenia e Croazia, in Bosnia e Serbia.

Per tutto questo tempo le associazioni locali hanno fornito assistenza sanitaria e sostegno, ma hanno anche monitorato e denunciato il regime di respingimenti violenti dell’UE che le comunità in transito subiscono sulla strada per Trieste. Questo lavoro di solidarietà è ben noto, e fino ad ora apparentemente tollerato dalla polizia e dal governo. Tuttavia, ciò non ha impedito alle autorità di approvare una manifestazione anti-migranti in piazza della Libertà ad ottobre, organizzata da gruppi di estrema destra che denunciano l’approccio migratorio del governo italiano.

Le foto degli scontri hanno mostrato la violenza dei fascisti e della polizia contro i volontari e i cittadini che si sono opposti a questa azione di strada razzista. Era chiaro che le forze di polizia giunte sul posto erano lì per facilitare la manifestazione anti-migranti, e gli agenti hanno colpito violentemente e spinto i manifestanti fuori dalla piazza in mezzo a una strada trafficata. Sulla strada, gruppi fascisti attendevano con pugni alzati, sedie e caschi da moto da usare come armi. Alcuni dei manifestanti antifascisti sono stati gravemente feriti nello scontro.

Le persone che sono scese in piazza armate di odio e violenza si sono scontrate con individui che non hanno lasciato la piazza e che hanno messo a rischio i loro corpi, per dimostrare che c’è un’altra, possibile risposta all’odio e alla discriminazione. Il fatto che le autorità italiane abbiano difeso questa manifestazione violenta, con la scusa di difendere la libertà di parola, è la prova di uno sforzo più ampio per soffocare le azioni di solidarietà rivolte ai migranti negli spazi pubblici. Ma le autorità non hanno fatto i conti con le forze antifasciste che si sono rifiutate di cedere a sentimenti di razzismo e odio, e continueranno a lottare per i diritti dei nuovi arrivati a Trieste.
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Carabinieri in Piazza della Libertà. (Fonte: Mauro Minni)

Glossario dei report. Ottobre 2020

Ad ottobre BVMN ha registrato 40 casi di pushback che hanno coinvolto 1003 persone provenienti da una grande varietà di paesi: Afghanistan, Iran, Marocco, Pakistan, Algeria, Bangladesh, Tunisia, Iraq, Syria, DR Congo, Somalia, Egitto e Libia. Le interviste riguardano gruppi e singoli individui, uomini, donne, famiglie e minori non accompagnati. Tra i respingimenti di ottobre:
• 16 verso la Bosnia Erzegovina (1 dall’Italia, 1 dalla Slovenia e 14 dalla Croazia)
• 3 verso la Serbia (1 dalla Croazia e 2 dall’Ungheria)
• 7 verso la Grecia (1 dalla Macedonia e 6 dall’Italia)
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Struttura e contatti della rete

BVMN è un organismo volontario, che agisce come un’alleanza di organizzazioni nei Balcani occidentali e Grecia. BVMN si basa sugli sforzi dei partecipanti e di organizzazioni che operano nel campo della documentazione, dei media e della difesa legale. Finanziamo il lavoro attraverso sovvenzioni e fondazioni caritatevoli, e non riceviamo fondi da alcuna organizzazione politica. Le spese riguardano i trasporti per i volontari sul campo e quattro posizioni retribuite.

Consultate il nostro sito web per l’intero archivio testimonianze, precedenti rapporti mensili e notizie di routine. Seguiteci su Twitter, handle@BorderViolence e su Facebook.

Per ulteriori informazioni sul presente report o su come essere coinvolti si prega di mandare una e-mail all’indirizzo mail@borderviolence.eu.
Per richieste di stampa e media si prega di contattare: press@borderviolence.eu

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Border Violence Monitoring Network (BVMN)

Border Violence Monitoring Network (BVMN) è una rete indipendente di ONG e associazioni con sede nella regione dei Balcani e in Grecia. BVMN monitora le violazioni dei diritti umani ai confini esterni dell'UE e si impegna per mettere fine ai respingimenti e alle pratiche illegali. Il network utilizza un database condiviso per raccogliere le testimonianze delle violenze subite da chi transita sulla rotta dei Balcani.
In questa pagina trovate le traduzioni integrali dei rapporti mensili curati da BVMN.