Sulle sponde del lago Chad. Tra cambiamenti climatici e conflitti

Intervista ad Angelo Loy, regista del docu-film “Tropico del caos”

Come è nata l’idea del docu-film “Tropico del caos”?

L’idea del film nasce a seguito di alcune letture come per esempio il libro di Amitav Ghosh, “La grande cecità“, che racconta e cerca di capire perché il mondo letterario occidentale non si sia mai veramente confrontato col tema del cambiamento climatico: la “grande cecità” di cui parla sarebbe dunque la nostra.
Poi ci sono stati altri libri importanti come “Il contratto naturale” di Michel Serres, un filosofo francese che già negli anni novanta preconizzava la difficoltà di stabilire una dialettica tra uomo e natura, tra uomo e trasformazioni climatiche. Nello specifico è uscito poi un reportage sul New Yorker di un giornalista anglo-egiziano, Ben Taub, sul lago Chad. In questo articolo si affrontavano i temi che ho poi cercato di sviluppare nel documentario: la tremenda riduzione del bacino del lago a causa del cambiamento climatico, la nascita dei conflitti per l’accesso alle risorse, l’emergere di formazioni terroristiche via via più grandi, come quella di Boko Haram, per arrivare infine alla crisi umanitaria dei campi profughi e alla migrazione. Un filo rosso che lega tutti questi fenomeni in un unico luogo. Il lago Chad era dunque il candidato ideale per lo sviluppo di un racconto problematizzante.

Cosa ne pensi delle nuove linee guida che ha dato la Commissione europea (23 settembre) che sono state definite troppo incentrate sulla questione dei rimpatri?

Io ho una posizione estrema. Penso che ci sia una grandissima ipocrisia rispetto al tema dell’immigrazione. Non si ha memoria storica, non c’è un’analisi reale di quello che è successo nel passato. C’è un overdose di buonismo acritico da una parte, una logica emergenziale in mezzo e una violenza disumana dall’altra. Non c’è un discorso politico approfondito, lungimirante, innestato in analisi storiche, sociologiche. Si va avanti per slogan, e allora il mio è questo: tutti dovrebbero avere il diritto di circolare per il mondo in piena libertà.

Mi viene da pensare che se qualcuno oggi scendesse sulla terra e vedesse quello che sta succedendo non si spiegherebbe perché a milioni di persone venga impedito di muoversi. A me piacerebbe inserire il fenomeno migratorio all’interno di tutta la costellazione di questioni che ci riguardano. Il problema migratorio non è un problema: insieme al cambiamento climatico, insieme alle disuguaglianze, alla distruzione della natura, alle devastazioni sociali del modello unico, è parte integrante di un sistema che va riformato completamente, cambiando radicalmente i paradigmi, per riuscire a restituire dignità all’essere umano nel suo dialogo col sistema naturale.

Cosa penso sull’Europa? Noi abbiamo afflitto l’apocalisse a questi popoli per centinaia di anni e ora impediamo loro di muoversi, anzi continuiamo ad infliggerla. Noi lo sappiamo benissimo che tutte le nostre logiche di sfruttamento di quei territori passano attraverso il sostegno dei governi corrotti. Per cui affrontare la questione guardando alla politica europea e dire: “ah si, bene, ha aperto un po’, adesso permette alle navi di recuperare in mare chi sta morendo..” (vorrei vedere!) è sfiorare la superficie delle cose, non considerare nemmeno la punta dell’iceberg.

Quali sono i tuoi progetti futuri, continuerai sul tema dell’immigrazione?

Io ho fatto un film documentario (Luoghi Comuni) che ha sullo sfondo il tema migratorio: la storia di una donna egiziana e della sua famiglia in emergenza abitativa a Roma. Non mi interessava affrontare direttamente il tema migratorio, ero molto più interessato alla dinamiche e alle questioni che ci si pone quando si viene sfrattati e non si è culturalmente distanti dal paese in cui si vive.

Ora mi sarebbe più difficile affrontare un contesto del genere: mi sembra come se ci fosse già una stanchezza, un affaticamento, rispetto a prodotti creativi sui fenomeni migratori. Se ne parla troppo e se ne parla male, è un tema “consumato”. Per cui metto in atto una forma di autocensura, a meno che non ci siano situazioni, personaggi di cui vengo a conoscenza, che mi facciano sognare o che siano talmente emblematici che eludono la censura.

Come lo è stato il Lago Chad, luogo di sogno ed emblema di un abisso. Diciamo uno di quei temi che solamente dal momento in cui risuonano profondamente si ha poi il desiderio di raccontarli in un film, e di starci appresso due anni! Ma comunque mai avendo una tesi precostituita: per me il documentario deve lasciare un’ampia libertà interpretativa allo spettatore.
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Guarda il documentario “Tropico del caos”

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Carla Congiu

Sono una studentessa magistrale in European and Global Studies all'Univeristà di Padova.
Ho collaborato con Amnesty International Padova nella realizzazione di progetti di educazione in diritti umani indirizzati alle scuole elementari, medie e superiori.