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Dai nostri paesi si parte per disperazione

Intervista a Babacar N’diaye, attivista senegalese

Babacar N’diaye, attivista senegalese, militante per i diritti dei migranti, è mediatore sanitario presso l’associazione Sakia Hamra Immigration and Development, con sede a Laayoune, in Marocco, oltre che rappresentante di Alarm Phone nel sud del Marocco. Lo abbiamo raggiunto in Senegal.
L’intervista è stata realizzata da Francesca Romana Chiodi del gruppo traduzioni di Melting Pot.
Intervista a Babacar N’diaye, attivista senegalese in Marocco (Français)
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Qual è oggi la situazione in Senegal, in termini di migrazione?

Oggi la situazione in Senegal è davvero catastrofica. Siamo tutti a conoscenza del fenomeno migratorio dal Senegal verso le Isole Canarie. E come tutti sappiamo, ci sono famiglie che hanno perso i loro cari: i loro figli, i loro mariti, i loro fratelli. Questa è una situazione davvero oltraggiosa e difficile per i cittadini del Senegal e, certamente, di altri paesi. Nelle famiglie c’è malcontento e nello stesso tempo c’è anche una situazione davvero sconvolgente da un punto di vista psicologico e fisico perché le famiglie sono davvero disperate. Infatti queste ultime hanno perso i loro figli che erano pronti una volta arrivati a tornare in condizioni migliori, ma sono morti tutti nell’Oceano Atlantico. Quindi in questo momento in Senegal c’è una situazione davvero difficile.

Quali sono le aree più colpite dal fenomeno migratorio?

In generale, mi è stato detto che le aree più colpite sono le zone che si trovano nei pressi delle coste balneari. Infatti le persone che vivono vicino al mare, che generalmente lavorano nella pesca artigianale, hanno visto il boom della pesca marittima. Poiché queste persone sono davvero disperate, non sanno più di cosa vivere perché nella loro vita quotidiana c’era solo la pesca artigianale e ora non hanno reddito con cui sostenere le loro esigenze familiari. E queste sono le aree colpite. Ma ci sono anche altre zone interessate dal fenomeno migratorio che si trovano a est o a nord. Perché anche quelle sono aree che lavoravano nel commercio della pesca. Quando gli abitanti di questi territori hanno saputo che c’erano delle barche che lasciavano il Senegal verso Las Palmas e le Isole Canarie, anche loro, grazie a ciò che avevano guadagnato con il proprio lavoro, hanno pagato per partire. Quindi possiamo dire che queste sono le zone più colpite, ma è il Senegal in generale ad essere colpito dall’emigrazione: ci sono giovani che se ne sono andati e che hanno anche perso la vita.

Qual è l’atteggiamento delle istituzioni senegalesi di fronte a questa crisi delle economie locali?

In effetti so che c’è sempre qualcuno che si lamenta dei nostri leader politici per quello che stanno facendo con le loro pessime politiche economiche e di sviluppo, per quanto riguarda la popolazione locale. Perché sappiamo tutti che in Senegal prevale l’economia informale, infatti possiamo dire che il 90% dei redditi senegalesi proviene dall’informale, non dal formale. Ciò significa che nell’informale lavorano i commercianti, i mercantili, chi fa pesca artigianale. Quindi, quando lo Stato non ha una buona politica in questo settore o ha concesso licenze di pesca a navi straniere, le vittime sono loro. Riguardo quello che sta accadendo oggi, io considero lo Stato responsabile. Quindi sono le nostre istituzioni le prime responsabili di ciò che ci accade e di ciò che accade ai giovani senegalesi che intraprendono la via per le Isole Canarie, perché queste persone ora sono disperate. Quando tu vivi in un paese in cui non hai speranza, se sei in un continente in cui non hai speranza, se sei in una città in cui non hai speranza, allora se intraprendi la via per le Canarie, verso l’Europa, non pensi di morire. Anche se muori, non ti importa perché sei già disperato. Ed è quello che ci sta accadendo qui in Senegal e praticamente in tutta l’Africa Subsahariana.

Che ruolo giocano le istituzioni internazionali in tutto questo?

L’Unione Europea e tutte le organizzazioni internazionali sono complici dei nostri Stati perché sono loro fanno patti con gli Stati africani per rimpatriare i cittadini subsahariani che sono già sbarcati alle Canarie, e allo stesso tempo sono loro che danno i mezzi ai nostri leader o ai nostri politici per trattenere i migranti nei loro paesi. Anche se arrivano, li fanno tornare indietro. Ciò significa che i voli di rimpatrio sono finanziati dall’Unione Europea e dalle organizzazioni internazionali. Non sono i nostri Stati che vanno alle Isole Canarie o a Las Palmas oppure in Marocco a prendere i senegalesi, ma è la politica delle istituzioni internazionali che ha dato forza ai nostri Stati con i sussidi e che li spinge a cercare i cittadini in paesi terzi.
E io voglio difendere questi giovani perché hanno sacrificato la loro vita andando in Europa per cercare una vita migliore. Quando arrivano, vengono rimandati al punto di partenza. In effetti, dovremmo rivedere le nostre politiche per evitare che queste persone vengano rimandate indietro fino a quando non abbiano avuto un seguito.

Secondo te, cosa spinge le persone oggi a intraprendere la rotta per le Canarie?

Come ti ho detto prima, è la disperazione. Significa che siamo in un paese, o in un continente, in cui i giovani non hanno più speranza di restare. E quando la persona non ha speranza in casa sua, va alla ricerca di una vita migliore altrove. E ciò che motiva queste persone è anche la povertà. Perché in effetti ci sono diversi tipi di migrazione: ci sono persone che partono perché c’è una crisi economica, ci sono altre che partono perché c’è una crisi climatica, ma ci sono anche persone che se ne vanno perché ci sono conflitti etnici, guerre o conflitti politici.
Quindi non bisogna restare, bisogna partire perché abbiamo il diritto di farlo, la gente deve saperlo! Queste persone che se ne vanno hanno il diritto di farlo: è la libertà di circolazione e i paesi hanno firmato un accordo a riguardo. Ciò che li motiva a partire è che non hanno più speranza restando nel proprio paese, in compagnia delle cattive politiche dei nostri leader africani. Ciò avviene in particolare in Senegal o in Mali oppure in Costa d’Avorio, perché non sono solo i senegalesi a partire, è quasi tutta l’Africa sub sahariana che parte, che prende la strada per l’Europa.

Dici che hanno il diritto di partire. Il 10 dicembre è stata la Giornata Internazionale dei Diritti Umani. Hai un messaggio da far passare per la difesa dei diritti umani?

Il mio messaggio è che i nostri Stati, i paesi dell’Europa, dell’Africa e dell’America, tutti coloro che hanno firmato questo patto, questo patto per i diritti umani, devono rispettarlo. Ma purtroppo le politiche dei nostri stati non lo rispettano perché alcuni subiscono maltrattamenti, offese alla dignità. Dobbiamo cercare di farli rispettare perché sono questi patti e questi diritti che danno alla persona il diritto di migrare, che ci danno la possibilitò di circolare.
La libertà di circolazione fa parte della convenzione sui diritti umani. Se non ti senti bene a casa tua, tu hai il diritto di guardare altrove. Ed è anche necessario che l’Europa o il paese di accoglienza rispetti questo patto. Questo è il mio messaggio per la Giornata dei diritti umani.

Come la pandemia da Covid sta influenzando le partenze oggi?

In effetti, quando veniamo a sapere attraverso i social che l’Unione Europea ha bisogno di manodopera perché in questo momento ci sono i raccolti che stanno marcendo perché non c’è manodopera, vediamo come la pandemia ha davvero toccato l’Unione Europea, fino ad aver bisogno di aiuto. Che sia questa la realtà o meno, anche ciò può motivare le persone a partire. Perché nei paesi poveri, in Africa, in particolare in Senegal o in altri paesi subsahariani dove c’è povertà, la pandemia quando è arrivata ha creato un caos totale. E quando senti che l’Unione Europea ha bisogno di manodopera e tu hai i mezzi per andartene, allora parti. Ma sfortunatamente il modo in cui le persone se ne vanno è sempre rischioso perché ci sono centinaia e centinaia di ragazzi che non riescono a realizzare i loro sogni.

Ho un’ultima domanda per te. Un leitmotiv compare spesso nei tuoi post di Facebook: forza ai migranti. È un po’ il tuo grido di battaglia?

Sì, in effetti questo è il mio grido di battaglia, perché come ho detto prima i nostri stati devono rispettare il diritto di circolazione e la migrazione non è un crimine!