/

Identità e diritti sui confini europei

Una riflessione di Rossella Marvulli

Il tema di questa riflessione è l’identità nelle sue forme sociali, politiche e giuridiche declinato nel delicato contesto dell’immigrazione.

L’argomento è intricato e su di esso si sviluppa una sterminata letteratura; tuttavia, i suoi significati nella realtà concreta di un uomo dell’oggi non vengono approfonditi abbastanza.
Dal punto di vista istituzionale, l’identità rappresenta una complessa costruzione sociale; al suo interno ricadono contributi psicologici, sociologici, anagrafici e fattuali.

Secondo la definizione sviluppata dal ricercatore Jonathan Donner, l’identità è “un intangibile, un qualcosa in movimento che l’individuo crea, o forse possiede, come risultato delle proprie interazioni con altri esseri umani e sistemi”.

Ogni essere umano, in quanto interagente con l’esterno, possiede un’identità; nel contesto particolare del migrante, tale identità è rappresentata da quello che egli è stato nel suo paese di origine, in essa rientrano la sua cultura e i suoi credo, la corolla di simboli a lui cari, rientra la scelta di lasciare la propria terra e di fondare da un’altra parte una nuova identità o, per meglio dire, di inglobarla alla precedente.

Che si tratti di rifugiati, di profughi, di richiedenti asilo o di migranti forzati, che si siano mosse per ragioni politiche, religiose, climatiche o economiche, queste identità eradicate si configurano come soggetti attivi, che si adoperano e compiono scelte.

Accanto alla definizione intrinseca di identità di Donner vi è una definizione esteriore, che riguarda la condizione legale e giuridica di un individuo, le modalità di identificazione del soggetto in un determinato contesto e i diritti che, in quanto rispondente a una determinata condizione, gli sono garantiti.

Tra identità – intesa secondo quest’ultima accezione – e diritti vi è un legame talmente forte che, qualora non si possieda un’identità legale, vengono meno anche i diritti fondamentali, con conseguenze disastrose per la persona che subisce tali negazioni in termini di libertà e di autodeterminazione. Qual è questo legame?

L’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite afferma che nel mondo di oggi, fortemente digitalizzato, in cui la connessione tra dati sensibili e accesso ai servizi diventa sempre più forte, la mancanza di prove di un’identità legale può limitare l’accesso di una persona ai servizi e alla partecipazione socio-economica, comprese le opportunità di lavoro, l’alloggio, un telefono cellulare e un conto bancario. La Banca Mondiale sostiene inoltre che una prova ufficiale dell’identità è un fattore chiave per l’accesso all’assistenza sanitaria, all’istruzione, al cibo e ad altri servizi essenziali.

Il caso dei migranti “irregolari” (coloro che transitano nel territorio dello Stato senza un documento di riconoscimento valido oppure con un visto scaduto), è emblematico: dei 25,4 milioni di irregolari nel mondo, molti rifuggono dalle loro case senza identificazione formale, inoltre il documento di identificazione di molti di loro viene rubato o distrutto durante il difficile viaggio. Per questi individui, il documento identificativo sarebbe un “salvavita” (di qui l’importanza degli ID che conferiscono un’identità legittima agli occhi dei governi, come un certificato di nascita o di matrimonio: documenti che individuano la persona come portatrice di diritti e determinano la giurisdizione che ha la responsabilità di proteggere tali diritti). In assenza di un documento idoneo, i migranti dovranno appellarsi alle procedure identificative europee.

Tutto questo rimarca due cose. Intanto, la siderale distanza che c’è tra identità legale e persone: se l’identità risulta ancorata a territori e frontiere, che si avvalgono di essa per elargire dei diritti o per negarli, allora non è che una condizione contingente, una costruzione dello Stato che formalmente la rilascia mediante un documento; questa costruzione resta dunque ignara dell’identità intrinseca del soggetto che la porta, al punto che, quando un rifugiato varca le frontiere dell’Europa eludendo i controlli ai confini, la sua condizione giuridica è quella di un invisibile.

L’altro elemento da considerare è il seguente. Complice un sistema di identificazione e di integrazione obsoleto, sui migranti privi di documenti che percorrono le rotte dirette in Europa si affollano le maggiori contraddizioni di questa relazione tra identità e diritti: se da un lato l’identificazione tramite un documento garante dei diritti umani fondamentali viene definita un “salvavita” per queste persone, dall’altro rappresenta precisamente l’ostacolo principale per giungere dove desiderano. Perché?

Nel 1990 cinque stati europei istituirono un accordo con cui si stabiliva la libera circolazione di merci e persone e l’eliminazione dei controlli alle frontiere comuni tra di essi. Negli anni successivi tale accordo ha inglobato altri stati europei ed è stato integrato nel quadro istituzionale e giuridico dell’UE; è tuttora in vigore ed è quello che oggi chiamiamo accordo di Schengen. Con l’eliminazione dei controlli all’interno dell’Unione Europea, si è assistito ad una progressiva esternalizzazione dei confini: le frontiere esterne, via di accesso dei rifugiati nell’UE, sono state militarizzate affinché l’immigrazione sia contingentata e avvenga in larga parte per vie regolari. Quando i migranti riescono a varcare quelle strisce di terra coperte dai boschi o dai mari e a raggiungere l’interno dell’Europa, sono spesso costretti a pagare il prezzo di aver dichiarato la propria identità in un qualche punto della traversata. I migranti che rilasciano le proprie impronte digitali in un paese dell’Unione Europea, di fatto vengono identificati; se proseguono il viaggio verso altri Stati dell’UE (motivati da ricongiungimenti familiari, ad esempio), corrono il rischio di essere riportati indietro, al Paese che li ha identificati, senza nessuna spiegazione in merito.

Questo genera dei problemi. Innanzitutto, se l’identificazione ha un prezzo così alto, l’invisibilità verrà sempre preferita; i migranti continueranno a percepire diffidenza nei confronti dei governi che potrebbero controllarne i movimenti fino anche a limitarli. Inoltre, se il Paese che identifica il migrante può richiamarlo in qualsiasi momento, indipendentemente dal luogo di residenza di eventuali congiunti in Europa, falliscono tutte le politiche che in linea teorica definiscono il ricongiungimento familiare come criterio primario di assegnazione ad un Paese. E infine, rilasciare i propri dati favorisce le pratiche delle più recenti politiche migratorie europee, con cui sono stati istituzionalizzati col nome di “riammissioni” quelli che di fatto sono veri e propri respingimenti “a catena” illegali dei migranti fuori dall’UE. Un’ampia letteratura sul tema documenta questa realtà.

Molti migranti scelgono dunque di non lasciare ai governi la propria identità durante il transito: e per continuare ad affermare la libertà di andare dove vogliono, perdurano nell’invisibilità.
D’altra parte, non avere documenti validi significa non potersi avvalere di protezione non solo dalle violenze subite nel paese di partenza, ma anche in quelli di arrivo. In questo senso è emblematico il tema delle violenze poliziesche alle frontiere esterne. Per fare un esempio, nel cantone di Una-Sana, nella parte nord-occidentale della Bosnia, in quello stretto varco in cui resta imbottigliato il flusso della rotta balcanica, appena oltre i campi profughi intorno a Bihać e a pochi chilometri dal confine croato, si consumano ogni giorno episodi di violenza da parte delle polizie che fanno da scudo UE contro questo inarrestabile flusso. I migranti vengono picchiati, seviziati, torturati; quando questo non è abbastanza per stroncarli, vengono cacciati indietro, oltre la muraglia della fortezza. Di fronte alle numerose denunce di Ong e associazioni, la polizia nega e queste violenze incostituzionali restano impunite.

Il silenzio intorno a tale dramma si perpetua. Cosa ci permette di farlo perdurare? Chi può denunciare? Un pazzo si presenta in commissariato per denunciare un reato; inizia l’iter giudiziario. Chilometri di carte vengono sciorinate, sviscerate, scandagliate. Alla fine, ascoltando l’accusato, viene determinato che l’assassinato non esiste. Ci sono prove dell’assassinio, ma non ci sono prove dell’esistenza dell’assassinato.

Senza identità, colui che subisce una violenza non ha il diritto di denunciarla e dunque, agli occhi dello Stato, è come se non l’avesse mai subita. Le violenze rimangono nell’ombra, polvere sotto i tappeti delle laboriose burocrazie europee.

Qual è il significato di tutto questo? L’esacerbazione delle politiche dei confini ha ingigantito le contraddizioni di cui è già infarcito il sistema di accoglienza di Europa, ha reso l’identificazione un processo scivoloso e controverso che alimenta, anziché arrestarla, l’immigrazione irregolare, ha rafforzato quella nozione di identità che svilisce le persone e privilegia i cittadini, ha tolto linfa vitale alle identità che subiscono o scelgono la dolorosa condizione di transitare in un territorio governato da altri sistemi giuridici e legali; quelle identità, fatte di carne e di ossa, di slanci e di sofferenze, che ci pongono concreta e tangibile una domanda di valore: i diritti appartengono agli uomini o agli Stati?

Bibliografia:
– Nonnecke, Brandie. 2017. “Risks of Recognition”. New America, 5 settembre 2017. https://www.newamerica.org/cybersecurity-initiative/humans-of-cybersecurity/blog/risks-of-recognition/
– Mark Latonero. 2019. “Identità Digitale, migranti e rifugiati”. https://datasociety.net/wp-content/uploads/2019/05/Data_Society_Identita%CC%80_digitale_Migranti_e_Rifugiati_Italiano_-1.pdf
– Reidy, Eric. 2017. “How a fingerprint can change an asylum seeker’s life”. IRIN News, 21 novembre 2017. https://www.irinnews.org/special-report/2017/11/21/how-fingerprint-can-change-asylum-seeker-s-life

Rossella Marvulli

Sono studentessa laureanda in matematica, impegnata con l'associazione di volontariato Linea d'Ombra ODV nella primissima accoglienza dei migranti della rotta balcanica che transita a Trieste.