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Sul significare il mondo

Sull’appartenere / sull’appartenersi

Photo credit: Massimo Sormonta, Isola di Lesvos, 2019

É difficile tracciare un’emozione («Quello è mio!» dice il bambino in classe riferendosi al temperino), un diritto (il diritto di proprietà), un dovere (il pagare le tasse per quell’appezzamento che ti sei ritrovato ad avere in eredità), un sentimento (amore o odio che sia). Parlare del senso di appartenenza, dell’appartenere, dell’appartenersi. Eppure, pare che questo sia un fare per l’individuo necessario.

Noi abbiamo bisogno di significare il mondo che ci circonda.

Oggetto, Soggetto. (Dis-) Umanizzare

La nostra soggettività si esprime anche attraverso gli oggetti. Infatti, di oggetti uguali in serie ce ne sono infiniti sparsi nel mondo, ma ognuno vive una propria storia: alcuni ci sono estranei perché non nostri, altri, invece, familiari. Una vecchia borsa della madre data alla figlia, la spilla di partito del nonno: gli oggetti ci fanno sentire vicini a loro, cioè a persone ipoteticamente geograficamente distanti o, che, semplicemente, non ci sono più. L’appartenenza è sempre un qualcosa che riguarda un due o più soggetti od oggetti; è una relazione. Noi ci leghiamo, siamo legati, così come ci sciogliamo, veniamo lasciati e lasciamo cose, oggetti, case. C’è passività e attività nell’azione del processo di appartenenza. Interessante è la teoria di Agency di Alfred Gell 1, che ci invita a pensare agli oggetti d’arte come a portatori di diverse storie di appartenenze insite in un singolo oggetto. Così, storie personali e collettive s’intersecano in un certo modo e non un altro e rendono tale oggetto unico, differente da tutti gli altri. Importante è allargare il pensiero e, da oggetto d’arte, accogliere gli oggetti in senso generico: possiamo allora notare che sia un quadro di Frida, una pietra di fiume o delle chiavi possono incorporare più significati. Inoltre, l’agency può anche esaurirsi. Una collana regalata da qualcuno, col tempo e/o per via di qualche evento nel corso del tempo può venire meno, posso dimenticarmene o gettarla via. Dunque, un oggetto può diventare soggetto.

Incorporare soggettività. E viceversa. Un’artista insolita e straordinaria ci viene in aiuto per capirlo. É il 1974. Siamo a Napoli e l’artista Marina Abramović si fa oggetto. Rhytm 0 è il titolo della performance. Obiettivo è rimanere immobile come un manichino per delle ore accanto ad un tavolo con settantadue oggetti (si va dalle piume alle pistole) e lasciarsi essere oggetto dai visitatori. Chiunque può prendere un oggetto dal tavolo e accarezzarla o altro. Marina rimane immobile; come un oggetto. Ella diventa oggetto. Purtroppo, il come è andata è cosa celebre: si scagliò su di lei una violenza improvvisa, sconosciuta, inspiegabile, appena divenne buio. Uno tentò di ucciderla, molti rimasero indifferenti; qualcuno mormorò sgomento. Lei, a fine performance iniziò a sentire il dolore di tutte quelle ferite e violenze; mentre – lo si legge dalla sua autobiografia -, appena si alzò per camminare, i visitatori iniziarono ad avere paura di lei. Il giorno dopo ricevette delle chiamate di scusa da parte di diverse persone: dissero che «non si erano rese conto di ciò che era successo mentre erano lì – non sapevano che cosa fosse successo a loro» Abramović M., Attraversare i muri. Un’autobiografia, Bompiani, Firenze – Milano, 2018, p. 87.

Essere un oggetto qualsiasi, oggettivizzare un qualcosa che rimane distante a noi, che non rendiamo nostro, che non riconosciamo o non vogliamo riconoscere, può equivalere a disumanizzare, a togliere umanità, paradossalmente anche dei sentimenti a un oggetto o, in questo caso, ad un soggetto-oggetto. Il processo di non appartenenza, di negazione ad essa, nel caso appena descritto, si dimostra, quindi, nella sua drammaticità più dirompente. Oggettivare a volte è l’opposto di soggettivare, di identificare, di appartenere o farsi appartenere. Dopotutto, quante volte l’indifferenza uccide? In autobus, in treno, persino per strada: non vi capita mai di vedere situazioni quanto meno spiacevoli per qualcun* e di non agire? In merito al tema dell’appartenenza nei confronti di un territorio, ebbene a volte esso agisce come discrimine tra chi può appartenere a quel territorio e chi ne è invece escluso e, dunque, non voluto.

Diritto di appartenenza

Questa ci è una terra prestata. Il fatto che sia nata in A terra è un puro caso rispetto all’esser nata in B terra. Eppure, dal caso finiamo, facilmente, scivoliamo nella determinatezza, nella fissità, nell’essere fissati (dagli altri e noi sugli altri), nel fissarci. Io sono A. Tu sei B. Come avviene l’errore? E, di errore si tratta? Ripercorriamo il meccanismo insieme. Io nasco a Tehuacàn, per caso e per esempio. Nessuno decide dove nascere, no? Ebbene: io sono Tehuacàn? Cioè, io sono Territorio e, soprattutto, io sono questo, specifico territorio e non altro? Certamente siamo influenzati dal nostro intorno. Questo, gli studi sull’identità ce lo dicono, così come, del resto, gli studi di Piaget sull’orientamento 2. Quindi sì, inizierò a parlare e parlerò la lingua del posto, userò i vestiti che localmente mia madre e mio padre troveranno, – questo se sono fortunata e non vivo in uno stato di guerra, statale o familiare -, mi muoverò a piedi per le vie di Tehuacàn, crescerò e finirò per conoscerla a menadito – e mi farà sentire sicura questa conoscenza – e scoprirò i posti dove è meglio non andare. In realtà, non è che li scoprirò o almeno, non tutti; scoprirò solo l’area e il nome che la gente comune dà a quell’area e sarà proprio la nomèa, i consigli di amici, di parenti, di gente a me vicina insomma, a farmi da monito, o, viceversa, a togliermi la curiosità di vedere quel posto, andare a scoprire se è vero che lì è brutto, che lì è pericoloso. Attraverso una parola avverrà una conoscenza vera o presunta di un dato territorio. E avrò, via via che cresco, anno dopo anno, appiccicato – appiccicati ricordi in certe strade, in certi posti, di certe notti e di certi amori: in breve, di certe esperienze. Questo se vivo sempre in quel medesimo luogo, posto, terra.

Appiccicati io / li appiccico / appiccicati sono. I ricordi: da me o dal luogo? O da me e dal luogo o da me con il luogo? L’azione chi la fa? Credo che sia un po’ un’entrambe le cose quando si parla di rapporti tra persone e territorio. Penso alla grammatica italiana, alla frase passiva e alla frase attiva: “(io) Avrò appiccicato”, ovvero, io compio l’azione sul luogo che mi circonda; “Appiccicati” (io mi ritrovo appiccicati addosso), invece, subisco l’azione dal luogo che mi circonda. Forse da questa prospettiva, la relazione tra l’individuo e la terra può essere rappresentata dalla forma riflessiva, cioè quando, attraverso l’uso dei verbi transitivi, il soggetto coincide con l’oggetto 3. Ora, questo mi fa “essere il territorio” o mi dà diritto a possederlo?
È una questione aperta, sempre in lotta il diritto alla città, alla cittadinanza, al vivere in un territorio con tutele basi di welfare. Perché alcune persone rientrano nel diritto a possederlo, mentre altre no. È una questione di requisiti, è una questione politica, ma anche di pensiero delle società.

Il senso di appartenenza nei confronti di un territorio può far nascere patriottismi o battaglie per rivendicare diritti civili, sociali e politici da poter esercitare sul territorio nel quale si vive. Ma può anche non nascere nulla. Si può vivere in un territorio per il quale godiamo diritti e doveri, eppure esso può esserci del tutto indifferente. O, ancora, possiamo provare disprezzo o aver la voglia di lasciarlo e di andarsene via.

  1. Bloch M., Una nuova teoria dell’arte. A proposito di “Art and Agency” di Alfred Gell, in, Caoci A., (a cura di), Antropologia, estetica e arte. Antologia di scritti, Milano, Franco Angeli, 2008.
  2. Per approfondire vedasi: Remotti F., L’ossessione identitaria, Roma, Laterza, 2010; Piaget J., Bärbel I., (a cura di), La psicologia del bambino, Torino, Einaudi, 1966.
  3. https://www.treccani.it/enciclopedia/forma-attiva-passiva-e-riflessiva_%28La-grammatica-italiana%29/ https://www.treccani.it/enciclopedia/transitivi-e-intransitivi-verbi_%28La-grammatica-italiana%29

Mara Degiorgi

Per dire qualcosa, bisogna essere qualcosa/qualcuno? E cos’è che fa di te quel qualcuno/qualcosa? Scrivo, leggo, penso. Sono un’antropologa, una geografa, altro. Nata a Lausanne nei primi anni Novanta da un padre salentino e da una madre limeña. Cresciuta tra San Francisco, Torre Vado, Lima.